Tra uguaglianza formale e pratiche differenziali, in Indonesia il pluralismo religioso rivela tensioni strutturali che eccedono il quadro costituzionale. In assenza di una gerarchia giuridica esplicita, dinamiche sociali, amministrative e politiche producono forme di subordinazione informale che incidono concretamente sulla condizione delle minoranze, ridefinendo nei fatti i confini della libertà religiosa.
Between formal equality and differential practices, Indonesia’s religious pluralism reveals structural tensions that exceed its constitutional framework. In the absence of explicit legal hierarchy, social, administrative and political dynamics generate forms of informal subordination that materially shape the condition of minorities, effectively redefining the boundaries of religious freedom.
Tussen formele gelijkheid en ongelijke praktijken onthult het Indonesische religieuze pluralisme structurele spanningen die het constitutionele kader overstijgen. Bij afwezigheid van een expliciete juridische hiërarchie brengen sociale, administratieve en politieke dynamieken vormen van informele ondergeschiktheid voort die de positie van minderheden concreet beïnvloeden en in de praktijk de grenzen van religieuze vrijheid herdefiniëren.
Un Parallelismo Controverso: Tra Norma Costituzionale e Realtà Empirica
Nel dibattito contemporaneo sull’Indonesia, il Paese che ospita la comunità islamica più grande del al mondo, emerge con crescente frequenza un parallelismo tanto suggestivo quanto controverso, quello tra la condizione attuale delle minoranze religiose e il modello storico della dhimma islamica. Un accostamento che, se assunto in senso stretto, risulta fuorviante; ma che, se riformulato in chiave funzionale, apre a una lettura più sottile e, per certi versi, inquietante.
L’Indonesia non è, né formalmente né giuridicamente, uno Stato islamico, e il suo fondamento ideologico rimane la Pancasila, che sancisce un certo pluralismo religioso e una formale uguaglianza civica tra i cittadini. A differenza dei sistemi classici di dhimma, non esiste alcuna codificazione legale che attribuisca alle minoranze uno status subordinato in quanto tali. Tuttavia, l’assenza di una gerarchia normativa esplicita non impedisce l’emergere di una gerarchia di fatto.
In altri termini, quanto non viene istituzionalizzato e codificato nel diritto positivo, anche a livello costituzionale, tende a riemergere attraverso dinamiche sociali, amministrative e politiche. In effetti, non esiste alcun dubbio sull’assenza, in Indonesia, di un sistema di dhimma in senso classico, che presuporrebbe uno Stato Islamico, retto dalla shariah. Ci si deve chiedere, tuttavia, se il sistema attuale produca effetti che, sul piano empirico, si avvicinano a una condizione di subordinazione differenziale delle minoranze religiose simile a quello che si osserva con l’istituto della dhimma.
Disuguaglianza Amministrativa e Pressione Sociale
Uno dei terreni più rivelatori è quello della regolazione dei luoghi di culto, e, in questo caso, le normative locali richiedono, per la costruzione di chiese o templi, procedure complesse che implicano il consenso di una parte significativa della comunità circostante. In un contesto a maggioranza musulmana, questo meccanismo si traduce spesso in un potere di veto informale esercitato dalla maggioranza.
Ne risulta una forma di disuguaglianza che non deriva da un principio teologico codificato, ma da una mediazione amministrativa permeabile alle pressioni sociali. La minoranza non è giuridicamente inferiore, ma si trova, de facto, in una posizione di dipendenza dalla volontà della maggioranza, una dinamica che richiama, almeno funzionalmente, la logica della tolleranza condizionata tipica dei sistemi premoderni.

A questa dimensione si aggiunge il ruolo della mobilitazione sociale, ampiamente testimoniata da episodi di protesta contro minoranze religiose; si pensi, in questo senso, alla chiusura forzata di chiese e alla persecuzione di gruppi come ahmadiyya e sciiti. Tali episodi mostrano come la sovranità non sia esercitata esclusivamente dallo Stato, ma anche (di fatto) da attori collettivi islamici che operano nello spazio pubblico con legittimazione religiosa.
In questo caso, il parallelismo con la dhimma diventa più sfumato ma non meno significativo, in quanto non si tratta di una subordinazione imposta dall’alto, ma di una subordinazione negoziata e reiterata dal basso. In questo modo, la sicurezza e la visibilità delle minoranze dipendono dalla capacità di evitare il conflitto con la maggioranza, e la tolleranza diventa una concessione situazionale, non un diritto pienamente garantito.
Blasfemia, Ortodossia e Vulnerabilità Differenziale
Un ulteriore elemento di asimmetria è rappresentato dalla legislazione sulla blasfemia, che seppure formalmente neutrale, viene applicata in modo selettivo, colpendo più frequentemente interpretazioni eterodosse o minoritarie dell’Islam e altre religioni. In questo senso, la legge agisce come dispositivo di regolazione dell’ortodossia, rafforzando implicitamente (ma efficacemente) una gerarchia tra visioni e confessioni religiose.
Nuovamente, non si tratta di una distinzione giuridica esplicita tra credenti e “protetti/dhimmi” , ma di una vulnerabilità differenziale che espone alcuni gruppi ad un rischio maggiore di sanzione e stigmatizzazione.

Il complesso di queste dinamiche suggerisce che l’Indonesia contemporanea non possa essere descritta né come un sistema di dhimma né come un pieno pluralismo liberale. Piuttosto, si configura come uno spazio intermedio, in cui coesistono un impianto costituzionale inclusivo e pratiche sociali e amministrative che producono esclusione selettiva. Il risultato è quello che potremmo definire una “dhimmitudine senza dhimma”: una condizione in cui la subordinazione non è sancita e codificata dalla legge, ma emerge da una combinazione di fattori locali, culturali e politici.
Erosione Graduale e Ambiguità Strutturale
Il parallelismo imperfetto suggerito in questo articolo non è privo di implicazioni, in quanto la mancanza di una codificazione esplicita rende il fenomeno più difficile da identificare e contrastare efficacemente. In assenza di una norma discriminatoria evidente, la disuguaglianza si presenta come una serie di episodi frammentati, potenzialmente giustificabili in termini contingenti, ma che nel loro insieme delineano una tendenza strutturale.
In questo senso, il rischio principale non è tanto quello di una trasformazione improvvisa in uno Stato confessionale, islamico, quanto una erosione graduale del pluralismo, in cui le minoranze continuano a esistere formalmente come eguali, ma operano sostanzialmente in uno spazio di libertà ridotto.
Parlare di dhimmitudine nell’Indonesia attuale è improprio sul piano giuridico, ma su quello analitico può essere utile quando inteso come categoria descrittiva degli effetti, non delle strutture. Non si tratta di stabilire un’equivalenza storica, ma di riconoscere una convergenza funzionale, quella tra un sistema che proclama l’uguaglianza, e pratiche che, in modo diffuso e spesso informale, la limitano di fatto e in maniera sistematica.

In definitiva, l’Indonesia può essere considerato un caso paradigmatico di come la subordinazione possa emergere anche in assenza dell’applicazione formale di una dottrina ufficiale che la legittimi. Ed è proprio questa ambiguità, tra norma e prassi, tra uguaglianza dichiarata e disuguaglianza vissuta, a costituire il nodo critico del suo presente.
Episodi di intolleranza islamica come quelli di Sukabumi e Padang (ma non solo ovviamente) sono stati possibili proprio da questa logica, che di fatto permette una sostanziale impunità a ragione della subordinazione di fatto delle vittime. Queste ultime non sono considerate portatrici di diritti violati, ma soggetti devianti rispetto a un ordine sociale ritenuto legittimo, la cui esposizione pubblica e visibilità religiosa appaiono, per la maggioranza sunnita, come una provocazione più che come l’esercizio di una libertà garantita.
Letture Consigliate
- Muti, A., & Burhani, A. N. (2019). The limits of religious freedom in Indonesia: with reference to the first pillar Ketuhanan Yang Maha Esa of Pancasila. Indonesian Journal of Islam and Muslim Societies, 9(1), pp. 111-134.
- Muiz, D. et al. (2024). Relation of Religious, Politics, and State in Indonesia: A Comparative Study Soekarno and Abdurrahman Wahid. Abdurrauf Journal of Islamic Studies, 3(3), pp. 197-214.
- Azizi, A. Q., Faiq, M., & Taufiq, T. (2021). Building the foundation of religious tolerance and countering radicalism ideology in Indonesia. Jurnal Sosiologi Agama, 15(2), pp. 191-206.

