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Nel 1922, quando la guerra di Aceh era ancora memoria viva per una generazione di militari delle Indie, Padre H. C. Verbraak S.J. veniva ricordato come «il Padre di Aceh». Un ritratto, una testimonianza e la memoria di una società coloniale ancora vicina alla propria esperienza di guerra.

In 1922, when the Aceh War was still a living memory for a generation of soldiers of the Indies, Father H. C. Verbraak S.J. was remembered as the “Father of Aceh”. A portrait, a testimony, and the memory of a colonial society still close to its experience of war.

In 1922, toen de Atjehoorlog voor een generatie militairen van Indië nog een levende herinnering was, werd pater H. C. Verbraak S.J. herdacht als de „Vader van Atjeh”. Een portret, een getuigenis en de herinnering van een koloniale samenleving die nog dicht bij haar oorlogservaring stond.


Pastoor Verbraak: Il Padre di Aceh.

Nel 1922 il Sint Claverbond, pubblicazione dell’ambiente missionario gesuitico olandese, dedicò uno spazio particolare alla figura di Padre H. C. Verbraak S.J., per molti anni cappellano dell’Esercito delle Indie Orientali; il testo, oltre a celebrare il sacerdote dal punto di vista della memoria cattolica, riproduce ampiamente una testimonianza pubblicata dal mensile dell’associazione Madjoe, costituita da sottufficiali in servizio e in congedo dell’Esercito delle Indie Orientali e Occidentali.

La fonte presenta quindi una caratteristica particolarmente interessante: una pubblicazione cattolica conserva e trasmette la memoria di un ambiente militare che non era cattolico, mostrando come la figura di Verbraak avesse ormai superato i confini della sua appartenenza confessionale.

Si consideri in particolare questo passaggio:

Egli, il nostro sacerdote, il nostro padre e amico, che era sempre con noi nell’ora del pericolo, che si trovava sempre là dove il suo aiuto, la sua parola di conforto, la sua carità disinteressata e piena di abnegazione erano per noi, militari dell’Esercito delle Indie, una benedizione, egli è anche oggi in mezzo a noi, proprio ora che stiamo combattendo una battaglia non contro un nemico indigeno, ma una battaglia per conquistare ciò che riteniamo di poter legittimamente rivendicare: l’uguaglianza.

Pastoor Verbraak, Sint Claverbond, Januari 1922, p. 100.

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Pastoor Verbraak, Sint Claverbond, Gennaio 1922, pp. 99-100.

L’occasione era fornita dalla realizzazione di un ritratto di Verbraak, commissionato da Madjoe al pittore Antoon van Welle e donato alla città di Rotterdam, città natale del sacerdote. Nel gennaio dello stesso anno il dipinto venne consegnato al direttore del Museo Boymans, dove, secondo quanto stabilito dall’amministrazione comunale, sarebbe stato esposto permanentemente.

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Pastoor Verbraak, Sint Claverbond, Gennaio 1922, p, 101 (colorizzato con AI)

L’iniziativa non aveva dunque soltanto un carattere privato o religioso: la memoria di un gesuita che aveva operato nelle Indie veniva trasformata in un oggetto destinato alla memoria pubblica olandese.

È significativo, soprattutto, che Madjoe non fosse un’associazione cattolica. La celebrazione di Verbraak proveniva da uomini appartenenti all’ambiente militare delle Indie, e il linguaggio con cui lo ricordavano non era quello di una semplice commemorazione ecclesiastica. La redazione lo definiva «onze pastoor, onze vader en vriend», «il nostro sacerdote, il nostro padre e amico», e soprattutto «den Vader van Atjeh», il Padre di Aceh.

Verbraak veniva così collocato all’interno della memoria dell’Esercito delle Indie e, più precisamente, di quella generazione di militari che aveva vissuto direttamente la guerra di Aceh.

Per comprendere il significato di questa testimonianza è necessario considerare la sua distanza temporale dagli eventi. Nel 1922 la guerra di Aceh non apparteneva ancora a un passato sufficientemente remoto da essere percepito come un oggetto storico autonomo.

Per gli uomini della Oude Garde, la «Vecchia Guardia» alla quale il testo fa esplicito riferimento, Aceh era ancora una memoria personale e generazionale. Le fortificazioni, le pattuglie, le marce, i feriti e i compagni morti appartenevano all’esperienza diretta di molti di coloro che leggevano il testo.

Quando la redazione invita a far rivivere ancora una volta quei tempi di «storm en drang» e richiama i «tempi di gloria e onore» dell’Esercito delle Indie, sta quindi dando forma pubblica a un ricordo che non aveva ancora assunto la distanza propria della storiografia.

La guerra di Aceh era stata lunga e sanguinosa e aveva costituito uno degli episodi decisivi dell’espansione olandese nell’arcipelago; nel 1922, tuttavia, il significato attribuito a quella esperienza dagli uomini della Oude Garde era ancora quello della propria generazione. Non è necessario condividere oggi quella rappresentazione per riconoscerne il valore documentario.

Il testo mostra infatti come la guerra fosse stata incorporata nella memoria della comunità coloniale come esperienza di pericolo, sacrificio, cameratismo e appartenenza; Aceh non era semplicemente un territorio conquistato, ma uno dei luoghi attraverso i quali una generazione aveva costruito la propria identità nelle Indie.

È all’interno di questa memoria che Verbraak assume il suo particolare rilievo. La testimonianza riportata dal Sint Claverbond non insiste soltanto sulla sua attività sacerdotale, ma ricostruisce una serie di episodi nei quali il sacerdote appare costantemente presente accanto ai militari. Verbraak visitava a turno le guarnigioni di Aceh per permettere ai soldati cattolici di adempiere ai propri doveri religiosi, affrontando grandi distanze e condizioni climatiche difficili.

Una volta arrivato nelle fortificazioni, tuttavia, la sua presenza non si limitava alla celebrazione delle funzioni: visitava gli infermi, portava piccoli doni, si intratteneva con i soldati, si occupava anche dei militari indigeni e provvedeva, quando necessario, alla spedizione delle lettere destinate alle famiglie nei Paesi Bassi.

La sua presenza diventava ancora più significativa negli ospedali militari. Verbraak vi si recava quando arrivavano nuovi trasporti di feriti e accompagnava gli uomini nelle ultime ore della loro vita. Il testo conserva persino le parole che avrebbe rivolto a un soldato mortalmente ferito: «Mijn zoon, kan ik wellicht nog iets voor U doen?», «Figlio mio, posso forse fare ancora qualcosa per te?». È attraverso episodi di questo genere che il sacerdote viene trasformato nella memoria dei militari in una figura paterna.


Padre Verbraak: Sacerdote e Amico.

Questa rappresentazione permette di comprendere perché il titolo di «Padre di Aceh» non fosse percepito come una semplice metafora religiosa; Verbraak non apparteneva alla comunità militare perché ne condividesse la funzione, ma perché ne condivideva l’esperienza, come sottolinea questo passaggio:

Padre Verbraak fu accolto con la massima cordialità dal capitano comandante e dagli altri ufficiali della guarnigione. Mentre si dirigeva verso l’accampamento degli ufficiali, gli altri abitanti della fortificazione gli rendevano rispettosamente il saluto militare, al quale egli rispondeva con un semplice: «Buongiorno, ragazzi. Tutto bene?».

Pastoor Verbraak, Sint Claverbond, Januari 1922, p. 102.

indie orientali olandesi padre verbraak 1922 cattolicesimo missione colonialismo. Sint Claverbond. 1922. Pastoor Verbraak.
Pastoor Verbraak, Sint Claverbond, Januari 1922, p. 102.

Non combatteva con le armi, ma affrontava le stesse distanze, lo stesso isolamento e le stesse condizioni ambientali; non partecipava direttamente alle operazioni militari, ma era presente nei loro effetti più drammatici, accanto ai feriti e ai morenti. La sua forma di sacrificio era diversa da quella del soldato, ma nel linguaggio della fonte apparteneva allo stesso universo morale e simbolico.

È significativo, in questo senso, che il testo sottolinei la sua Ausdauer, la sua straordinaria resistenza fisica, ricordando come l’età avanzata non gli impedisse di affrontare marce impegnative sotto il sole tropicale. Sono qualità che appartengono al vocabolario dell’eroismo militare, ma che nel caso di Verbraak vengono attribuite a un sacerdote senza che gli autori percepiscano alcuna contraddizione. Il suo eroismo consiste precisamente nella disponibilità a condividere la sorte degli uomini che combattono.

La figura del sacerdote e quella del militare non sono quindi contrapposte, e nella memoria della Oude Garde possono convergere nella stessa persona. Verbraak diventa un esempio di coraggio, resistenza, abnegazione e fedeltà non perché abbia impugnato un’arma, ma perché è rimasto accanto ai soldati nei momenti nei quali il significato della loro esperienza emergeva con maggiore intensità. La religione non costituisce un elemento estraneo alla memoria militare, ma contribuisce a darle una forma morale.

Questo spiega anche perché una figura cattolica potesse essere celebrata da un’associazione che non era cattolica e nemmeno religiosa; in questo caso, la dimensione confessionale rimane evidente, ma non esaurisce più il significato della persona. Verbraak è diventato «nostro» perché appartiene a una memoria condivisa delle Indie, e il wij della testimonianza — il «noi» dei militari — non è semplicemente il «noi» dei cattolici, ma quello di una generazione che aveva vissuto Aceh.

Il passaggio dalla memoria personale al monumento pubblico completa questo processo. Il ritratto commissionato da Madjoe non rimane nell’ambiente dell’associazione, ma viene donato a Rotterdam e destinato a un museo; una figura nata all’interno della storia religiosa e militare delle Indie viene così trasferita nello spazio pubblico della metropoli europea. Verbraak diventa parte di una memoria più ampia, nella quale la presenza olandese nelle Indie può essere rappresentata attraverso una persona concreta e moralmente esemplare.


La Memoria Coloniale: Aceh.

Verbraak può essere considerato una delle figure attraverso le quali la presenza olandese nelle Indie veniva trasformata in memoria, non perché il sacerdote gesuita abbia avuto un ruolo nella conquista territoriale paragonabile a quello dei comandanti militari, ma in quanto la sua memoria consente di condensare in una persona l’esperienza attraverso la quale una generazione aveva vissuto la formazione dell’ordine coloniale.

La guerra di Aceh, ancora vicina nel tempo, viene ricordata attraverso un uomo che aveva condiviso con i soldati il pericolo, la fatica, la sofferenza e il lutto.

È importante, tuttavia, non leggere questa testimonianza attraverso categorie successive, in quanto nel 1922 la guerra di Aceh non era ancora diventata ciò che sarebbe stata per le generazioni posteriori. Gli uomini della Oude Garde non stavano elaborando una storiografia della conquista coloniale, ma ricordando una parte fondamentale della propria vita. La loro rappresentazione di Aceh come esperienza di «gloria e onore» appartiene precisamente a quel momento storico e costituisce, per questo, una testimonianza della mentalità coloniale del periodo.

La fonte è dunque interessante non soltanto per ciò che racconta di Verbraak, ma per ciò che permette di osservare attraverso di lui; il sacerdote diventa il punto d’incontro fra cattolicesimo, esercito e memoria coloniale, Aceh diventa il luogo della memoria generazionale, e il ritratto diventa il passaggio dalla memoria privata alla celebrazione pubblica.

Nel 1922 Padre Verbraak non era semplicemente un gesuita che aveva prestato servizio presso l’Esercito delle Indie, ma era diventato, per gli uomini che lo avevano conosciuto, il «Padre di Aceh», una figura attraverso la quale potevano ricordare la propria esperienza e, insieme, il mondo nel quale quella esperienza aveva avuto luogo.

Per questa ragione, il loro ricordo non appare esagerato, ma espressione di una genuina ammirazione per la sua figura:

Hij en met hem zoovelen zijner „jongens”, wien hij tot troost en hulpe was, en die thans voor altijd rusten in vreemden bodem ver van hun vaderland, ook hij is heengegaan, maar de liefdevolle herinnering aan dien grooten mensch zal immer bij ons blijven voortleven.

Voor hem is in onze harten opgericht een eerezuil, een onuitwischbaar teeken, dat ons altijd zal doen gedenken den vaderlijken vriend, die met ons wist te leven, te strijden en te lijden.

Eere, driewerf eere, zij zijn naam!

Egli, e con lui tanti dei suoi «ragazzi», ai quali era stato conforto e aiuto e che ora riposano per sempre in terra straniera, lontano dalla loro patria, anch’egli è ormai scomparso; ma il ricordo affettuoso di quell’uomo straordinario continuerà a vivere per sempre tra noi.

Per lui è stata eretta nei nostri cuori una colonna d’onore, un segno incancellabile che ci farà sempre ricordare quell’amico paterno che seppe vivere, combattere e soffrire con noi.

Onore, tre volte onore, al suo nome!

Pastoor Verbraak, Sint Claverbond, Januari 1922, p. 104.

indie orientali olandesi padre verbraak 1922 cattolicesimo missione colonialismo. Sint Claverbond. 1922. Pastoor Verbraak.
Pastoor Verbraak, Sint Claverbond, Januari 1922, pp. 103-104.

Un secolo dopo, questo documento ci permette di osservare quella memoria da una distanza completamente diversa. Oggi la guerra di Aceh appartiene alla storia e può essere studiata attraverso categorie che nel 1922 non avevano ancora assunto la forma che conosciamo.

Ma proprio per questo il testo del Sint Claverbond conserva un valore particolare: ci mostra non come quella guerra sarebbe stata ricordata in seguito, ma come veniva ricordata quando gli uomini che l’avevano vissuta erano ancora abbastanza vicini agli eventi da poter parlare di essa come di una parte della propria vita.

E forse è proprio questa la ragione per cui, a distanza di un secolo, ha ancora senso ascoltare la voce della Oude Garde.


Letture Consigliate

  • Sint Claverbond. (1922, gennaio). Pastoor Verbraak. Sint Claverbond, 99-104.
  • Missbach, A. (2010). The Aceh War (1873-1913) and the influence of Christiaan Snouck Hugronje. In A. Graf, S. Schroter, & E. Wieringa (Eds.), Aceh: History, Politics and Culture (pp. 39 – 62). Institute of Southeast Asian Studies.
  • Reid, A. (1969). The contest for North Sumatra: Atjeh, the Netherlands and Britain, 1858–1898. Oxford University Press.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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