Nel panorama culturale indonesiano, dove il dibattito pubblico è spesso dominato da temi identitari, religiosi e nazionali, può accadere che un articolo apparentemente dedicato alla libertà di pensiero assuma un significato ben più ampio. È il caso di Merdeka Berpikir dan Berpikir Merdeka (“Libertà di pensare e pensiero libero”), pubblicato nell’agosto 2024 sulla rivista cattolica Majalah Inspirasi e firmato da Martinus Joko Lelono, un sacerdote dell’arcidiocesi di Semarang, docente presso l’Università Sanata Dharma.
A una prima lettura, il testo potrebbe apparire familiare anche a un pubblico occidentale. L’autore richiama infatti il valore del pensiero critico, della razionalità, del confronto tra idee, della responsabilità individuale e della capacità di distinguere i fatti dalle emozioni. Condanna il populismo, denuncia la post-verità (emozioni che prevalgono sui fatti nel dibattito pubblico) e invita a non attribuire automaticamente maggiore credibilità all’autorità religiosa rispetto all’evidenza empirica. Sono argomenti che, nel contesto europeo, appartengono ormai al lessico consolidato della cultura democratica e liberale.
Nel contesto indonesiano, tuttavia, l’articolo assume una portata diversa, in quanto l’autore critica apertamente la tendenza della società indonesiana a rifugiarsi in un pensiero definito “mistico” o “magico-religioso”, riprendendo le riflessioni di Tan Malaka e di Mochtar Lubis, tra i più importanti intellettuali indonesiani del Novecento. La logica messianica del Ratu Adil, l’attesa dell’uomo destinato a risolvere ogni problema, viene presentata come una delle cause della debolezza della cittadinanza, incapace di assumersi responsabilità dirette e di affrontare i problemi attraverso un processo graduale e razionale. La libertà, suggerisce il testo, non coincide con la semplice indipendenza politica, ma con la capacità di esercitare un giudizio autonomo.

Ancora più significativo appare il recupero della Polemik Kebudayaan degli anni Trenta, il grande dibattito sull’identità culturale dell’Indonesia avviato da Sutan Takdir Alisyahbana. L’autore ricorda senza esitazioni la celebre affermazione secondo cui l’Indonesia avrebbe dovuto “imparare dall’Occidente”, osservando come quella stagione intellettuale sia progressivamente scomparsa dalla memoria collettiva e dall’insegnamento scolastico. Non si tratta di una rivalutazione del colonialismo, ma della proposta di recuperare una tradizione di confronto culturale che riconosceva nella modernità occidentale alcuni strumenti utili alla costruzione della nazione.
Proprio questo passaggio contribuisce a delineare una proposta culturale alternativa rispetto alla narrazione dominante. Nella memoria pubblica indonesiana il periodo coloniale continua infatti a essere interpretato prevalentemente come una parentesi di oppressione dalla quale emanciparsi, mentre ogni possibile eredità istituzionale o culturale rimane spesso ai margini del dibattito. L’articolo invita invece a superare una lettura rigidamente dicotomica della storia, recuperando il valore del confronto e della complessità.
L’aspetto forse più interessante riguarda però il soggetto che propone questa riflessione. Non si tratta di un osservatore esterno né di un intellettuale laico, ma di un sacerdote cattolico che pubblica su una rivista ufficiale del mondo cattolico indonesiano. Il dato non autorizza naturalmente a identificare il testo con l’intero cattolicesimo indonesiano, realtà articolata e plurale, ma suggerisce comunque l’esistenza di una corrente culturale che intende offrire al Paese una diversa idea di cittadinanza.
In questa prospettiva può essere avanzata un’ipotesi interpretativa. Più che una contrapposizione confessionale tra cattolicesimo e islam, il testo sembra mettere implicitamente a confronto due differenti modelli di costruzione dello spazio pubblico. Da un lato emerge una concezione fondata sull’autonomia della coscienza, sul primato degli argomenti, sulla critica permanente e sulla verifica razionale delle affermazioni; dall’altro viene descritto un contesto sociale nel quale il prestigio dell’autorità, la deferenza verso il leader religioso, il sentimentalismo politico e la logica messianica tendono a prevalere sul libero esame delle idee.
È evidente che tale descrizione richiama alcune dinamiche presenti nella società indonesiana contemporanea, nella quale gli attori dell’islam maggioritario esercitano un’influenza significativa sulla formazione del discorso pubblico; l’autore, tuttavia, evita volutamente qualunque riferimento diretto a organizzazioni islamiche o a specifici protagonisti politici. La sua critica rimane deliberatamente sul piano culturale e antropologico piuttosto che su quello confessionale, permettendo al lettore di trarre autonomamente le proprie conclusioni.
È proprio questa scelta a conferire al testo una particolare forza argomentativa, e, invece di opporre una religione all’altra, l’articolo propone una diversa idea di uomo e, di conseguenza, una diversa idea di Indonesia. L’obiettivo non consiste tanto nel difendere gli interessi di una minoranza confessionale quanto nel suggerire un modello di cittadino capace di pensare criticamente, discutere razionalmente e assumersi la responsabilità del bene comune senza delegarla a figure salvifiche o ad autorità incontestabili.
In questa prospettiva, Merdeka Berpikir dan Berpikir Merdeka può essere letto come qualcosa di più di una riflessione filosofica, il tentativo di riaprire un dibattito sulla direzione culturale del Paese, recuperando tradizioni intellettuali spesso dimenticate e proponendo, con toni misurati ma inequivocabili, l’immagine di un’Indonesia diversa da quella che oggi domina l’immaginario pubblico. Non si tratta di un’Indonesia contrapposta alla propria storia o alla propria identità religiosa, bensì una nazione nella quale la forza degli argomenti possa prevalere sull’autorità, il pensiero critico sul conformismo e la libertà della coscienza sulla semplice obbedienza.
L’articolo testimonia come il cattolicesimo indonesiano non si limiti a rivendicare spazi di libertà per una minoranza confessionale, ma aspiri a incidere sul dibattito nazionale proponendo un diverso paradigma culturale. In una sfera pubblica spesso dominata dal confronto tra differenti interpretazioni dell’islam, questa prospettiva restituisce al cattolicesimo un ruolo di interlocutore intellettuale capace di elaborare una propria idea di Indonesia. È in questo senso che il testo può essere considerato innovativo: non perché proponga un’alternativa politica immediata, ma perché rimette al centro il primato della ragione critica come fondamento della convivenza civile, richiamando, per impostazione, alcune delle intuizioni che animavano il Madilog di Tan Malaka.
Paradossalmente, è proprio un sacerdote cattolico a riprendere oggi il progetto culturale di Tan Malaka, non per riproporne il materialismo, estraneo alla prospettiva cristiana, ma per recuperare l’idea che una nazione possa progredire soltanto formando cittadini capaci di pensare criticamente. Se il Madilog è rimasto soprattutto un patrimonio per élite intellettuali, questo articolo tenta di riportarne l’intuizione fondamentale nel dibattito pubblico contemporaneo, adattandola a una prospettiva umanistica e cristiana.

Il cattolicesimo, in questa prospettiva, cessa di essere soltanto una minoranza da tutelare e si propone come uno dei luoghi nei quali continua a essere elaborata un’idea alternativa di Indonesia, in linea con il celebre motto del vescovo Soegijapranata: “100% Cattolico, 100% Indonesiano”.

