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Nel panorama dell’Islam indonesiano del XX secolo, poche figure hanno incarnato con la stessa autorevolezza di KH Ali Mashum il legame tra tradizione religiosa, formazione degli ulama e impegno nella vita pubblica. Nato nel 1915 e formatosi nel mondo dei pesantren giavanesi, Ali Mashum fu una delle personalità più influenti della Nahdlatul Ulama (NU), ricoprendo incarichi di primo piano all’interno dell’organizzazione e dirigendo il prestigioso Pesantren Krapyak di Yogyakarta.

La sua autorevolezza non derivava soltanto dalle funzioni istituzionali ricoperte, ma soprattutto dalla reputazione acquisita come studioso, educatore e guida religiosa; per questa ragione, assume una particolare rilevanza la raccolta Ajakan Suci (Appello Sacro), pubblicata nel 1993 da NU, una serie di documenti che offre una preziosa testimonianza del suo pensiero. L’opera vide la luce in una fase particolarmente significativa della storia dell’organizzazione islamica; a quasi un decennio dalla decisione di ritornare al Khittah 1926, sancita nel congresso di Situbondo del 1984.

‘Appello Sacro’ di Ali Mashum (Foto Nahdlatul Ulama)

La scelta di non identificarsi più con un partito politico e di concentrarsi sulla predicazione islamica, aveva portato NU a ridefinire il proprio ruolo all’interno della società indonesiana. L’organizzazione aveva scelto di allontanarsi dalla competizione politica diretta per concentrarsi nuovamente sulla propria missione originaria, l’educazione religiosa, la formazione degli ulama, la predicazione islamica e il servizio sociale.

Questa trasformazione avveniva nel contesto del Nuovo Ordine del presidente Suharto, un sistema politico caratterizzato da una forte centralizzazione del potere e da un controllo significativo della vita pubblica; in tale quadro, il rapporto tra le organizzazioni islamiche e lo Stato rappresentava una questione delicata. Da un lato, la collaborazione con il governo appariva necessaria per garantire stabilità e consentire lo sviluppo delle attività religiose; dall’altro, emergeva il rischio che le organizzazioni sociali e religiose perdessero la propria autonomia, trasformandosi in semplici strumenti del potere politico.

È proprio all’interno di questa tensione che si colloca una delle riflessioni più interessanti di Ali Mashum. Nelle sue considerazioni, il miglioramento delle relazioni tra NU e il governo non viene presentato come un obiettivo politico in sé, ma nemmeno come una forma di adesione incondizionata alle autorità statali; esso appare invece come una necessità strategica finalizzata alla realizzazione della dawah islamica.

Storico Vessillo di Nahdlatul Ulama, 1926 (Foto Nahdlatul Ulama)

Per comprendere questa posizione è necessario ricordare la natura stessa di Nahdlatul Ulama, che, a partire dalla sua fondazione nel 1926,non nacque con l’obiettivo specifico per conquistare il potere politico, ma di preservare e diffondere la tradizione islamica sunnita, sostenere i pesantren e garantire la continuità dell’insegnamento religioso. La sua forza non derivava dal controllo delle istituzioni statali, ma dalla profondità del suo radicamento nella società, testimoniato da migliaia di scuole religiose, moschee, associazioni e reti di studiosi che costituivano il vero fondamento della sua influenza.

In questa prospettiva, il governo rappresentava un interlocutore importante ma non il centro dell’attività di NU. La collaborazione con le autorità era auspicabile nella misura in cui favoriva l’espansione dell’educazione islamica, la costruzione di nuove istituzioni, il miglioramento delle condizioni sociali e la diffusione dei valori religiosi nella società. Un rapporto armonioso con lo Stato poteva infatti creare un ambiente più favorevole alla predicazione, all’insegnamento e alle attività caritative.

La riflessione di Ali Mashum appare particolarmente significativa perché evita due estremi opposti. Da una parte, respinge implicitamente l’idea di uno scontro permanente tra organizzazioni islamiche e istituzioni statali; dall’altra, rifiuta una concezione subordinata della religione, nella quale gli ulama diventano semplici esecutori delle politiche governative. Il rapporto ideale proposto è invece quello della cooperazione, intesa come collaborazione tra soggetti distinti che condividono alcuni obiettivi di interesse pubblico pur mantenendo ruoli differenti.

In questo senso, il pensiero di Ali Mashum riflette una lunga tradizione del sunnismo tradizionale. Gli ulama hanno storicamente riconosciuto l’importanza dell’ordine sociale e della stabilità politica come condizioni necessarie per la vita religiosa della comunità, in quanto la diffusione dell’insegnamento islamico richiede sicurezza, continuità istituzionale e pace civile. La dawah non prospera facilmente in contesti segnati da conflitti permanenti o da una contrapposizione radicale tra autorità religiose e potere politico.


‘Appello Sacro’ di Ali Mashum (Foto Nahdlatul Ulama)

Questo non significa, tuttavia, che l’organizzazione religiosa debba rinunciare alla propria indipendenza. Al contrario, la possibilità stessa di instaurare un rapporto costruttivo con il governo presuppone l’esistenza di un soggetto autonomo, capace di agire sulla base delle proprie convinzioni e della propria missione. Nella visione di Ali Mashum, NU non deve essere un’estensione dello Stato, ma una forza sociale autonoma che collabora con esso quando ciò contribuisce al bene della comunità e allo sviluppo della vita religiosa.

Questa impostazione contribuisce a spiegare uno dei tratti più caratteristici della storia contemporanea di Nahdlatul Ulama; l’organizzazione ha spesso cercato di mantenere aperti i canali di dialogo con il potere politico senza identificarsi completamente con esso. La sua legittimità non deriva dalle istituzioni governative, ma dal rapporto con la società, con i pesantren e con gli ulama che ne costituiscono l’ossatura; è proprio questa autonomia a permetterle di cooperare con lo Stato senza perdere la propria identità.

A distanza di decenni, le riflessioni contenute in Ajakan Suci mantengono una notevole attualità, e mostrano come la relazione tra religione e politica possa essere concepita non nei termini della contrapposizione o della subordinazione, ma in quelli di una collaborazione orientata a obiettivi comuni. Per Ali Mashum, migliorare i rapporti con il governo non significava avvicinarsi al potere per conquistarlo; ma creare le condizioni affinché la missione fondamentale di Nahdlatul Ulama potesse essere svolta in maniera più efficace.

In questa prospettiva, la cooperazione con lo Stato non era il fine, ma uno strumento necessario, e una delle espressioni più significative della maturità istituzionale di Nahdaltul Ulama; denota la capacità di NU di operare in contesti che non le sono sempre favorevoli, allo scopo di acquisire una maggiore influenza nello spazio pubblico.

Allo stesso tempo, diventa evidente che nemmeno un apparato di potere come quello del Nuovo Ordine poteva prescindere dalla cooperazione con la principale organizzazione islamica del Paese, forte di un radicamento reale nel Paese, precedente l’avvento dell’Ordine Nuovo e della stessa indipendenza.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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