Ahok Islam Indonesia
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Islam Politico, Stato e Minoranze nell’Indonesia Contemporanea.



Dall’eredità autoritaria del Nuovo Ordine alle mobilitazioni islamiste del caso Ahok, l’Indonesia contemporanea rivela le profonde tensioni tra stabilità statale, islam politico, pluralismo religioso e memoria storica nel più grande paese musulmano del mondo.

From the authoritarian legacy of the New Order to the Islamist mobilizations surrounding the Ahok case, contemporary Indonesia reveals the deep tensions between state stability, political Islam, religious pluralism and historical memory in the world’s largest Muslim-majority nation.

Van de autoritaire erfenis van de Nieuwe Orde tot de islamistische mobilisaties rond de zaak-Ahok: het hedendaagse Indonesië toont de diepe spanningen tussen staatsstabiliteit, politieke islam, religieus pluralisme en historische herinnering in het grootste moslimland ter wereld.


Il Nuovo Ordine e la Gestione dell’Islam Politico

L’Indonesia contemporanea non può essere compresa senza analizzare l’eredità del Orde Baru di Soeharto, il regime autoritario che governò il paese dal 1966 al 1998. Dopo il trauma del 1965 e la distruzione del Partito Comunista Indonesiano, il nuovo sistema politico costruito da Soeharto si fondò su un obiettivo prioritario, impedire l’emergere di qualunque forza capace di competere con lo Stato centrale.

In questo quadro, anche l’islam politico venne considerato un potenziale fattore destabilizzante,e dunque, da tenere sotto stretto controllo statale; il regime non era anti-islamico in senso ideologico, ma riconosceva la religione maggioritaria come pilastro fondamentale della società indonesiana. Tuttavia, Soeharto rifiutava (in quanto temeva) che l’islam potesse trasformarsi in una forza politica autonoma,e concorrente rispetto alla sua guida autoritaria; per questo motivo il Nuovo Ordine limitò fortemente i partiti islamici, impose la Pancasila come ideologia obbligatoria, e subordinò le organizzazioni religiose all’autorità statale.

L’approccio del regime fu duplice, costituito sia da repressione che da cooptazione, e, per questa ragione, da una parte vennero controllati predicatori, movimenti studenteschi e reti islamiste radicali; dall’altra, lo Stato promosse un islam moderato e istituzionalizzato, compatibile con il nazionalismo indonesiano. Negli anni Ottanta lo stesso Suharto iniziò una graduale islamizzazione controllata della vita pubblica, sostenendo intellettuali musulmani e favorendo la crescita di organizzazioni religiose vicine al governo.

Il Presidente Soeharto (Foto Tempo)

Si pensi, in questo senso, alla creazione del Majelis Ulama Indonesia, che venne creato nel 1975 proprio da Soeharto come organo di legittimazione islamica e di controllo delle richieste provenienti dai musulmani indonesiani; si trattò di un atto tipico delle politiche del Nuovo Ordine, che creava organi statali o affiliati allo Stato, allo scopo di controllare la società.

Questo equilibrio produsse un paradosso storico, in quanto, mentre l’islam politico veniva depoliticizzato, la società indonesiana diventava progressivamente più islamizzata sul piano culturale. Le classi medie urbane adottavano simboli religiosi più visibili, aumentava la rilevanza dell’educazione islamica e si sviluppavano nuove reti di predicatori, associazioni e movimenti religiosi. In altre parole, l’Ordine Nuovo riuscì a controllare l’islam politico organizzato, ma non fermò la crescente centralità sociale dell’identità islamica.

Quando il regime crollò nel 1998, la democratizzazione liberò energie religiose e politiche rimaste a lungo compresse, e le reti islamiche emersero nello spazio pubblico con una forza che il sistema autoritario aveva nascosto ma non eliminato.


Il Caso Ahok come Crisi Nazionale

L’ascesa politica di Basuki Tjahaja Purnama rappresentò uno dei momenti più delicati della Indonesia post-Suharto. Governatore di Jakarta, cristiano e di origine cinese, Ahok incarnava simbolicamente una trasformazione profonda della società urbana indonesiana, segnata da meritocrazia tecnocratica, modernizzazione amministrativa e crescente integrazione delle minoranze nello spazio pubblico.

Tuttavia, proprio queste caratteristiche lo rendevano una figura estremamente sensibile nel contesto storico indonesiano. Durante l’era dell’Ordine Nuovo, infatti, la minoranza cinese aveva potuto prosperare economicamente, ma restando generalmente ai margini del potere politico simbolico. Ahok rompeva questo equilibrio implicito, in quanto egli non era soltanto un imprenditore o un tecnocrate, ma il governatore della capitale del paese musulmano più popoloso del mondo.

La crisi esplose nel 2016, quando alcune dichiarazioni di Ahok relative al versetto coranico al Maidah 51 vennero interpretate da gruppi islamisti come blasfeme. Da quel momento nacque una mobilitazione di massa senza precedenti nell’Indonesia democratica, guidata da reti islamiste e organizzazioni come il Front Pembela Islam.

Le grandi manifestazioni del movimento ‘212’ mostrarono la straordinaria capacità di mobilitazione dell’islam politico urbano, una caratteristica sottovalutata fino a quel momento.

Per lo Stato indonesiano, il caso Ahok rappresentò uno shock strategico. Non si trattava soltanto di una protesta religiosa, ma della dimostrazione che reti islamiche decentralizzate, amplificate dai social media e sostenute da leadership carismatiche, potevano esercitare un’enorme pressione politica sul governo centrale.

Quando Ahok venne condannato per blasfemia nel 2017, molte minoranze cristiane interpretarono la sentenza come una capitolazione dello Stato davanti alla mobilitazione religiosa di piazza.

Ahok entra nel Tribunale di Jakarta (Foto The Jakarta Post)

La notizia della sua condanna è stata riportata dalle principali testate del Paese asiatico, come The Jakarta Post;

Il Tribunale distrettuale di Jakarta Nord ha dichiarato colpevole il governatore uscente di Giacarta Basuki “Ahok” Tjahaja Purnama di blasfemia per aver suggerito che alcune persone avessero abusato di un versetto coranico per ostacolare la sua rielezione. Il collegio dei giudici guidato da Dwiarso Budi Santiarso ha condannato Ahok a due anni di carcere per il suo crimine. “Il convenuto Ir. Basuki Tjahaja Purnama alias Ahok è stato riconosciuto colpevole di aver commesso blasfemia,” ha detto Dwiarso. Ahok, il cui mandato termina in ottobre, ha detto che farà appello alla sentenza. Ahok è stato inizialmente accusato di blasfemia ai sensi dell’Articolo 156a del Codice Penale e di diffamazione di religiosi ai sensi dell’Articolo 156. Tuttavia, i pubblici ministeri hanno ritirato l’accusa di blasfemia nella loro richiesta di condanna, affermando che non c’erano prove che il governatore avesse commesso blasfemia.

Callistasia Anggun Wijaya, Ahok guilty of blasphemy, sentenced to two years, Ahok colpevole di blasfemia, condannato a 2 anni, The Jakarta Post, 9 Maggio 2017.

Il caso Ahok rappresentò uno dei momenti più significativi della storia politica indonesiana post-Soeharto, poiché mostrò la crescente capacità di mobilitazione dell’islam politico nello spazio pubblico democratico. La condanna del governatore di Jakarta non ebbe soltanto effetti immediati sul piano elettorale, ma assunse soprattutto una forte valenza simbolica e sistemica.

Un’altra testata nazionale, di orientamento islamico, come Repubblica, riporta la notizia della condanna dell’ex governatore in questo modo;

Il collegio giudicante nel processo per blasfemia contro il governatore di Giacarta Basuki Tjahaja Purnama, noto anche come Ahok, martedì 9 maggio ha condannato Ahok a due anni di carcere. I giudici hanno dichiarato Ahok legalmente colpevole di blasfemia.

Il collegio giudicante ha affermato che, sebbene l’incidente sia coinciso con le elezioni governative di Giacarta, il caso di blasfemia di Ahok non era correlato alle elezioni. Tuttavia, i giudici hanno sottolineato che si trattava a tutti gli effetti di un atto criminale di blasfemia.

Nel pronunciare il verdetto, il giudice ha preso in considerazione due elementi: le circostanze aggravanti e quelle attenuanti. La circostanza attenuante era la collaborazione e la disponibilità di Ahok a collaborare durante il processo.

(…)

Un fattore aggravante è la sua riluttanza ad ammettere la propria colpa. Inoltre, è stato dimostrato che Ahok ha offeso i musulmani con le sue dichiarazioni nelle isole Seribu il 27 novembre 2016.

Arif Satrio Nugroho, Bilal Ramadhan, Ahok Divonis 2 Tahun, Hakim: Pidana tidak Terkait Pilkada DKI, Ahok condannato a due anni di carcere, ha dichiarato il giudice: le accuse penali non sono collegate alle elezioni governative di Giacarta, Republika, 9 Maggio 2017.

Secondo il giudice, dunque, Ahok avrebbe dovuto ammettere di essere colpevole per essere scagionato, e questa ‘riluttanza’ viene considerata un fattore aggravante, nonostante le scuse repetentine del governatore e la sua condotta durante il procedimento giudiziario.

Considerando che il mandato di Ahok era ormai prossimo alla conclusione, la rilevanza politica immediata della sentenza potrebbe apparire relativamente limitata. Tuttavia, proprio il valore simbolico della condanna contribuì a trasformare il caso in un precedente cruciale nella memoria politica indonesiana contemporanea. La vicenda dimostrò infatti come mobilitazioni religiose di massa potessero esercitare una pressione significativa sulle istituzioni statali e sul sistema giudiziario.

Per molte minoranze religiose, e in particolare per una parte delle comunità cristiane indonesiane, il caso venne percepito come un segnale di vulnerabilità del pluralismo nazionale. Parallelamente, per ampi settori islamici conservatori, la sentenza rappresentò invece la conferma della centralità dell’identità religiosa nello spazio pubblico indonesiano.

Gli effetti più rilevanti del caso Ahok emersero dunque nel lungo periodo, in quanto esso modificò il rapporto tra religione e politica nella Indonesia democratica, rafforzò la prudenza politica delle minoranze cristiane e contribuì a consolidare, all’interno dello Stato, la percezione delle reti islamiche radicali come potenziali attori capaci di influenzare in modo diretto gli equilibri politici nazionali.

Il trauma fu soprattutto simbolico, in quanto, se un governatore potente, vicino al presidente e protetto formalmente dalle istituzioni poteva essere processato e incarcerato, allora nessuna minoranza poteva sentirsi completamente al sicuro.


Le Conseguenze sulle Chiese Protestanti e sullo Stato

Il caso Ahok modificò profondamente la percezione politica delle chiese protestanti indonesiane. Prima del 2016, molte comunità cristiane urbane ritenevano che la democratizzazione e la Pancasila avessero ormai consolidato un pluralismo relativamente stabile. Dopo il processo ad Ahok, questa convinzione iniziò a incrinarsi.

Le grandi chiese protestanti, comprese realtà riformate, evangeliche e pentecostali, evitarono quasi sempre retoriche apertamente conflittuali verso l’islam. Tuttavia, all’interno delle comunità cristiane si diffuse un senso di vulnerabilità molto più marcato. La convinzione che la sicurezza delle minoranze dipendesse dalla forza dello Stato centrale tornò a essere centrale, in modo non molto diverso da quanto accadeva durante il regime di Soeharto.

Il Governatore Ahok nella Cattedrale di Jakarta per le celebrazioni natalizie (Foto Detik News)

Di conseguenza, molte chiese adottarono strategie più prudenti, segnate da una minore esposizione politica diretta, e da una maggiore attenzione alla retorica costituzionale. A tali atteggiamenti si aggiunsero anche elementi come il rafforzamento delle reti educative e culturali cristiane, e una cooperazione più stretta con le istituzioni statali.

Parallelamente, anche il governo reagì in modo significativo. Dopo il trauma delle mobilitazioni 212, l’amministrazione di Joko Widodo iniziò a rafforzare il controllo sulle organizzazioni islamiste considerate destabilizzanti. Lo scioglimento di Hizbut Tahrir Indonesia e il successivo bando del FPI mostrarono un ritorno della logica securitaria tipica del Nuovo Ordine, anche all’interno di un sistema formalmente democratico.

Emerse una nuova fase della politica indonesiana, segnata da uno Stato democratico ma sempre più attento a impedire che reti religiose autonome potessero competere con il potere centrale. In questo senso, il caso Ahok segnò il ritorno di una vecchia ossessione dello Stato indonesiano, il timore che mobilitazioni ideologiche di massa possano minacciare la stabilità nazionale.


L’Eredità di Ahok e del Nuovo Ordine

A distanza di anni, l’eredità combinata del Orde Baru e del caso Ahok continua a influenzare profondamente l’Indonesia contemporanea. Entrambi gli eventi hanno rafforzato una convinzione fondamentale condivisa tanto dalle élite statali quanto da molte minoranze religiose. Si è rafforzata la convinzione che la stabilità del Paese dipende dalla capacità dello Stato di gestire e contenere le tensioni identitarie.

Il Governatore Ahok (Foto Republika)

Per le comunità protestanti, il caso Ahok ha lasciato una memoria di vulnerabilità che ha modificato la strategia pubblica del cristianesimo indonesiano; per questa ragione, molte chiese preferiscono privilegiare un atteggiamento che si basa su diversi elementi. Tra questi si possono menzionare il radicamento sociale, l’educazione, l’influenza culturale indiretta e una marcata discrezione politica.

Non si è verificata una radicalizzazione cristiana di massa, ma si è sviluppata una forma di “coscienza minoritaria” più prudente e realista rispetto a quanto avveniva prima del 2016.

Allo stesso tempo, anche la posizione dello Stato è cambiata, e, dopo il 2017 Jakarta ha compreso che l’islamismo radicale può trasformarsi in un concorrente politico reale. Per questo motivo il governo ha rafforzato strumenti securitari, un controllo più stringente delle organizzazioni radicali e una retorica pancasilista.

Tuttavia, diversamente da quanto accadeva nell’epoca di Soeharto, tali processi si inseriscono in una società più democratica, digitalizzata e molto più difficile da controllare.

Il grande paradosso dell’Indonesia contemporanea consiste proprio nel fatto che l’Orde Baru riuscì a contenere l’islam politico ma contribuì involontariamente all’islamizzazione culturale della società. Il caso Ahok ha rivelato quanto quelle trasformazioni fossero ormai profonde e radicate.

Di conseguenza, l’Indonesia attuale vive in un equilibrio delicato. Le grandi mobilitazioni islamiste del 2016–2017 non hanno distrutto il pluralismo indonesiano, ma ne hanno mostrato chiaramente la fragilità. Allo stesso tempo, la risposta dello Stato ha dimostrato che Jakarta non intende permettere l’emergere di movimenti capaci di sfidare apertamente l’autorità centrale.

In questo senso, il caso Ahok non è stato soltanto un episodio politico o religioso, ma è diventato uno spartiacque nella memoria collettiva dell’Indonesia post-Soeharto e una chiave essenziale per comprendere le tensioni tra islam, democrazia, nazionalismo e minoranze nel più grande paese a maggioranza islamica del mondo.


Letture Consigliate

  • Fealy, G., & White, S. (Eds.). (2008). Expressing Islam: Religious life and politics in Indonesia. ISEAS Publishing.
  • Lindsey, T., & Pausacker, H. (Eds.). (2016). Religion, law and intolerance in Indonesia. Routledge.
  • Wilson, I. D. (2017). The rise and fall of political gangsters in Indonesian democracy. In E. Aspinall & M. Mietzner (Eds.), Problems of democratisation in Indonesia (pp. 199–218). ISEAS Publishing.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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