Sabato 16 maggio 2026, nel centro di Modena, Salim El Koudri, 31 anni, italiano di seconda generazione con origini marocchine, ha lanciato la sua auto a forte velocità contro i pedoni in via Emilia, ferendo gravemente otto persone. Dopo l’impatto contro una vetrina, il soggetto ha tentato di fuggire accoltellando un passante, ma è stato bloccato e disarmato da persone che sono subito accorse sul posto.
L’uomo, laureato in Economia e senza precedenti penali, era seguito in passato per un disturbo schizoide della personalità; le autorità, a partire dal ministro dell’Interno, hanno escluso al momento il movente terroristico, riconducendo il gravissimo gesto a un grave disagio psichico. Le indagini, tuttavia, sono ancora in corso; dispositivi elettronici, profili social (oscurati da Meta) e cartelle cliniche sono sotto esame, e da questo materiale potrebbero emergere nuovi elementi che modificano l’ipotesi accusatoria iniziale.

L’episodio, tuttavia, solleva una questione più ampia e delicata per la sicurezza europea, quella del profilo del musulmano ‘nominale’, colui/ei che è tale solo per nascita e origini familiari, senza una pratica religiosa visibile. Nel caso di El Koudri, testimoni e indagini preliminari indicano che non frequentava moschee, non osservava il Ramadan e non mostrava segni di devozione comunemente associati alla religione islamica.
Allo stesso tempo, non è stato trovato materiale religioso o jihadista presso la sua abitazione, anche se il modus operandi, un veicolo a motore usato come arma contro civili innocenti, ha immediatamente evocato gli attentati ispirati dall’ISIS negli ultimi quindici anni.
Questo fenomeno non è nuovo, in quanto sono diversi gli autori di attentati jihadisti in Europa (da Nizza a Berlino, fino a vari casi di “lupi solitari”) che non erano praticanti regolari prima della radicalizzazione. Spesso si trattava di giovani secolarizzati, con storie di marginalità, piccoli reati o vuoti esistenziali e identitari; in questi casi, la radicalizzazione avveniva rapidamente, spesso online, offrendo un’identità forte, un senso di appartenenza e una narrazione semplice di vendetta contro una società percepita come ostile.
La crisi identitaria delle seconde e terze generazioni, poi, gioca un ruolo centrale, in quanto persone nate e cresciute in Europa, culturalmente ‘ibride’, non si sentono pienamente parte della società ospitante, ma nemmeno di quella del paese d’origine dei genitori.

Si tratta di una situazione che pone particolari problemi per la sicurezza, in quanto i soggetti non osservanti sfuggono più facilmente al monitoraggio basato su indicatori visibili come la frequentazione di moschee e centri culturali ‘radicali’ o conservatori/salafiti. La radicalizzazione silenziosa, alimentata dalla propaganda digitale, problemi mentali o frustrazioni personali (disoccupazione, senso di rifiuto), diventa più difficile da intercettare.
Pertanto, può succedere che il confine tra la patologia psichiatrica e l’emulazione ideologica risulti sfumato; un gesto folle (come quello recente di Modena) può essere ‘ispirato’ da modelli jihadisti senza però configurare un’organizzazione strutturata o la presenza di un intento ideologico chiaro o desumibile con un ragionevole livello di certezza.
L’Italia, grazie a una comunità musulmana relativamente più recente e meno ghettizzata rispetto a quanto si osserva in altri Paesi europei, come Francia o Belgio, ha finora registrato un rischio inferiore per il radicalismo islamico. Il caso recente di Modena, tuttavia, segnala e ricorda che la minaccia può manifestarsi in forme ibride e imprevedibili, difficilmente catalogabile nelle categorie giuridiche e securitarie esistenti.
Le forze di intelligence e sicurezza sono coscienti di questo problema, che richiede indicatori multipli per essere adeguatamente monitorato, come cambiamenti comportamentali improvvisi, consumi online, isolamento sociale, mix di fragilità psichica e un background migrante. Si tratta di elementi che sono difficilmente monitorabili, ma che devono essere considerati in aggiunta alla pratica religiosa, un indicatore che potrebbe non essere più sufficiente per intercettare le manifestazioni più recenti del radicalismo islamico.

In attesa che le indagini su Modena definiscano con chiarezza il movente di questo gesto criminale, l’episodio invita a una riflessione matura; ridurre il problema alla sola ‘follia’ o, al contrario, a un automatismo etnico-religioso sarebbe ugualmente fuorviante. Una prevenzione efficace, al contrario, richiede un approccio integrato, che ponga una maggiore attenzione alla salute mentale nelle fasce vulnerabili. A questo elemento si deve aggiungere il contrasto alla radicalizzazione online e la promozione di un’integrazione reale che riduca i vuoti identitari, senza ingenuità e/o strumentalizzazioni.
La sicurezza nazionale dipende proprio dall’attenzione per aspetti che nel passato recente ricevevano una scarsa attenzione. Le indagini sul caso di Modena, del resto, sono appena iniziate, e non è possibile escludere a priori la motivazione ideologica e/o religiosa alla base di questo gesto criminale che rimane comunque gravissimo, a prescindere dalla sua collocazione giuridica.
Si può considerare un precedente, quello di Alagie Touray, che nel 2018 (a Napoli) aveva progettato un attentato mediante un auto da lanciare sulla folla, e che aveva però giurato fedeltà al ‘Califfato ISIS‘, per poi essere tratto in arresto prima di poter attuare il suo piano. Di conseguenza, in questo caso si poteva parlare di una finalità terroristica evidente; oltre al video in cui il sospetto giurava fedeltà al ‘Califfato’, gli investigatori hanno rinvenuto anche chat e legami con terroristi, oltre a istruzioni per attuare l’attentato.
Il caso di Modena, dunque, sembra destinato ad avere conseguenze che si estendono ben oltre le particolari contingenze, e potrebbe concorrere a ridefinire l’approccio alla sicurezza e alla radicalizzazione islamica in Italia e altrove.

