Nel discorso pubblico occidentale si tende spesso a distinguere tra un islam “moderato” ed un islam “estremista”, o radicale; questa separazione ha una certa utilità, ma nasconde una realtà teologica e politica più profonda. Il suprematismo islamico non è una dottrina marginale riservata ai jihadisti, ma un pilastro centrale della tradizione islamica classica, accettata anche da coloro che si oppongono al terrorismo islamico di gruppi come Al Qeda e ISIS.
Muhammad Ali Al-Shabuni, uno dei più rispettati esegeti coranici sunniti del secolo scorso, ne è un esempio chiaro; le sue opere, diffuse anche in Indonesia, affermano senza ambiguità la superiorità dell’islam (sunnita) su tutte le altre religioni. Shabuni, coerentemente con la dottrina islamica classica, afferma la necessità di far prevalere la shariah e la distinzione gerarchica tra musulmani e non musulmani. I cristiani, in quanto “Gente del Libro”, ricevono un trattamento migliore dei politeisti ‘puri’, ma restano comunque in una posizione chiaramente subordinata; nel migliore dei casi essi sono ospiti tollerati in una terra a maggioranza islamica, non cittadini con diritti pienamente uguali, come avviene in Indonesia appunto.

Questa visione non appartiene solo ai salafiti radicali, ma è condivisa, a diversi livelli, dalla maggior parte degli ulama tradizionali. Anche in paesi considerati “moderati” come l’Indonesia, patria di Nahdlatul Ulama e del pluralismo asiatico (Pancasila), si perpetua questo modello. Riviste come Majalah Langitan, legate a importanti pesantren (collegi islamici), ospitano e diffondono il pensiero di studiosi come Al-Shabuni.
Secondo i leader del Pesantren Langitan,
Anche se si trova in età avanzata, il suo entusiasmo per dedicarsi alla conoscenza è straordinario. Fino ad ora, il Presidente degli Ulama siriani continua a preparare commenti (syarah) su alcuni dei suoi libri di hadith più importanti, come Syarah Bukliari, Syarah Muslim, Syarah Turmudzi, e così via. Questo è stato fatto dopo che ha completato alcune opere nel campo della tafsir, tra cui quella fenomenale di Tafsir Shaf\vatut Tal’asir, uno dei migliori tafsir del suo tempo.
Lui è il Syaikh Prof. Dr. Ali Ash-Shabuni. Una persona che si è dedicata con passione alla diffusione della verità e della giustizia, due principi fondamentali nella sua vita. Sebbene entrambe queste cose lo abbiano portato a essere ‘esiliato’ dal governo tirannico della sua patria, la Siria. Attraverso l’asilo politico dall’Arabia Saudita e dalla Turchia, ha vissuto una vita difficile fino ad oggi, che dura da 40 anni.
Si promuove dunque un jihad culturale paziente: espansione demografica, islamizzazione graduale della società, pressione sociale contro apostasia, blasfemia e “valori occidentali”.
Faqib, A. M. (2013). Edisi Istimewa. Narasumber Istimewa. (Edizione Speciale. Relatore Speciale)., Majalah Langitan, 48, p. 3.
Una rivista considerata moderata, dunque, vicina a Nahdlatul Ulama, dichiara apertamente di lottare (jihad) contro i valori dell’Occidente (come la democrazia), la ‘blasfemia’ (libertà di espressione), e l’apostasia (libertà di religione). E’ vero che si tratta di una rivista espressa da un pesantren e che non è la posizione ufficiale di NU; tuttavia, le posizioni espresse sono condivise dalla comunità islamica indonesiana.
Lo stesso sapiente saudita afferma che la jihad armata è riservata ai ‘nemici dell’islam’, senza specificare i confini di questo concetto, e che la jihad non armata, ma comunque violenta (in senso ampio) non è solamente permessa, ma obbligatoria per un musulmano (vero, non solo di nome, secondo la sua concezione).
Proprio su Majalah Langitan si può leggere, nell’intervista a Shabuni, che
Come facciamo jihad? (domanda dell’intervistatore, ndr)
Il jihad è chiamare l’umanità all’Islam. Il jihad non è terrore o spargimento di sangue. Perché il versamento di sangue è riservato solo agli infedeli che ci combattono e ci fanno del male (Harbiy). Il significato del jihad stesso è quello di estrarre l’umanità dall’oscurità verso la luce. Questo è quanto affermato nel messaggio portato dal Profeta Muhammad (…) Allah ha detto (citazione di un testo coranico di supporto alla sua tesi, da me omesso, ma presente nel testo originale, ndr). La religione rafforza, salva e spera nel bene.
Menulis kitab Tafsir lebih dari lima tahun, (Scrivere un libro di Tafsir per più di 5 anni), Majalah Langitan, 48, 2013, p. 9.
Il concetto di “nemici dell’Islam” (o oppressori, o blasfemia) è particolarmente insidioso perché elastico, e può includere chi attacca militarmente i musulmani, ma anche chi critica l’islam, chi difende la laicità dello Stato, chi promuove l’uguaglianza piena tra religioni o chi si oppone alla shariah (ad alcune sue disposizioni in pratica). In questo schema, i cristiani, soprattutto quando diventano numericamente consistenti o influenti, possono facilmente passare da “protetti” a “minaccia” da sconfessare e contro cui lottare.

Le conseguenze sono concrete e gravi, e possono essere osservate quotidianamente, come la discriminazione sistemica, la limitazione della libertà di coscienza, la violenza legale o extralegale contro ‘apostati’ e ‘blasfemi’, le difficoltà per le minoranze religiose, e un concetto di cittadinanza a due (o più) velocità. Tale situazione non richiede bombe o attentati, ma è sufficiente mantenere intatto il quadro teologico-politico tradizionale, implementato da regolamenti e pratiche burocratiche che attuano concretamente il suprematismo islamico.
L’Indonesia dimostra che è possibile essere “moderati” nel senso di non esportare terrorismo su larga scala, pur rimanendo saldamente ancorati a un modello di supremazia islamica; si tratta, evidentemente, di una moderazione di metodo, ma che non modifica l’obiettivo finale. Anche se l’Indonesia, probabilmente, non diventerà uno Stato islamico in senso stretto, il suo statuto islamico, seppure parziale, è già presente nelle aree (la maggior parte) in cui l’islam è maggioranza.
Si tratta di una situazione che non è affatto casuale, ma che dipende dall’accettazione diffusa di un modello politico e religioso in cui l’islam è la principale fonte di legittimazione, spesso implicita, ma sempre presente.

