giurisprudenza islamica fiqh
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In Indonesia, patria della più grande comunità musulmana al mondo, una posizione fiqih tradizionale – quella che sconsiglia o vieta ai musulmani di entrare nelle chiese senza necessità – solleva un interrogativo profondo: fino a che punto la “protezione della fede” rafforza l’identità religiosa e fino a che punto alimenta distanza e sospetto verso i cristiani?

In the world’s largest Muslim-majority country, a classical fiqh position discouraging Muslims from entering churches raises a critical question: how much does the sincere intention to “protect faith” actually foster social distrust toward Christians?

In Indonesië, het land met de grootste moslimbevolking ter wereld, roept een traditionele fiqh-positie die moslims ontmoedigt kerken te betreden zonder noodzaak een fundamentele vraag op: in hoeverre versterkt de oprechte wens om “het geloof te beschermen” ook wantrouwen en afstand ten opzichte van christenen?


L’Asimmetria della Giurisprudenza Islamica Classica

Nella giurisprudenza islamica (fiqh), in particolare nel mazhab (scuola/filone) Syafii, prevalente in Indonesia e seguito da gruppi/istituzioni come la Madrasah di Banjarmasin, esiste una divergenza (khilaf) significativa sul tema del “memasuki tempat ibadah agama lain”, entrare nei luoghi di culto non musulmani.

La posizione più rigorosa, sostenuta da autori (considerati) classici come Imam ar-Ramli nel Nihayat al-Muhtaj, considera haram (proibito) o makruh tahrimi (fortemente sconsigliato, vicino al proibito) entrare in una chiesa quando vi sono presenti immagini, statue o croci (taswir). Il motivo principale (dichiarato) è duplice, evitare il ‘rischio’ di shirk (associazionismo) e prevenire la tasyabbuh (imitazione delle pratiche altrui). Altri ulama Syafi’i richiedono almeno un permesso esplicito dai ‘proprietari’ della chiesa, ovvero il sacerdote, pastore, o consiglio ecclesiastico, a seconda dei casi.

Al contrario, i mazhab Maliki e Hanbali, insieme a una parte degli stessi Syafii, tendono a esprimere una visione più permissiva, considerando l’azione makruh (sconsigliata) o addirittura permessa in presenza di una necessità legittima (hajah), come motivi di lavoro, studio, dialogo interreligioso o emergenza.

Questa regola è, tuttavia, asimmetrica, e, mentre per i musulmani l’entrata nelle chiese è spesso vista con cautela, l’entrata dei non musulmani nelle moschee (tranne la Masjidil Haram a La Mecca) è generalmente più accettata, purché gli ospiti rispettino le regole del luogo (in termini di abbigliamento, ecc.). Questa asimmetria teologica, radicata in una preoccupazione prioritaria per la tutela del tawhid (unità divina), costituisce il nucleo dottrinale della discussione teologica.


Radici Storiche: Colonialismo e “Kristenisasi”

Il sospetto verso i cristiani e i loro luoghi di culto, come le chiese, non nasce solamente dall’approccio teologico maggioritario; in questo senso, un ruolo fondamentale deve essere riconosciuto alla memoria storica del periodo coloniale olandese (XVI secolo – 1942/1945). L’espansione del cristianesimo in Indonesia avvenne spesso in parallelo con l’avanzata della VOC e successivamente (dal 1800) del governo coloniale olandese. I missionari protestanti e cattolici godevano talvolta di protezione o sostegno indiretto dalle autorità coloniali, specialmente quando si trattava di contrastare i movimenti nazionalisti musulmani emergenti, come Nahdlatul Ulama fondata nel 1926.

Molti musulmani indonesiani vissero (e ancora ricordano) questa fase come un doppio attacco, allo sfruttamento economico si aggiunge la percezione del tentativo di indebolire l’islam attraverso la “kristenisasi”. Espressioni come “Kristen datang bersama penjajah” (i cristiani arrivarono insieme ai colonizzatori) rimangono vive nel discorso pubblico tradizionale. In questo contesto, la chiesa non è percepita soltanto come luogo di culto di un’altra fede, ma anche come simbolo storico di dominazione esterna e di minaccia all’identità islamica.

Questa equazione inconscia, (cristiano ≈ occidentale ≈ colonizzatore), si sovrappone alla regola del fiqh islamico, rendendola più carica emotivamente di quanto non sia in contesti puramente teologici.


Conseguenze Sociali: Protezione della Fede o Distanza?

Una norma pensata, ufficialmente, per “proteggere l’aqidah” (la fede islamica) produce inevitabilmente effetti collaterali sociali. Negli ambienti sunniti tradizionali, come la Madrasah di Banjarmasin, l’enfasi sulla precauzione (ihtiyat) viene presentata in modo didattico; si pone l’accento sul fatto che non si tratta di odio verso le persone cristiane, ma di evitare luoghi che potrebbero ‘indebolire’ la distinzione tra islam e altre religioni.

Tuttavia, quando questa posizione esce dal circolo ristretto degli sapienti islamici e si diffonde attraverso ceramah (discorsi ufficiali), majelis (istituzioni islamiche) e social media, tende a rafforzare una diffidenza generalizzata. Il passaggio da “evitare la chiesa” a “tenersi a distanza dai cristiani” è sottile ma reale, e avviene in maniera pressoché automatica ed inconscia; in regioni più conservatrici come Aceh, poi, dove la Sharia ha uno statuto legale, la pressione sociale informale è ancora più intensa, anche se non sempre supportata da sanzioni penali dirette.

D’altra parte, l’Indonesia promuove da decenni, non senza una vena propagandistica, il principio di kerukunan umat beragama, convivenza armonica tra le religioni, che però viene interpretata in senso gerarchico, con l’islam che preserva una supremazia rispetto alle altre confessioni religiose.

Questo crea una tensione costante tra fedeltà alla tradizione fiqh ‘classica’ e necessità pratica di convivenza in un paese plurireligioso. Molti musulmani indonesiani mantengono buoni rapporti di vicinato, lavoro e amicizia con i cristiani, ma il dibattito sul “masuk gereja” (entrare in chiesa) riemerge periodicamente, rivelando quanto la questione rimanga sensibile, specialmente negli ambienti più conservatori.


Riflessioni Finali: Tra Identità e Convivenza

Il caso indonesiano illustra un dilemma classico delle società pluralistiche, quello di bilanciare il diritto di una comunità maggioritaria a preservare la propria integrità dottrinale (e identitaria) con l’esigenza di costruire fiducia reciproca con le minoranze.

La posizione restrittiva del fiqh tradizionale Syafii non è animata necessariamente da ostilità, ma dalla convinzione che certi confini simbolici siano necessari per mantenere viva la fede in un contesto di pluralismo. Tuttavia, quando tali confini si caricano di memorie coloniali e paure di “kristenisasi”, rischiano di trasformarsi in barriere che ostacolano il dialogo autentico.

La soluzione non consiste nel negare le divergenze teologiche, che sono sempre esistite, e nemmeno nell’adottare un relativismo estremo, ma in una maggiore capacità di distinguere tra regola religiosa (che riguarda la coscienza del credente) e convivenza civile (che riguarda i diritti e i rapporti sociali). In Indonesia, il Paese che ha fatto della “Bhinneka Tunggal Ika” (Unità nella Diversità) il proprio motto, questa distinzione rimane una sfida aperta e controversa.

La regola religiosa, che vieta l’ingresso in una chiesa, anche quando essa rappresenta un monumento oltre che un luogo di culto attivo, può generare incomprensioni che mettono a rischio la tenuta del tessuto sociale. La ‘difesa’ della propria identità indonesiana (sebbene i cristiani siano comunemente riconosciuti come pienamente indonesiani), spesso prevale, rafforzata da una percezione condivisa.


Letture Consigliate

  • Mujiburrahman. (2008). Feeling threatened: Muslim-Christian relations in Indonesia’s new order. Amsterdam University Press.
  • Van Klinken, G. (2003). Minorities, modernity and the emerging nation: Christians in Indonesia, a biographical approach. KITLV Press.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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