Malesia Suprematismo islamico soft
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La Malesia rappresenta uno dei casi più interessanti e ambigui del mondo contemporaneo: un Paese multi-etnico e multi-religioso (circa 63-65% musulmani sunniti, prevalentemente malesi, 18-19% buddisti, 9% cristiani, 6% indù) che si presenta all’estero come modello di “Islam moderato”. Al suo interno, tuttavia, il Paese ha sviluppato un suprematismo islamico istituzionale “soft”, graduale, burocratico e culturale. Non si tratta di jihadismo violento in stile ISIS, ma di un processo di islamizzazione coerente sostenuto dallo Stato, che posiziona l’Islam come cornice superiore della vita pubblica e nazionale.

Malaysia represents one of the most interesting and ambiguous cases in the contemporary world: a multi-ethnic and multi-religious country (approximately 63-65% Sunni Muslims, predominantly Malay, 18-19% Buddhists, 9% Christians, and 6% Hindus) that presents itself internationally as a model of “moderate Islam”. However, domestically, the country has developed a “soft” institutional Islamic supremacism — gradual, bureaucratic, and cultural. It is not violent jihadism in the style of ISIS, but a consistent, state-supported process of Islamisation that positions Islam as the superior framework for public and national life.

Maleisië is een van de meest interessante en ambigue gevallen in de hedendaagse wereld: een multi-etnisch en multi-religieus land (ongeveer 63-65% soennitische moslims, voornamelijk Maleiers, 18-19% boeddhisten, 9% christenen en 6% hindoes) dat zich internationaal presenteert als een model van “gematigde islam”. Binnenlands heeft het land echter een “zachte” institutionele islamitische suprematie ontwikkeld — geleidelijk, bureaucratisch en cultureel. Het gaat niet om gewelddadig jihadisme in de stijl van ISIS, maar om een consistent, door de staat ondersteund proces van islamisering dat de islam positioneert als het hogere kader voor het openbare en nationale leven.


Le Basi Costituzionali

L’Articolo 3 della Costituzione federale malese dichiara che “Islam is the religion of the Federation”, pur aggiungendo che “altre religioni possono essere praticate in pace e armonia”.

Religion of the Federation

3. (1) Islam is the religion of the Federation; but other religions may be practised in peace and harmony in any part of the Federation.

Contrariamente a quanto avviene in altri Stati, in Malesia la religione viene trattata estensivamente a partire dalla Costituzione; sono ben 5 i commi del Terzo Articolo della Costituzione del 1957 (emendata più volte), e non si limitano a stabilire l’islam come religione ufficiale. Al contrario, l’islam viene immediatamente legato al governo del Paese, in quanto ai Sultani (formalmente governatori degli Stati federali) sono anche i responsabili religiosi ultimi (nello Stato), oltre a detenere il potere politico.

Si tratta del compromesso che nel 1957 ha permesso la nascita di un Paese indipendente, federale e decentrato; il Re, in questo senso, agisce come rappresentante e garante della nazione, ma formalmente egli ha poteri anche religiosi. La religione non ha dunque un valore simbolico, come avviene in Indonesia, ma anche istituzionale, e le dinamiche che si osservano rispetto alle minoranze derivano proprio dal carattere espressamente islamico della Malesia.

Diversi primi ministri, come Mahathir Mohamad nel 2001, Abdullah Badawi e Najib Razak, hanno dichiarato pubblicamente che la Malaysia è già uno Stato islamico (“Islamic state”), pur mantenendo formalmente un sistema duale, corti civili per tutti e tribunali coranici per i musulmani in materia personale e familiare, e, in parte anche penale.

A differenza della confinante Indonesia, dunque, la Malesia nasce con un carattere islamico esplicito, che determina, di fatto, uno Stato islamico, anche se formalmente il Paese rimane una monarchia federale.

Si considerino queste dichiarazioni dell’allora Primo Ministro Mahathir Mohamed, riportate dalla stampa regionale nel 2001;

“…Umno wishes to state loudly that Malaysia is an Islamic country.  This is based on the opinion of ulamaks who had clarified what constituted an Islamic country.  If Malaysia is not an Islamic country because it does not implement the hudud, then there are no Islamic countries in the world.

“If Umno says that Malaysia is an Islamic country, it is because in an Islamic country non-Muslims have specific rights.  This is in line with the teachings of Islam.  There is no compulsion in Islam.  And Islam does not like chaos that may come about if Islamic laws are enforced on non-Muslims.”

(…)

“…There is no inconsistency in the claim that Malaysia is an Islamic state. It may not say so in the Constitution or in its name. But in its beliefs and practices it is Islamic.

“Malaysia never declared itself to be a secular state in its Constitution or anywhere else.” 

“…Umno (Partito malese, allora sostenitore del Primo Ministro, ndr) desidera affermare chiaramente che la Malaysia è un paese islamico.  Questo è basato sull’opinione degli ulamaks che hanno chiarito cosa costituisce un paese islamico.  Se la Malesia non è un paese islamico perché non implementa l’hudud, allora non ci sono paesi islamici nel mondo.

“Se l’Umno dice che la Malesia è un paese islamico, è perché in un paese islamico i non musulmani hanno diritti specifici.”  Questo è in linea con gli insegnamenti dell’Islam.  Non c’è costrizione nell’Islam.  E l’Islam non gradisce il caos che potrebbe sorgere se le leggi islamiche venissero imposte ai non musulmani.

(…)

“…Non c’è incoerenza nell’affermazione che la Malesia è uno stato islamico. Potrebbe non dirlo nella Costituzione o nel suo nome. Ma nelle sue credenze e pratiche è islamica.

Greg Lopez, Thinking of Malaysia as an Islamic state — Part 3, Malaymail, 1 Giugno 2017

Nel 2016, il leader del PAS (altro partito islamico) ha rilasciato dichiarazioni simili, confermando il fatto che ci si trova di fronte ad una dottrina precisa, e non ad un’interpretazione occasionale, sebbene autorevole.


La Dottrina del JAKIM

L’ente chiave di questo suprematismo soft è il JAKIM (Jabatan Kemajuan Islam Malaysia), un’agenzia federale potente che controlla i sermoni ufficiali del venerdì (khutbah), le certificazioni halal, l’educazione islamica, le fatawa e orienta l’opinione pubblica musulmana.

Le khutbah ufficiali, come quella del 30 gennaio 2026 sui Federal Territories (“Takwa Memakmur Wilayah”), esemplificano perfettamente questo approccio; in questo caso, ma non solo, la taqwa (pietà islamica, timore e obbedienza ad Allah) viene presentata come l’unica vera garanzia di prosperità nazionale. Lo sviluppo materiale (infrastrutture, economia) è secondario, in quanto senza taqwa il benessere è “fragile” (rapuh; il messaggio implicito è chiaro, e, secondo questa dottrina, solo l’Islam ortodosso sunnita, praticato ‘correttamente’ dai malesi, può assicurare il successo collettivo del Paese.

Nel sermone ufficiale del 30 Gennaio 2026, si afferma esplicitamente che:

Una regione non prospererà veramente solo con edifici imponenti e una pianificazione accurata, ma con persone che sono devote, affidabili e civili. Quando i valori della pietà (taqwa islamica, ndr) fioriscono nei cittadini, la fiducia viene onorata in ogni ruolo, e la buona educazione (sempre in senso islamico, ndr) viene mantenuta nelle parole e nelle azioni, allora questa regione diventerà un luogo sicuro, prospero e benedetto (da Allah, come ricompensa della fedeltà all’islam, ndr)
In occasione di questa Giornata dei Territori Federali, valutiamo il nostro ruolo come funzionari pubblici, lavoratori, commercianti, capi famiglia e membri della comunità. Ogni contributo onesto, ogni fiducia adempiuta con sincerità e ogni rispetto mantenuto nella diversità, tutto contribuisce alla vera prosperità della regione.
Questo è il significato di una regione benedetta: non solo progredisce esteriormente, ma è anche tranquilla e prospera interiormente.

JAKIM, Teks Khutbah. Tajuk: Takwa Memakmur Wilayah (Testo del sermone islamico: La Taqwa come fonte della prosperità dei Territori (Stati della Federazione Malese), Tarikh Dibaca (data della consultazione): 11 SYAABAN 1447H /30 January 2026.

Sebbene ci sia un vago riferimento alla ‘diversità’, dal tenore del testo, sia riportato che non, si evince chiaramente che si tratta di una formula burocratica, ufficiale, di cortesia, ma che non modifica (né intende farlo) l’impianto e il messaggio del testo, del resto già espresso a varie riprese.

Non si tratta di un episodio di estremismo e/o radicalismo, marginale e stigmatizzato, ma della narrazione ufficiale e istituzionale, diffusa settimanalmente in migliaia di moschee con il sostegno e l’approvazione dello Stato. Una narrazione ricorrente, del resto, che si può ritrovare in altre kutbah pubblicate sul sito del JAKIM, che configura una vera e propria dottrina, ribadita e confermata anche da altri attori sociali di primo piano.


Il Suprematismo Soft nella Pratica

Il suprematismo malese,nel senso chiarito nei paragrafi precedenti, si manifesta in diversi modi, “soft” ma pervasivi (e efficaci):

  • Ketuanan Melayu-Islam: l’idea che i malesi musulmani siano i “padroni” (tuan) naturali della terra (tanah Melayu). Le politiche ‘Bumiputera’ garantiscono quote preferenziali a malesi/musulmani in istruzione, impiego pubblico, appalti e proprietà, svantaggiando cinesi (prevalentemente buddisti/cristiani) e indiani (prevalentemente indù).
  • Sistema legale duale: i musulmani sono soggetti alle corti shariah in materia di matrimonio, divorzio, eredità, apostasia e “reati” religiosi (khalwat, mancato digiuno, ecc.). L’apostasia per un malese (definito costituzionalmente musulmano per nascita) è di fatto impossibile o estremamente rischiosa; in alcuni stati come Kelantan e Terengganu è teoricamente punibile con la morte, anche se tale sanzione non viene di fatto applicata.
  • Restrizioni sul proselitismo: la Costituzione permette di controllare o proibire la diffusione di dottrine religiose non islamiche tra i musulmani. Convertire un musulmano ad un’altra fede è reato, ma la conversione all’islam è facilitata e di fatto irreversibile (casi di conversione unilaterale di minori da parte di un genitore musulmano hanno creato drammi familiari).
  • Uso dello spazio pubblico: difficoltà nel costruire o mantenere templi indù e chiese (molti templi indù storici sono stati demoliti o spostati); divieto per i non musulmani di usare la parola “Allah” in certi contesti. Pressione sociale affinché la società si adegui alle sensibilità islamiche (abbigliamento, musica, alcol, eventi misti) della maggioranza, appplicando la shariah anche ai non musulmani.
  • Educazione e cultura: forte enfasi sull’educazione islamica, sermoni che legano prosperità nazionale esclusivamente alla taqwa (come quello citato in precedenza), e crescente influenza del partito PAS (islamista) negli stati della costa orientale.

Nel loro insieme, questi elementi configurano un suprematismo “soft” perché non prevede persecuzioni attive e violente, ma essa è, nondimeno, strutturale e sistematica, e crea una gerarchia religiosa ed etnica di fatto, dove i musulmani malesi occupano la posizione superiore e incontestata della società.

Inoltre, si suppone che i malesi siano musulmani, configurando una sorta di nazionalismo religioso che in parte esiste, meno strutturato ed esplicito, in Indonesia.


Ricadute sulle Minoranze Religiose

Le conseguenze per cristiani, indù, buddisti e altre minoranze sono concrete e documentate da rapporti internazionali (USCIRF, Open Doors, Minority Rights Group, rapporti del Dipartimento di Stato USA), che pongono in risalto abusi sistematici, come:

  • Discriminazione istituzionale: minori opportunità di lavoro pubblico e avanzamento di carriera. I non musulmani sono, di fatto, cittadini con minori diritti e opportunità rispetto alla maggioranza malese/musulmana.
  • Pressione familiare e sociale: conversioni forzate o unilaterali di bambini, contese per la custodia dopo la conversione di un genitore, difficoltà per i convertiti dall’islam (shunning familiare, pressione psicologica, counseling obbligatorio).
  • Limitazioni al culto: demolizioni di luoghi di culto, difficoltà ad ottenere permessi per nuovi templi/chiese, attacchi occasionali a chiese o templi (come incidenti passati a Petaling Jaya o Seafield).
  • Per i cristiani: forte pressione sui convertiti dall’islam (etnicamente malesi), considerati traditori dell’etnia e della nazione; Open Doors, a tale proposito, classifica la persecuzione come “molto alta” soprattutto in ambito familiare, comunitario e nazionale.
  • Per gli indù: declino demografico e culturale percepito, con migliaia di templi senza titolo legale ed esposti all’arbitrio delle autorità islamiche.
  • Clima generale: sondaggi mostrano che hindu e cristiani percepiscono alti livelli di discriminazione religiosa. La “green wave” (ondata islamista) degli ultimi anni ha rafforzato PAS, aumentando la spinta verso maggiore sharia.

Le minoranze di Sabah e Sarawak (più cristiane e animiste) vivono la federazione con maggiore tensione, temendo l’imposizione di un modello peninsulare islamizzato, nonostante le garanzie promesse inizialmente a questi territori.


Malesia: Uno Stato Islamico di Fatto?

Alla luce delle considerazioni precedenti, la Malesia può (e secondo me deve) essere considerata, uno Stato Islamico, anche se imperfetto e non omogeneo, in virtù della natura federale dello Stato; da un punto di vista prettamente giuridico, de jure, il Paese rimane una monarchia costituzionale parlamentare con un sistema legale misto.

Le corti civili hanno ancora uan certa influenza, e il federalismo limita, in alcuni casi, l’espansione della sharia, come mostrano alcune sentenze recenti; la sentenza della Federal Court del 2024 ha invalidato parti del codice penale islamico di Kelantan. La Costituzione, inoltre, garantisce formalmente la libertà religiosa (Articolo 11), sebbene condizionata e limitata.

Di fatto, il primato simbolico, morale e sempre più esplicitamente politico dell’islam è evidente, e il JAKIM serve come Ministero della moralità islamica; la narrazione ufficiale lega identità nazionale, prosperità e taqwa in maniera non negoziabile. I primi ministri, inoltre, hanno esplicitamente rivendicato lo status di “Islamic state”. La shariah si espande gradualmente negli stati governati dal PAS, come Kelantan e Terengganu, le cui legislazioni prevedono punizioni previste dalla shariah, come la fustigazione pubblica per alcuni ‘reati religiosi’.

Si segnalano, inoltre, diversi tentativi di applicare hudud, punizioni coraniche come amputazioni o lapidazioni, finora bloccate federalmente ma sistematicamente riproposte.

Non si tratta di una situazione assimilabile all’Iran o all’Afghanistan dei talibani, in quanto esiste ancora uno spazio concreto per gli affari, il turismo e per una limitata convivenza; tuttavia, la direzione è chiara e converge verso un’islamizzazione incrementale presentata come ‘moderazione islamica’. Il modello del suprematismo soft funziona proprio a ragione della sua gradualità, della legittimazione delle istituzioni e dalla ‘giustificazione’ con il binomio malese-musulmano, in cui l’identità etnica viene sovrapposta e volutamente confusa con quella religiosa/islamica.


Suprematismo Moderno

Il suprematismo islamico malese “soft”, analizzato in precedenza, costituisce un modello efficace di egemonia culturale e istituzionale, che non necessita di violenza esplicita in quanto si avvale del potere dello Stato, dell’educazione, dei sermoni e delle politiche di affirmative action etnico-religiosa per consolidare il primato islamico.

Per le minoranze religiose, il qudro appena delineato si traduce in una lenta ma sistematica erosione dei diritti fondamentali; all’uguaglianza formale, sancita in maniera ambigua dalla Costituzione, corrisponde una subordinazione pratica nella vita pubblica, economica e identitaria.

La Malesia non è ancora uno Stato islamico completo nel senso ‘classico’ (sharia totale, dhimmitudine esplicita, divieto di altre fedi), ma è chiaramente uno Stato con supremazia islamica istituzionalizzata. Ci si deve chiedere, dunque, fino a quale punto l’islamizzazione istituzionale è destinata a continuare, soprattutto con l’influenza crescente di PAS (Partito islamico) e una crescente pressione conservatrice interna.

Le minoranze vivono in un limbo inquietante, e sono teoricamente libere di praticare la propria fede “in pace e armonia”, ma devono accettare una costante subordinazione sociale, politica ed econmica; quando la taqwa diventa l’unico (o il principale) parametro della prosperità nazionale, come nelle khutbah ufficiali, il messaggio alle minoranze è inequivocabile. Il futuro del Paese si costruisce sull’islam sunnita secondo l’interpretazione ufficiale, mentre quanto si discosta da questo riferimento viene tollerato, nel migliore dei casi, ma certamente non viene considerato paritario o con la medesima dignità.


Letture Consigliate

  • Chin, J. (2020). Malaysia: The 2020 putsch for Malay Islam supremacy. The Round Table. The Commonwealth Journal of International Affairs and Policy Studies 109(3), 288-297.
  • Hamid, A. F. A. (2015). The changing face of political Islam in Malaysia in the era of Najib Razak (2009–2013). Journal of Social Issues in Southeast Asia, 30(2), 301-337.
  • Fernando, J.M. (2006). The Position of Islam as a federal religion and a determinant of the Malaysian constitution. Journal of Southeast Asian Studies, 37(2), 249-266.

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Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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