Mentre lo slogan ufficiale Bhinneka Tunggal Ika celebra l’“Unità nella Diversità”, riviste indipendenti come Majalah Bhinneka ne incarnano il significato più scomodo: ricordare che la vera unità non può fondarsi sull’oblio delle violenze di Stato, soprattutto nelle periferie come Papua.
While the national motto Bhinneka Tunggal Ika proudly proclaims “Unity in Diversity”, independent magazines such as Majalah Bhinneka embody its more uncomfortable truth: genuine unity cannot be built on the systematic silencing of past and present state violence, particularly in marginalised regions like Papua.
Terwijl het nationale motto Bhinneka Tunggal Ika “Eenheid in Verscheidenheid” verkondigt, belichamen onafhankelijke tijdschriften zoals Majalah Bhinneka een ongemakkelijke waarheid: echte eenheid kan niet berusten op het systematisch verzwijgen van staatsgeweld, verleden en heden, vooral niet in regio’s als Papua.
Il Ruolo delle Pubblicazioni Indipendenti in Indonesia
In un paese vasto e multietnico come l’Indonesia, dove lo slogan nazionale Bhinneka Tunggal Ika (“Unità nella Diversità”) viene spesso invocato per promuovere coesione nazionale, le riviste indipendenti svolgono un ruolo essenziale ma precario. Pubblicazioni come Majalah Bhinneka (Rivista Bhinneka), legata alla Yayasan Bhinneka Nusantara e animata da figure come l’attivista Soe Tjen Marching, si collocano fuori dal mainstream governativo e dai grandi gruppi editoriali vicini al potere.
Queste riviste non si limitano a riferire la cronaca quotidiana o a supportare, più o meno apertamente, la linea dei governi; al contrario, esse approfondiscono temi strutturali e sensibili quali diritti umani, memoria storica, disuguaglianze etniche e libertà di espressione.
A differenza dei media mainstream, che tendono a privilegiare narrative ufficiali di sviluppo e stabilità, osteggiate da ‘ribelli’ e ‘criminali’, le riviste indipendenti adottano un approccio più analitico e critico; spesso pubblicano numeri monografici su questioni delicate, documentando violazioni passate e presenti senza autocensura preventiva.
Questa linea editoriale le rende strumenti di contro-informazione in un ecosistema dove la legge sulla stampa del 1999 garantisce formalmente l’indipendenza, ma altre norme (come la legge ITE sull’informazione elettronica) e pressioni informali creano un clima di intimidazione, come testimoniano le minacce a media anche nazionali come Tempo.

In questo quadro, riviste come Bhinneka non rappresentano solo un’alternativa editoriale, ma incarnano una resistenza civile alla narrazione dominante, rischiando accuse di minacciare l’unità nazionale proprio mentre invocano il vero spirito di “Bhinneka”, diversità, che spesso viene tenuta sotto stretto controllo.
La Repressione a Papua: tra Militarizzazione e Opacità Informativa
La regione di West Papua (le province di Papua e Papua Barat) rimane uno dei contesti più problematici per i diritti umani in Indonesia; da decenni si registrano violazioni dei più elementari diritti fondamentali. La presenza militare elevata, le operazioni di sicurezza contro gruppi indipendentisti e le tensioni etniche generano un ciclo di violenza che include uccisioni extragiudiziali, torture, spostamenti forzati di popolazione e impunità sistemica. Rapporti recenti documentano casi di civili, inclusi donne e bambini, uccisi durante operazioni militari, con indagini che procedono lentamente o si arenano quando coinvolgono forze di sicurezza.
Un elemento centrale è il blackout mediatico de facto, in quanto l’accesso per giornalisti stranieri è fortemente limitato, mentre i reporter locali affrontano intimidazioni, attacchi fisici e minacce legali. Esempi emblematici includono l’attacco con Molotov contro gli uffici del quotidiano indipendente Jubi a Jayapura (ripetutamente preso di mira) e casi di violenza contro difensori dei diritti umani che restano irrisolti per inerzia delle istituzioni.

Questa opacità permette alle autorità di controllare la narrazione, in cui gli incidenti vengono spesso presentati come “scontri con separatisti armati”, o contro ‘ribelli’, mentre testimonianze indipendenti parlano di esecuzioni sommarie e abusi.
La militarizzazione amministrativa, proseguita e in alcuni aspetti accentuata sotto le amministrazioni recenti, rafforza questa dinamica. La regione, ricca di risorse naturali, vede tensioni legate allo sfruttamento estrattivo e alla migrazione interna, che alimentano sentimenti di marginalizzazione tra le comunità indigene melanesiane. In questo contesto, la repressione non è solo fisica, ma anche informativa, con l’obiettivo di ridurre la visibilità internazionale e nazionale delle violazioni, normalizzando la repressione che viene presentata come una reazione legittima ad un problema di ordine pubblico, e non politico.
Le Riviste Indipendenti e Papua
Riviste come Majalah Bhinneka affrontano Papua con un approccio che collega passato e presente, grazie a numeri tematici, come quello dedicato a “Papua: Genoside ’65 che continua”, mettono in relazione le violenze post-1965 con le dinamiche attuali, rifiutando la politica dell’oblio e sottolineando continuità nei meccanismi di controllo.
Queste pubblicazioni raccolgono testimonianze dirette, analisi storiche e contributi di attivisti, offrendo una contro-narrazione rispetto alle versioni ufficiali, che però viene oscurata dalla censura operata dalle istituzioni repubblicane.
A differenza dei grandi media nazionali, che spesso si allineano con i comunicati delle forze armate (TNI), le riviste indipendenti danno spazio a voci papuane e a rapporti di organizzazioni per i diritti umani. Ad essere documentati non sono solamente le violenze e gli abusi, ma anche il contesto più ampio, in cui esse sono rese possibili; l’impunità per abusi commessi da personale di sicurezza, le restrizioni alla libertà di movimento, la criminalizzazione di attivisti pacifici e l’impatto umanitario sugli sfollati interni.
L’editoriale di Bhinneka (novembre 2016), è molto chiaro a tale proposito (enfasi mia);
Perché continuiamo a rievocare il genocidio del ’65? A che serve scavare in ferite antiche? A cosa serve?
Tuttavia, spesso il passato ha un impatto straordinario sul nostro futuro. Rievocare il passato non è solo per scoprire vecchie ferite, ma per un futuro migliore. Perché camminiamo verso il futuro, ma tutti i nostri ricordi sono plasmati dal passato, quindi l’identità umana non potrà mai separarsi dal suo passato.
E se ci fosse un passato che continua a essere manipolato, come possiamo vedere il futuro con chiarezza?
Il genocidio del ’65 è uno dei passati che ha ancora un impatto fino ad oggi. Dal ’65, i militari avevano già acquisito un potere straordinario e potevano commettere ogni tipo di violenza senza affrontare alcun rischio o sanzione.
Il genocidio successivo è continuato in vari luoghi. Uno di questi luoghi è la Papua, che è stata “ipotecata” da Soeharto alla Freeport, dopo aver rimosso Sukarno dal potere. Come le vittime del genocidio del ’65 il cui numero non è mai stato accertato, non è mai stato registrato con precisione quante persone papuane siano morte per mano dell’esercito indonesiano. Informazioni come queste sono molto difficili da ottenere, e coloro che cercano di rivelarle a volte devono affrontare varie minacce, terrore e persino la morte. Per mantenere la coalizione con Freeport, il governo indonesiano non esita a opprimere il proprio popolo, così che la regione con la più grande miniera d’oro del mondo ha una popolazione tra le più povere del mondo.
Marching, Dari Redaksi (Editoriale), Papua Genosida 1965. Yang Berlanjut, November 2016, p. 3.
Da notare il tono esplicito, a partire dal termine ‘genosida’, ‘genocidio’, che viene usato senza esitazioni per definire l’operazione militare del 1965, unitamente al collegamento tra il passato e l’attualità; Bhinneka rende immediatamente evidente che la sua inchiesta non accetta la narrazione governativa.
Inoltre, secondo la rivista, tale situazione è dovuta anche alla narrazione nazionale promossa da Soekarno e dai suoi successori, che hanno identificato in Giava ‘la figlia prediletta’, mentre altre aree, come Papua, sono state considerate ‘primitive’, ‘selvagge’, e, dunque, bisognose di essere ‘civilizzate‘. Si tratta della medesima logica coloniale che gli olandesi applicavano all’attuale Indonesia, e che ora la ‘civilizzata Giava’, centro economico e politico del Paese, applica alle sue periferie, trattandole come colonie in cui operano ‘ribelli’ da reprimere e civilizzare.

Il loro metodo è tipicamente ibrido, e combina giornalismo investigativo, saggistica e memoria orale, e tale approccio rende visibile quanto altrimenti resterebbe confinato a rapporti specialistici o a piattaforme internazionali. Tuttavia, proprio per questa ragione, tali pubblicazioni operano in un margine stretto e precario, tra il rischio di chiusura, campagne di diffamazione online e pressioni economiche.
La loro esistenza dimostra che, nonostante le restrizioni, un piccolo ma determinato ecosistema di media indipendenti continua a svolgere un lavoro di monitoraggio essenziale.
Sfide Attuali e Prospettive Future
Attualmente, le riviste indipendenti come Bhinneka si confrontano con un contesto complesso, in cui si osservano un uso esteso e strumentale della legge ITE per criminalizzare le espressioni critiche, gli attacchi mirati contro giornalisti (sia fisici che digitali) e una crescente militarizzazione della governance, che creano un effetto intimidatorio sulla libertà di stampa. Nel caso di Papua, il divario tra la retorica ufficiale di sviluppo inclusivo e la realtà sul terreno rimane ampio, con la comunità internazionale che continua a ricevere appelli per un accesso umanitario e monitoraggi indipendenti.
Queste pubblicazioni rappresentano un argine contro l’impunità e la narrazione monolitica, e il loro valore non risiede solamente nell’informazione che diffondono, ma nella difesa di uno spazio pubblico plurale in una democrazia che, pur avendo compiuto progressi dopo la fine del Nuovo Ordine, mostra ricadute autoritarie su temi sensibili.

Affinché l’Indonesia possa davvero incarnare il principio di Bhinneka Tunggal Ika in modo credibile, è necessario un maggiore impegno per proteggere i media indipendenti, garantendo indagini trasparenti sugli attacchi contro giornalisti, la revisione di leggi che favoriscono l’auto-censura e una apertura reale alla società civile in regioni come Papua.
La volontà politica di modificare l’assetto mediatico e la narrativa ufficiale, tuttavia, è assente, e attualmente non si vedono svolte possibili nel futuro prossimo; in altre parole, il sistema appare solido, incrinato però dalle narrazioni indipendenti. La pressione esterna, pur presente, non appare sufficiente per modificare tale assetto; un contributo fondamentale, tuttavia, può giungere dalle nuove tecnologie e dalla società civile, che, seppure anestetizzata e resa invisibile, è presente.
Letture Consigliate
- Pohlman, A. (2013). Introduction: The massacres of 1965–1966: New interpretations. Journal of Current Southeast Asian Affairs, 32(3), 3-16.
- Robinson, G. B. (2018). The killing season: A history of the Indonesian massacres, 1965-66. Princeton University Press.
- Marching, S. T. (2017). Dari redaksi [Editoriale]. In Majalah Bhinneka: Papua: Genosida ’65 yang berlanjut (p. 3). Yayasan Bhinneka Nusantara.

