A quindici anni dalla Primavera Araba, l’Egitto nel 2026 incarna un’opportunità democratica tradita: sotto il regime autoritario di Sisi, la stabilità prevale su libertà e giustizia sociale, con repressione persistente, minacce islamiste strumentalizzate e stagnazione socio-economica che perpetuano disuguaglianze profonde.
Fifteen years after the Arab Spring, Egypt in 2026 embodies a betrayed democratic aspiration: under Sisi’s authoritarian regime, stability overrides freedom and social justice, with ongoing repression, instrumentalized Islamist threats, and socio-economic stagnation perpetuating deep inequalities.
Vijftien jaar na de Arabische Lente belichaamt Egypte in 2026 een verraden democratische aspiratie: onder het autoritaire regime van Sisi overheerst stabiliteit boven vrijheid en sociale rechtvaardigheid, met aanhoudende repressie, geïnstrumenteerde islamistische dreigingen en sociaaleconomische stagnatie die diepe ongelijkheden bestendigen.
Il Contesto Storico e la Situazione Attuale
Nel contesto di un Medio Oriente ancora segnato da trasformazioni epocali, l’eredità della Primavera Araba in Egitto, a circa quindici anni di distanza dalle proteste di Piazza Tahrir del gennaio 2011, si configura come un paradigma complesso di aspirazioni democratiche tradite e di un ritorno all’ordine autoritario. Si tratta di un assetto che, pur garantendo una certa stabilità interna, ha perpetuato un ciclo di repressione e stagnazione socio-economica, rendendo il paese un esempio emblematico di come le rivoluzioni possano essere deviate verso esiti contro-rivoluzionari.

Mentre il mondo osserva l’Egitto nel 2026, sotto la guida consolidata del presidente Abdel Fattah el-Sisi, che si avvia verso la conclusione del suo terzo mandato costituzionale, emerge un quadro in cui le speranze di “pane, libertà e giustizia sociale” urlate dalle folle si sono dissipate in un panorama di controllo statale rafforzato, con l’esercito come pilastro inamovibile del potere. Si è rafforzato un assetto sociale basato su misure repressive che superano persino quelle dell’era Mubarak, il tutto aggravato dalla persistente narrazione di una minaccia islamista che giustifica tali dinamiche.
Il Percorso Post-Rivoluzionario
Il cammino che ha condotto l’Egitto dal fervore rivoluzionario del 2011 all’attuale assetto autoritario rappresenta una narrazione di transizioni fallite e di potere riconquistato dalle élite tradizionali, dove l’entusiasmo iniziale per il cambiamento si è scontrato con le realtà strutturali di un sistema profondamente radicato nel militarismo e nel clientelismo. Le proteste, innescate dall’immolazione di Mohamed Bouazizi in Tunisia e propagate attraverso i social media, portarono alla caduta di Hosni Mubarak dopo trent’anni di dominio incontrastato, aprendo una fase di instabilità che vide l’ascesa elettorale dei Fratelli Musulmani con Mohamed Morsi nel 2012.

Nel 2013, tuttavia, l’ordine venne riportato dal colpo di stato del 2013 orchestrato dall’esercito sotto la guida di Sisi, un evento che, supportato da una vasta mobilitazione popolare contro il governo islamista, segnò il trionfo della contro-rivoluzione e l’instaurazione di un regime ancor più centralizzato di quello di Mubarak. In questo processo, l’Egitto ha evitato il caos civile che ha travolto nazioni come la Siria, la Libia e lo Yemen, ma a un costo elevato, la repressione sistematica dell’opposizione, inclusa la messa al bando dei Fratelli Musulmani come organizzazione terroristica e l’arresto di migliaia di attivisti.
In questo modo, si è consolidato un ordine in cui la sicurezza nazionale prevale su qualsiasi forma di pluralismo politico, riflettendo una lezione appresa dalle vicissitudini regionali post-Primavera Araba, dove il vuoto di potere ha spesso favorito l’ascesa di milizie e conflitti settari durati per decenni.
La Minaccia Islamista e la Sua Gestione
Al centro di questa eredità emerge la percezione e la gestione della minaccia islamista, che ha plasmato in modo decisivo il panorama politico egiziano post-2011, trasformandosi da un elemento di instabilità interna in uno strumento narrativo per legittimare un rinnovato autoritarismo. L’ascesa dei Fratelli Musulmani durante la caotica e breve parentesi dopo le rivolte che portarono alla caduta del regime di Mubarak, rappresentò un esperimento di governance islamista, ma anche (e soprattutto) un catalizzatore per paure profonde tra le élite secolari e l’esercito.
In tale scenario, Morsi e nei suoi alleati vennero accusati di voler radicalizzare lo Stato, accompagnate da una connivenza con gruppi estremisti e da politiche settarie che alienarono vasti segmenti della popolazione. Nel 2026, questa minaccia si manifesta in forme residue ma resilienti, come dimostrato dalle operazioni sventate contro il movimento Hasm, considerato il braccio armato della Fratellanza. Lo Stato ha reagito organizzando diversi raid che hanno neutralizzato cellule pianificate da leader esiliati in Turchia e addestrate all’estero, rivelando un tentativo di rilanciare attacchi contro infrastrutture securitarie ed economiche egiziane.
Inoltre, la designazione da parte degli Stati Uniti, nel gennaio 2026, del Muslim Brotherhood egiziano come “Specially Designated Global Terrorist” ha rafforzato la posizione del regime di Sisi, che ha accolto tale decisione come un riconoscimento internazionale della pericolosità dell’ideologia estremista del gruppo. La Fratellanza, in effetti, si è resa responsabile di decenni di violenza contro forze armate, polizia e civili, e il generale Sisi non ha esitato a contrastare la sua minaccia a livello regionale e globale.

Persistono anche minacce affiliate all’ISIS nel Sinai, dove Wilayat Sinai continua a operare in zone di conflitto, sfruttando spazi non governati per attacchi sporadici, sebbene attenuati dalle campagne militari egiziane supportate da alleati regionali. Tale dinamica evidenzia che la minaccia islamista non è stata eradicata ma si è adattata a forme ibride di guerriglia e propaganda, alimentando un ciclo di repressione che, secondo critici, amplia definizioni di terrorismo per includere anche il dissenso non violento e per giustificare poteri illimitati dello stato.
La Situazione Politica Contemporanea
Nel 2026, la situazione politica egiziana si presenta come un equilibrio fragile, sostenuto da una stabilità relativa che inr realtà cela una profonda erosione dei diritti fondamentali e una concentrazione del potere che rende il regime di Sisi anche più oppressivo di quanto non fosse quello di Mubarak. L’apparato di sicurezza egiziano, in effetti, monitora e reprime qualsiasi forma di dissenso, dalle proteste sindacali alle espressioni online di critica.
Human Rights Watch, nel suo report per il 2026, sottolinea che
Security forces, including the National Security Agency (NSA), continued to subject
individuals under investigation to forcible disappearance in various places of detention
where they faced torture and ill-treatment.
Some detainees have been killed in extrajudicial executions. Ministry of Interior officers on
April 10 apparently killed two men, Youssef El-Sarhani and Faraj Al-Fazary, hours after their
arrest in Marsa Matrouh governorate in northwest Egypt. Evidence shows that the men had
turned themselves in to the police hours before they were killed and were in police custody
when they died.
Le forze di sicurezza, tra cui l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA), hanno continuato a sottoporre a sparizione forzata individui sotto indagine in vari luoghi di detenzione dove hanno subito torture e maltrattamenti.
Alcuni detenuti sono stati uccisi in esecuzioni extragiudiziali. Ufficiali del Ministero dell’Interno hanno apparentemente ucciso due uomini, Youssef El-Sarhani e Faraj Al-Fazary, ore dopo il loro arresto nel governatorato di Marsa Matrouh, nell’Egitto nord-occidentale, il 10 aprile. Le prove dimostrano che gli uomini si erano consegnati alla polizia ore prima di essere uccisi ed erano in custodia della polizia quando sono morti.
Human Rights Watch, World Report 2026, Egypt, p. 134.
Human Rights Watch e altre organizzazioni internazionali documentano un persistente trend di violazioni, inclusi arresti arbitrari, torture e sparizioni forzate, che hanno ridotto al silenzio la società civile e ridotto lo spazio per il dibattito pubblico. Il parlamento, invece, è dominato da figure leali al presidente, e di fatto funge da mero strumento di ratifica delle politiche esecutive, privando il sistema di qualsiasi contrappeso significativo al potere presidenziale.
Questo scenario riflette non solo l’eredità diretta della Primavera Araba, ma anche l’adattamento del regime alle lezioni apprese dalle rivolte successive, come quelle del 2019 in Sudan, Algeria e Iraq, che hanno spinto l’Egitto a intensificare la sorveglianza digitale. Si osserva anche, allo stesso tempo, alla cooptazione delle élite economiche per mantenere il consenso tra le classi medie urbane, evitando così il rischio di una nuova ondata di proteste di massa. Ciò nonostante, si osserva una crescente frustrazione giovanile, amplificata da una demografia in cui oltre il 60% della popolazione ha meno di 30 anni, una situazione che potrebbe riaccendere il discontento popolare.
Aspetti Economici e Sociali
Sul piano economico e sociale, l’eredità della Primavera Araba si manifesta in un dualismo tra ambiziosi progetti infrastrutturali e una persistente vulnerabilità strutturale, dove le riforme neoliberali promosse dal regime di Sisi. Si osserva, a tale proposito, che i prestiti del Fondo Monetario Internazionale e la costruzione della Nuova Capitale Amministrativa (tra le altre riforme avviate dal regime egiziano) hanno generato una crescita nominale ma non hanno alleviato le disuguaglianze che furono alla base delle rivolte del 2011.
Pertanto, una parte consistente della popolazione deve affrontare problematiche notevoli, come l’inflazione, la disoccupazione giovanile e un debito estero che supera il 90% del PIL; tali interventi hanno contribuito a una narrazione di progresso e modernizzazione, ma hanno anche accentuato la dipendenza dell’economia dal settore militare. Sono infatte diverse le imprese controllate dall’esercito che dominano settori chiave come le costruzioni e l’energia, perpetuando un modello clientelare che limita l’innovazione privata e favorisce la corruzione. Secondo Transparency, nel 2024, il CPI (Corruption Perception Index si attestava su un punteggio di 30 su 100, uno dei risultati peggiori del Medio Oriente.
Da un punto di vista sociale, la repressione ha soffocato il vibrante attivismo che caratterizzò l’era pre-2013, con la scomparsa di una classe media in espansione e un aumento della povertà; tale fenomeno si unisce ad un calo dell’alfabetizzazione e a un settore turistico ancora convalescente dagli shock pandemici e geopolitici. Per queste ragioni, l’Egitto si presenta come un paese in cui le aspirazioni rivoluzionarie si sono trasformate in una rassegnazione diffusa, sebbene non totale, come suggeriscono sporadiche proteste locali che ricordano i rischi di una latente instabilità.
Dimensioni Regionali e Internazionali
A livello regionale e internazionale, l’eredità della Primavera Araba ha riposizionato l’Egitto come un attore pragmatico e stabilizzante, con Sisi che ha normalizzato relazioni con avversari storici come la Turchia nel febbraio 2026. Inoltre, sono stati rafforzati i legami con i paesi del Golfo, evitando le ideologie islamiste e promuovendo un realismo geopolitico che riecheggia il “momento vestfaliano” del Medio Oriente, dove la sovranità statale prevale sulle ambizioni ideologiche.
Si tratta di un approccio che ha permesso all’Egitto di contenere le turbolenze regionali, dal conflitto in Gaza alle tensioni nel Golfo di Aden, mantenendo un ruolo influente senza avventurarsi in logiche espansioniste. Tale posizione, tuttavia, ha comportato compromessi controversi, come la cessione di isole del Mar Rosso all’Arabia Saudita, che hanno alimentato critiche interne sul declino della sovranità nazionale.
In questo senso, l’Egitto incarna il fallimento collettivo della regione nel capitalizzare le opportunità democratiche del 2011, contribuendo ad un paradigma in cui l’autoritarismo resiste, influenzando anche le dinamiche globali.
In definitiva, l’eredità della Primavera Araba in Egitto, nel 2026, si rivela come un’opportunità mancata di transizione democratica, sostituita da un ordine autoritario che, pur avendo scongiurato il caos, ha perpetuato disuguaglianze e repressione. Pertanto, l’Egitto si trova in una condizione di stabilità precaria che potrebbe, in assenza di riforme profonde, incubare future instabilità.
In effetti, quando le rivoluzioni non riescono a radicarsi in solide istituzioni, esse possano rafforzare gli stessi sistemi che intendono rovesciare, specialmente quando la minaccia islamista viene strumentalizzata per consolidare il potere.
Letture Consigliate
- Gerges, F. A. (Ed.). (2024). The new Middle East: Protest and revolution in the Arab world (2nd ed.). Cambridge University Press.
- Masoud, T. (2021). The Arab Spring at ten: Kings or people? Journal of Democracy, 32(4), 115–129.
- Joya, A. (2018). The military and the state in Egypt: class formation in the post-Arab uprisings, British Journal of Middle Eastern Studies, 47(5):1-21.

