Nel gennaio del 1933 il Koloniaal Missie-Tijdschrift pubblicava un intervento di J. F. A. M. Buffart dedicato a una discussione svoltasi poche settimane prima, il 16 dicembre 1932, presso l’Indisch Genootschap dell’Aia; il tema era la «Christelijke actie op Bali», cioè la possibilità di ammettere sull’isola l’attività della missione cattolica e della zending protestante.
A prima vista si trattava di una controversia sulla presenza cristiana a Bali, ma l’intervento di Buffart permette di vedere qualcosa di più: il modo in cui la questione religiosa veniva trasformata in una questione di governo e di produzione del sapere sulla società balinese.

Alla riunione erano intervenuti tre relatori. Il professor P. G. Groenen sosteneva l’ammissione della missione; Lekkerkerker vi si opponeva per ragioni opportunistiche, almeno nell’immediato, mentre Victor Emanuel Korn era invece contrario per principio. La distinzione è importante, perché Buffart insiste proprio sul fatto che le due posizioni apparentemente simili non fossero affatto coincidenti.
Korn non era un osservatore occasionale di Bali, ma un funzionario dell’amministrazione coloniale, e aveva trascorso una parte considerevole della propria carriera sull’isola, studiandone il diritto consuetudinario, le istituzioni, la religione e l’organizzazione sociale. Egli conseguì il dottorato a Leiden nel 1924, con Het Adatrecht van Bali (Il Diritto Consuetudinario di Bali); nel 1932 ne usciva una seconda edizione profondamente ampliata, di oltre settecento pagine, costruita anche sulla base dei dati raccolti durante la sua attività amministrativa.

Korn rappresentava quindi una figura particolarmente autorevole all’interno del sapere coloniale su Bali: l’uomo che conosceva la società balinese anche perché l’aveva amministrata.
Il suo argomento contro la missione partiva da una premessa apparentemente amministrativa. La religione balinese, sosteneva, non costituiva un elemento separato dalla società, ma ne permeava l’intera struttura. Religione, famiglia e autorità — le tre «G», godsdienst, gezin en gezag — formavano un insieme strettamente interdipendente; di conseguenza, una trasformazione religiosa avrebbe potuto provocare una trasformazione dell’ordine sociale.
Ma nella replica finale Korn rese esplicita una posizione ulteriore. Non sosteneva semplicemente che la società balinese dovesse essere protetta da una trasformazione troppo rapida, ma riteneva possibile che la stessa religione balinese si sviluppasse, liberandosi progressivamente da alcuni elementi considerati negativi, fino alla formazione di una nuova religiosità propria, come si evince dalle parole riportate da Buffart:
Riguardo a questo punto, il signor Korn ha detto quindi quanto segue nella sua replica:
” Il relatore non intende nemmeno dire che i balinesi debbano mantenere la propria fede inalterata. Nella società balinese esiste un vincolo enorme a causa del fatto che l’intera società è sostenuta dalla religione. È tuttavia prevedibile che anche questa religione si svilupperà e si libererà da certi elementi dannosi, e in questo modo potrebbe nascere una nuova fede propria. L’impossibilità di ciò, quanto meno, il relatore non la vede.”
Missie en Zending op Bali, Koloniaal-Missie Tijdchrift, 15 Gennaio 1933, pp. 111-112.
Secondo il ragionamento proposto, il cristianesimo, tuttavia, avrebbe costituito una deviazione da questo processo: anche la dottrina cristiana avrebbe prodotto una nuova forma di «gebondenheid», di vincolo spirituale; la direzione auspicabile sarebbe stata invece quella della «volkomen geestelijke bevrijding», della completa liberazione spirituale.
È proprio qui che Buffart individua il problema. Se l’opposizione alla missione viene giustificata sostenendo che il cristianesimo rischierebbe di disarticolare la società balinese, occorre dimostrare concretamente il rapporto fra religione e organizzazione sociale. Non basta affermare che esse costituiscono un unico sistema, ma bisogna mostrare attraverso quali meccanismi la sostituzione di una religione produrrebbe la disgregazione dell’ordine sociale.
Secondo Buffart, Korn non aveva fornito questa dimostrazione. La sua relazione aveva affermato l’indissolubilità fra religione e struttura sociale balinese, ma senza ricostruirla sufficientemente «di articolazione in articolazione».
La critica è significativa perché non contesta necessariamente la competenza di Korn, quanto, piuttosto, il passaggio dalla sua conoscenza della società balinese alla conclusione politica che da quella conoscenza dovrebbe derivare.
Da qui emerge una seconda problematica, relativa alla misura in cui l’interpretazione dell’esperto è condizionata dalla sua stessa posizione nei confronti del cristianesimo.
Buffart suggerisce che chi considera la religione balinese superiore, o comunque non inferiore, alla dottrina cristiana possa essere portato inconsapevolmente a sovrastimare le conseguenze negative di una trasformazione religiosa; allo stesso modo, osserva, chi guarda favorevolmente al cristianesimo potrebbe sottovalutarle.
Il problema diventa dunque epistemologico prima ancora che missionario. L’amministrazione coloniale non deve soltanto ricevere un parere sull’opportunità della missione, ma deve essere capace di valutare la posizione dalla quale quel parere viene formulato. Per questo Buffart arriva a sostenere che il Governo debba conoscere anche l’atteggiamento dei propri consulenti nei confronti della fede cristiana: diversamente, non sarebbe possibile stabilire quanto peso attribuire agli argomenti addotti contro l’ammissione della missione e della zending.
Il passaggio è importante perché mostra un aspetto meno evidente del governo coloniale. La decisione sulla presenza cristiana a Bali non dipendeva soltanto dall’esistenza di una società ritenuta particolarmente complessa. Dipendeva anche dalla mediazione di un sapere prodotto da funzionari, giuristi, studiosi ed esperti che interpretavano quella società a partire da determinate categorie e convinzioni.
Korn è, sotto questo profilo, una figura esemplare. Il suo Adatrecht van Bali rappresenta uno dei grandi tentativi coloniali di sistematizzare il diritto e l’organizzazione sociale balinese; la seconda edizione del 1932 incorporava una quantità ancora maggiore di informazioni raccolte sulla società dell’isola. Ma proprio questa autorevolezza rende più importante il dilemma espresso da Buffart: la competenza dell’esperto non garantiva automaticamente la neutralità della sua valutazione.
La questione della missione diventa così una finestra sulla più ampia relazione fra conoscenza e governo nelle Indie Orientali Olandesi.
Bali non appare semplicemente come un territorio nel quale il cristianesimo cerca di espandersi, ma come una società che l’amministrazione coloniale ha progressivamente trasformato in un oggetto di conoscenza particolare, e sulla quale la possibilità stessa di introdurre una nuova religione viene sottoposta al giudizio di coloro che pretendono di conoscerne la struttura.

Il punto decisivo non è quindi soltanto stabilire se Korn avesse ragione nel ritenere pericolosa la missione, ma chiedersi come si costruisce la prova che una trasformazione religiosa costituisca un pericolo sociale.
La riflessione di Buffart mostra che, già nel 1932, questa distinzione poteva essere formulata dall’interno stesso del mondo coloniale, mettendo in discussione tanto la sovrapposizione tra la realtà sociale di Bali e l’interpretazione che ne davano gli esperti, quanto la pretesa di separare l’analisi degli effetti della cristianizzazione dalle convinzioni personali dell’osservatore.
Ed è precisamente in questo spazio — tra fonte, esperto, interpretazione e decisione amministrativa — che si costruisce una parte significativa della politica religiosa coloniale.

