Nel novembre 1932, a Malang, si svolse una Javaansche Katholiekendag, una giornata dedicata specificamente ai cattolici giavanesi; la cronaca, pubblicata nel gennaio successivo dal Koloniaal Missie Tijdschrift, descrive con evidente entusiasmo una manifestazione alla quale parteciparono circa seicento persone, alcune delle quali giunte da località distanti decine di chilometri.

Dietro la celebrazione religiosa emerge tuttavia qualcosa di più significativo: un momento nel quale il cattolicesimo dell’Est di Java comincia a presentarsi non soltanto come attività missionaria europea rivolta alla popolazione locale, ma come presenza organizzata e pubblicamente visibile della società giavanese.
Il termine utilizzato dalla fonte è già significativo: Javaansche Katholiekendag, non una generica giornata dei cattolici dell’Indonesia; la comunità viene identificata anzitutto come giavanese, e l’appartenenza religiosa si innesta quindi su un’identità sociale e culturale preesistente, anziché sostituirla.
Questa festa ci ha dato una visione abbastanza precisa del lavoro di missione tra i giavanesi. Una giornata simile, organizzata e guidata da insegnanti e catechisti giavanesi appositamente per la popolazione indigena, fa un bene descrivibile se si considera che dà coraggio e sostegno morale ai giavanesi cattolici e li rende orgogliosi di fronte ai loro compagni di villaggio; essi perdono così la paura di dichiarare apertamente la propria fede nel villaggio.
Javaansche Katholiekendag te Malang, Koloniaal Missie-Tijdschrift, 15 Jan 1933, p. 46.
La differenza rispetto alla fase precedente è importante, in quanto non si tratta semplicemente di una giornata organizzata per i Javanesi, ma anche attraverso di loro; la celebrazione vede protagonisti insegnanti e catechisti giavanesi, la Messa viene accompagnata dal canto di insegnanti locali, le conferenze sono affidate a figure indigene come C. Darmodihardjo e J. Eliaser. Alla conclusione, Soerja Banaroesid interviene a nome dei partecipanti; la scuola cattolica utilizzata per l’evento diventa contemporaneamente chiesa, spazio di aggregazione e centro della vita comunitaria.
La missione europea rimane evidentemente centrale e il suo ruolo non viene certamente negato. I Padri Carmelitani, il vescovo e l’organizzazione ecclesiastica costituiscono ancora il quadro nel quale tutto questo si sviluppa; il risultato è tuttavia diverso da quello di una semplice presenza missionaria, in quanto la comunità cattolica giavanese comincia a rendersi visibile come soggetto collettivo.
È particolarmente significativa la funzione attribuita dall’autore a questa visibilità. Una giornata organizzata specificamente per la popolazione giavanese, osserva la fonte, permette ai cattolici di perdere la propria paura di manifestare pubblicamente la fede nella comunità locale (desa). La questione, dunque, non riguarda soltanto la conversione religiosa, ma la possibilità di essere pubblicamente cattolici all’interno della società giavanese.
È precisamente qui che visibilità e legittimità iniziano a incontrarsi. La cronaca contiene anche un racconto che permette di cogliere il contrasto con una fase precedente; l’autore racconta che nel Djembersche, alcune famiglie cattoliche provenienti da Java centrale avevano continuato per anni a educare cattolicamente i propri figli pur vivendo lontano da qualsiasi assistenza missionaria. La loro fede era rimasta una realtà prevalentemente familiare e privata, e la missione avrebbe raggiunto quelle comunità solo molto tempo dopo.
Nel 1932, invece, la situazione descritta a Malang è quasi l’opposto: centinaia di cattolici giavanesi si riuniscono pubblicamente, partecipano alla liturgia, ascoltano conferenze, mangiano insieme e rappresentano collettivamente la propria appartenenza religiosa.

Non significa che il cattolicesimo sia ormai pienamente integrato nella società giavanese, e la stessa insistenza della fonte sulla necessità di rafforzare continuamente la missione dimostra che il processo è ancora in corso, ma qualcosa è cambiato; la crescita delle scuole e delle stazioni missionarie nell’Est di Java, soprattutto dopo l’arrivo dei Carmelitani a Malang nel 1923, ha prodotto una rete attraverso la quale il cattolicesimo può progressivamente radicarsi, organizzarsi e rendersi visibile.
Le desa-schooltjes, le stazioni missionarie e la formazione di insegnanti e catechisti non sono quindi soltanto strumenti della conversione: diventano infrastrutture attraverso le quali prende forma una comunità con un’identità cattolica.
La Javaansche Katholiekendag del 1932 può essere letta proprio in questa prospettiva. Non rappresenta necessariamente una cesura netta con il periodo precedente, ma documenta un passaggio fondamentale: il cattolicesimo comincia a legittimarsi non soltanto attraverso la presenza della missione, ma attraverso la presenza pubblica dei cattolici giavanesi stessi.
Ed è significativo che questa legittimazione avvenga attraverso l’identità giavanese. La futura appartenenza nazionale indonesiana non costituisce ancora il principale elemento attraverso cui la comunità viene rappresentata; il cattolicesimo cerca spazio nella società non diventando semplicemente “indonesiano”, ma diventando, prima di tutto, giavanese.
Questo non significa naturalmente che identità giavanese e identità indonesiana siano necessariamente contrapposte. Al contrario, la storia successiva mostrerà quanto facilmente possano sovrapporsi; la loro distinzione aiuta tuttavia a comprendere un elemento persistente della società indonesiana. L’identità nazionale non ha cancellato le appartenenze regionali, culturali ed etniche preesistenti; in molti contesti, l’essere giavanese può continuare a costituire un livello identitario immediato, sul quale si innestano altre appartenenze, compresa quella nazionale.
Questo evento introduce tuttavia anche una conseguenza più ampia: rende visibile la possibilità di essere giavanesi senza che l’identità giavanese coincida necessariamente con quella musulmana. Non si tratta ancora della dissoluzione di un’equivalenza consolidata, ma dell’emergere di una differenziazione interna alla stessa società giavanese; quanto succede a Malang nel novembre del 1932 mostra dunque qualcosa di più di una giornata di successo missionario. Mostra un cattolicesimo che comincia a costruire la propria legittimità sociale attraverso la visibilità di una comunità giavanese.
La trasformazione non è ancora compiuta, ma il passaggio è già osservabile: la missione europea rimane l’origine e l’infrastruttura del processo, mentre i Javanesi cominciano a diventarne sempre più chiaramente i soggetti visibili.

