Tra le fonti che permettono di osservare il rapporto fra protestantesimo europeo e islam nella seconda metà dell’Ottocento, un documento pubblicato da De Bazuin (letteralmente: La Tromba) nel 1861 offre una prospettiva particolarmente interessante. Non perché possa essere assunto come rappresentativo dell’intero protestantesimo olandese, ma proprio perché consente di osservare, dall’interno, una specifica componente di quell’ambiente religioso e il modo nel quale essa interpretava alcuni eventi contemporanei.

Il testo riferisce la riunione dell’Evangelische Alliantie (Alleanza Evangelica) a Ginevra, e propone una rapida rassegna degli avvenimenti degli anni precedenti.

I saluti iniziali rivolti ai cristiani provenienti da numerosi paesi europei mostrano già il carattere transnazionale attribuito all’incontro. È in tale contesto che il discorso inaugurale viene ripreso anche nei Paesi Bassi:
Siate salutati, fratelli da così tanti altri paesi d’Europa, che da ogni parte portate la vostra pietra per l’edificio dell’unità, e che ci onorate della vostra visita fraterna; possano le più eccelse benedizioni dall’alto scendere su di voi, (…)
Openingsrede van het Evangeslich Verbond te Geneve, Discorso Inaugurale dell’Alleanza Evangelica di Ginevra, de Bazuin, 13 September 1861, p.1.
Nel documento vengono affrontate diverse problematiche, e tra queste, l’autore colloca in primo piano le violenze avvenute nel mondo ottomano, e la formulazione utilizzata è significativa e non lascia spazio a dubbi o alla diplomazia;
Kort geleden hebben wij verschrikkelijke uitwerkingen van den Islam aanschouwd. De moordtooneelen in Djeddah waren slechts de voorboden van de vreeselijke gruwelen in Syrië in het laatste jaar, en geheel Europa was met ontzetting vervuld, toen het de slachtingen in den Libanon en Damaskus vernam! Overal hebben zich komités gevormd, om de slachtoffers te hulp te snellen. Het Evangelisch Verbond in Londen heeft zich aan het hoofd van die beweging gesteld, en door den geest, die het bezielt, werden ook de Israëlieten gewonnen. Voorwaar, dit onderdrukte volk heeft den Christenen bijstand verleend, en heeft door groote offers kwaad met goed vergolden, dewijl tot onze schande eene bedorvene bevolking nog onlangs gereed stond om hen kwaad te doen.
Recentemente abbiamo assistito a terribili manifestazioni dell’islam. Le scene di strage di Gedda furono soltanto i prodromi delle terribili atrocità avvenute in Siria nell’ultimo anno, e tutta l’Europa fu colma di sgomento quando venne a conoscenza dei massacri nel Libano e a Damasco! Ovunque si costituirono comitati per portare soccorso alle vittime. L’Evangelische Alliantie di Londra si pose alla testa di questo movimento e, grazie allo spirito che la anima, furono coinvolti anche gli Israeliti. In verità, questo popolo oppresso ha prestato assistenza ai cristiani e, attraverso grandi sacrifici, ha ricambiato il male con il bene, mentre, con nostra vergogna, una popolazione corrotta era ancora recentemente pronta a fare loro del male.
Openingsrede van het Evangeslich Verbond te Geneve, cit., p. 2.

I riferimenti contenuti nel testo riguardano una serie di episodi di violenza avvenuti nel Mediterraneo orientale e nella penisola arabica negli anni immediatamente precedenti. A Gedda, nel giugno 1858, una rivolta della popolazione locale contro la comunità straniera provocò l’uccisione di numerosi cristiani, fra cui i rappresentanti diplomatici britannico e francese.
Nel 1860, invece, il conflitto interconfessionale nel Monte Libano degenerò in una serie di massacri che colpirono soprattutto le comunità cristiane, con episodi particolarmente gravi a Deir al Qamar, Hasbaya e Rashaya; la violenza raggiunse quindi Damasco nel luglio dello stesso anno, dove un assalto contro la popolazione cristiana provocò un numero molto elevato di vittime e la distruzione di abitazioni, chiese e proprietà.
Questi episodi, pur caratterizzati da dinamiche politiche, sociali e confessionali differenti e non riducibili a un’unica spiegazione, furono percepiti da una parte dell’opinione pubblica cristiana europea come una sequenza di persecuzioni dei cristiani nel mondo ottomano.
È all’interno di questa percezione che deve essere letto il riferimento di De Bazuin alle «terribili manifestazioni dell’islam», e, del resto, la scelta delle parole merita attenzione; l’autore non presenta Djeddah, il Libano e Damasco come episodi semplicemente distinti di violenza politica o confessionale, ma li dispone invece all’interno di una medesima sequenza. I massacri di Djeddah vengono definiti «voorboden», prodromi, delle successive atrocità in Siria; quindi vengono ricordate le violenze nel Libano e a Damasco, che avrebbero suscitato sgomento in tutta Europa.
In questo modo, eventi geograficamente lontani vengono ricondotti a una stessa cornice interpretativa. L’islam appare nel testo come una categoria capace di collegare luoghi diversi e di trasformare una serie di avvenimenti locali in una questione che riguarda l’intera comunità cristiana.
È altrettanto importante ciò che avviene immediatamente dopo, in quanto, di fronte alle violenze, «overal hebben zich komités gevormd», si sono costituiti comitati per assistere le vittime; l’Evangelisch Verbond di Londra viene presentato come posto alla testa di questa mobilitazione. La persecuzione dei cristiani produce quindi una risposta che supera i confini nazionali e confessionali, in cui l’informazione sull’evento diventa il presupposto della solidarietà e dell’intervento.
Il passaggio successivo rende ancora più evidente questa dimensione. L’autore auspica una collaborazione capace di diffondere rapidamente le notizie «even als de magnetische telegraaf», come il telegrafo magnetico, in tutte le direzioni. La metafora è significativa: una comunità cristiana mondiale dovrebbe essere capace di ricevere le notizie delle sofferenze dei propri membri, reagire ad esse e mobilitare rapidamente le proprie risorse.
Non si tratta quindi soltanto di una rappresentazione dell’islam, ma anche di una rappresentazione della cristianità come comunità transnazionale; il testo immagina una Chiesa i cui membri, pur dispersi in paesi diversi e appartenenti a confessioni differenti, devono essere capaci di percepire la sofferenza di una parte del corpo come una ferita comune.
Questo documento non consente naturalmente di attribuire questa visione all’intero protestantesimo olandese. Consente però qualcosa di più preciso: osservare come, nel 1861, all’interno di un determinato ambiente protestante collegato all’Evangelische Alliantie, gli eventi del mondo islamico potessero essere interpretati attraverso una geografia religiosa globale.
La prospettiva diventa ancora più interessante se confrontata con la contemporanea letteratura missionaria olandese relativa alle Indie Orientali; nei periodici missionari l’islam appare infatti anche come realtà religiosa da conoscere direttamente, attraverso l’osservazione delle popolazioni, delle credenze e delle pratiche locali, nella prospettiva concreta dell’attività missionaria.
Le due prospettive non devono necessariamente essere ricondotte a una sola interpretazione, ma risulta sufficiente osservarne la compresenza. Da una parte l’islam può essere rappresentato come antagonista della cristianità, soprattutto attraverso il racconto delle persecuzioni; dall’altra costituisce l’ambiente religioso nel quale il missionario deve operare e che, proprio per questo, deve essere studiato e compreso.
De Bazuin offre dunque una finestra, non una fotografia dell’intero protestantesimo olandese. Ma attraverso quella finestra è possibile vedere qualcosa di significativo: la formazione di una sensibilità religiosa nella quale gli eventi di Djeddah, del Libano e di Damasco cessano di essere semplicemente eventi lontani e diventano parte di una più ampia esperienza della cristianità nel mondo.
È precisamente questa trasformazione dell’evento locale in questione transnazionale che rende la fonte particolarmente interessante.

