politica religiosa indonesia
   Tempo di Lettura 8 minuti

Gli episodi di intolleranza religiosa che periodicamente interessano l’Indonesia vengono spesso interpretati attraverso la lente della politica contingente; l’attenzione si concentra sul presidente in carica, sulla sua volontà di intervenire e sulla capacità del governo di garantire la tutela delle minoranze religiose. Una lettura limitata alla cronaca politica, tuttavia, rischia di trascurare un elemento di maggiore profondità, la notevole continuità con cui lo Stato indonesiano ha affrontato la questione religiosa nel corso della propria storia.

Dalla presidenza di Soekarno fino a quella di Prabowo Subianto, passando per il Nuovo Ordine di Soeharto e la stagione della Reformasi, l’Indonesia ha attraversato trasformazioni politiche profonde; sono mutati gli assetti istituzionali, il grado di apertura democratica e i rapporti tra Stato e società. Nonostante tali cambiamenti, il modo in cui le istituzioni amministrano il pluralismo religioso presenta elementi di sorprendente stabilità.

La continuità non riguarda tanto l’atteggiamento nei confronti delle minoranze religiose, quanto la gerarchia delle priorità che orienta l’azione pubblica. L’unità nazionale, la stabilità politica e la coesione sociale costituiscono gli obiettivi fondamentali dell’intervento statale, mentre la tutela della libertà religiosa viene generalmente perseguita nella misura in cui non comprometta tali finalità.

Questa impostazione affonda le proprie radici nella stessa concezione della Pancasila e del rapporto tra religione e Stato sviluppatasi dopo l’indipendenza, in cui la religione non viene considerata esclusivamente una dimensione della libertà individuale, bensì un elemento costitutivo dell’identità nazionale e della stabilità collettiva. Ne deriva un modello nel quale lo Stato assume un ruolo attivo nella regolazione dei rapporti tra le comunità religiose, privilegiando la prevenzione dei conflitti e la ricerca dell’armonia sociale.

La cronaca recente offre numerosi esempi di questo approccio, come dimostrano due casi del 2026, di cui il primo riguarda Bantul, nella regione di Yogyakarta; in questo caso, una celebrazione della GMS, la Gereja Misi Sejahtera (denominazione protestante indonesiana) è stata interrotta da un gruppo di manifestanti. Alcuni mesi prima, a Bandung, un episodio analogo aveva interessato una comunità cristiana durante una funzione religiosa; in entrambi i casi le autorità locali, la polizia e gli organismi incaricati della mediazione concentrarono il proprio intervento sulla necessità di preservare la kerukunan umat beragama, l’armonia tra le comunità religiose.

(Immagine generata con AI a scopi illustrativi)

Le dichiarazioni ufficiali hanno insistito soprattutto sulla ricerca del dialogo, sulla mediazione e sulla prevenzione di ulteriori tensioni; il lessico istituzionale ha privilegiato la riconciliazione e l’ordine pubblico, mentre il richiamo alla tutela immediata della libertà religiosa ha occupato una posizione meno centrale. Il conflitto è stato interpretato, prevalentemente, come una questione di convivenza sociale, più che come una possibile violazione di un diritto costituzionalmente sancito.

Si consideri questo estratto dai media nazionali in riferimento agli eventi di Bantul;

Si ritiene che il problema sia nato dalla mancata approvazione da parte del GMS delle autorizzazioni per l’istituzione e la gestione di luoghi di culto, questione contro cui ha protestato l’organizzazione di massa FJI (Fronte del Jihad Islamico).

(…)

A seguito della mediazione guidata dal capo della polizia, la FJI ha richiesto che la GMS completasse le autorizzazioni per l’istituzione e la gestione del luogo di culto e ne parlasse ai residenti locali, mentre la GMS ha richiesto che le preghiere, interrotte in quel momento, venissero riprese.

(…)

Il responsabile delle pubbliche relazioni ha spiegato che, durante questo periodo, la GMS sospenderà temporaneamente le attività religiose nei villaggi di Glugo, Panggungharjo, Sewon e Bantul, fino al completamento di tutte le procedure previste.

La polizia regionale di Yogyakarta ha sottolineato che la libertà di culto è garantita dalla costituzione, pertanto qualsiasi forma di intimidazione unilaterale non è giustificata dalla legge.

Fika Azalea, Rosihan Anwar, Aparat Kepolisian Klaim Repons Cepat Penanganan Konflik Gereja Misi Sejahtera, La polizia afferma di essere intervenuta tempestivamente in seguito al conflitto all’interno della chiesa GMS, Radio Republik Indonesia, 26 Maggio 2026.

Il passaggio risulta particolarmente significativo perché mette in luce la logica amministrativa adottata dalle autorità, e il linguaggio adottato è quello tipico della comunicazione istituzionale, incentrato sulla mediazione, sul dialogo e sulla ricomposizione del conflitto; tale dinamica, in effetti, non rappresenta un’anomalia riconducibile all’attuale governo Prabowo, ma costituisce un modello ricorrente. Le autorità tendono a intervenire anzitutto per contenere il conflitto, aprire un percorso di mediazione e ricondurre le parti entro un quadro di convivenza pacifica. Quando la pressione esercitata da gruppi locali diventa particolarmente intensa, la ricerca del compromesso può tradursi, almeno temporaneamente, in una limitazione dell’esercizio dei diritti delle minoranze coinvolte.

È in questo contesto che alcuni studiosi (e.g. Marshall, P. (2018). The ambiguities of religious freedom in Indonesia. The Review of Faith & International Affairs, 16(1), 85–96), hanno richiamato il concetto di mob veto, ossia la capacità di gruppi organizzati di influenzare l’esercizio di un diritto costituzionale attraverso la pressione sociale esercitata sulle istituzioni locali. L’aspetto più significativo non consiste tanto nell’azione dei gruppi stessi, quanto nella risposta dello Stato, orientata prioritariamente alla ricomposizione del conflitto e alla salvaguardia dell’ordine pubblico. Alla fine dell’articolo citato in precedenza, la polizia afferma di avere la situazione sotto controllo e di lasciare che siano le autorità a risolvere questo problema, evitando azioni unilaterali da entrambe le parti.

(Immagine generata con AI a scopi illustrativi)

L’interpretazione di questa continuità non richiede necessariamente di attribuire specifiche intenzioni ai singoli presidenti. È plausibile che ciascun capo dello Stato operi valutazioni politiche differenti e disponga di margini d’azione variabili, ma la reiterazione di comportamenti istituzionali analoghi sotto governi profondamente diversi suggerisce l’esistenza di un paradigma amministrativo ormai consolidato.

Il caso di Basuki Tjahaja Purnama, conosciuto come Ahok, offre una chiave di lettura significativa. La crisi politica apertasi nel 2016 mostrò come una controversia religiosa, originariamente circoscritta, fosse in grado di ridefinire rapidamente gli equilibri nazionali tra partiti, organizzazioni religiose, amministrazioni e opinione pubblica. Più che rappresentare un episodio isolato, quella vicenda mise in evidenza l’elevata sensibilità del sistema politico indonesiano rispetto a tutto quello che può alterare il delicato equilibrio tra religione e stabilità nazionale.

La continuità osservabile attraverso governi differenti suggerisce quindi che il fattore decisivo non sia rappresentato dalla personalità dei presidenti, ma dalla persistenza di una cultura istituzionale condivisa. Le amministrazioni cambiano, ma rimane sostanzialmente immutata la concezione della religione come questione di interesse pubblico, da governare nell’ottica della coesione sociale.

Da questa prospettiva, la politica religiosa dell’Indonesia contemporanea appare caratterizzata da una costante gerarchia di priorità. La peculiarità del modello indonesiano non consiste dunque nella negazione esplicita della libertà religiosa, ma nella sua collocazione entro una gerarchia di interessi pubblici nella quale la stabilità, la coesione sociale e l’armonia confessionale costituiscono i criteri prevalenti dell’azione statale. È questa continuità istituzionale, più che nell’avvicendamento dei singoli presidenti, a rappresentare uno dei tratti distintivi dell’evoluzione della politica religiosa indonesiana.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *