Nel dibattito occidentale sull’Iran e sul Medio Oriente, una delle semplificazioni più ricorrenti consiste nell’identificare lo sciismo con la Repubblica islamica iraniana; in questa prospettiva, il clero sciita appare come un corpo omogeneo, naturalmente incline all’esercizio del potere politico e raccolto attorno al modello elaborato da Ruhollah Khomeini dopo la rivoluzione del 1979. Si tratta, tuttavia, di una rappresentazione che finisce per oscurare la complessità del pensiero sciita e le profonde divergenze esistenti al suo interno, come testimoniato dalla figura del Grande Ayatollah Ali Al Sistani, che costituisce, da questo punto di vista, un caso emblematico. (Nota: il titolo di Grande Ayatollah è quello comunemente riconosciutogli nell’ambito della tradizione sciita, senza che ciò implichi alcuna presa di posizione o giudizio da parte di questa rivista).

Al Sistani è considerato una delle massime autorità religiose della scuola di Najaf, in Iraq, e esercita un’influenza che travalica ampiamente i confini iracheni; milioni di fedeli sciiti lo riconoscono come marja al taqlid, ossia come punto di riferimento nell’interpretazione della legge islamica. Eppure, nonostante tale prestigio, egli non ricopre alcuna carica politica, non dirige un partito, non aspira al governo dello Stato e non ha mai sostenuto che il clero debba assumere direttamente il potere politico.
È proprio questo apparente paradosso a rivelare i limiti di molte categorie interpretative occidentali, in quanto spesso si tende a classificare gli attori politici secondo una dicotomia familiare, rappresentandoli come moderati o radicali, filo-occidentali o filo-iraniani, democratici o autoritari. Tali categorie, pur utili in alcuni contesti, diventano insufficienti quando vengono applicate a tradizioni religiose che si sono sviluppate secondo logiche differenti; Al Sistani, da questo punto di vista, non può essere considerato un riformatore liberale, e nemmeno un oppositore dell’islam politico in senso occidentale. È un autorevole giurista sciita profondamente tradizionale, convinto tuttavia che l’autorità religiosa e quella politica debbano rimanere distinte.
Questa posizione affonda le proprie radici nella storia dello sciismo duodecimano. Per secoli, la dottrina prevalente ha sostenuto che, durante l’occultamento del ‘dodicesimo Imam’, nessun uomo potesse rivendicare una legittimità politica assoluta in sua vece. Il compito dei giuristi, secondo questa visione, sarebbe quello di interpretare la legge religiosa, guidare i fedeli ed esercitare un’autorità morale, senza però trasformarsi in governanti diretti. La teoria della Velayat-e Faqih, secondo cui il giurista deve assumere direttamente il governo della comunità, rappresentò quindi una significativa innovazione introdotta da Khomeini, e non la naturale conseguenza dell’intera tradizione sciita.

Da questa prospettiva, Al Sistani non costituisce un’eccezione, ma il rappresentante di una diversa scuola di pensiero, storicamente radicata nel centro religioso di Najaf. La sua mancata adesione alla Velayat-e Faqih non deriva da un’avversione verso l’Iran o da un progetto di secolarizzazione della società, ma dalla convinzione che il prestigio del clero dipenda proprio dalla sua indipendenza rispetto al potere politico. Un’autorità religiosa che governa direttamente, secondo questa tradizione, diventerebbe inevitabilmente parte delle contese quotidiane dello Stato, mentre un clero che rimane esterno alle istituzioni statali conserverebbe la capacità di ammonire, consigliare e mediare.
È proprio questa impostazione ad aver consentito ad Al Sistani di esercitare, negli ultimi decenni, un’influenza determinante sulla vita politica irachena senza mai assumere o reclamare formalmente il governo del Paese; dopo la caduta di Saddam Hussein, egli sostenne la necessità di elezioni rappresentative, invitò ripetutamente alla moderazione nei momenti di maggiore tensione confessionale. Nel 2014, emanò la celebre fatwa che incoraggiò la mobilitazione contro lo Stato Islamico/Daesh, senza però trasformare la propria autorità religiosa in un’autorità statale.
Si osserva, a questo proposito, che Al Sistani non ha mai composto opere polemiche contro il sistema iraniano, ma ha mostrato di agire secondo un paradigma differente; non si tratta, dunque, di una persona che ha costruito un modello in opposizione a quello iraniano, ma che segue un paradigma differente.
È anche per questo motivo che l’etichetta di “filo-iraniano”, talvolta attribuitagli nel dibattito mediatico, risulta fuorviante, in quanto Al Sistani non è ostile all’Iran in quanto grande Paese sciita e mantiene rapporti rispettosi con il suo establishment religioso. Allo stesso tempo, però, non riconosce alla Guida Suprema iraniana un’autorità politica o religiosa universale sugli sciiti del mondo e non ha mai adottato il modello costituzionale della Repubblica islamica; la sua posizione è dunque più articolata di quanto suggeriscano le tradizionali categorie geopolitiche.
Questa distinzione permette di comprendere come, all’interno dello sciismo contemporaneo, la vera linea di frattura non separi semplicemente sostenitori e oppositori dell’Iran, ma due differenti concezioni del rapporto tra religione e potere. Da un lato, si colloca il modello sviluppato a Qom dopo il 1979, nel quale il giurista esercita direttamente il governo dello Stato; dall’altro, la tradizione di Najaf, che continua a considerare il clero come guida morale della comunità, ma non come titolare dell’autorità politica diretta.

La differenza, tuttavia, non nasce nel 1979, ma affonda le proprie radici nella diversa evoluzione storica dei principali centri dell’islam sciita; Najaf, sviluppatasi per secoli al di fuori di uno Stato confessionale sciita, elaborò una concezione del clero distinta dall’esercizio diretto del potere politic. Qom divenne invece, soprattutto dopo la rivoluzione iraniana, il principale centro di diffusione e consolidamento della teoria della Velayat-e Faqih.
La figura di Al Sistani suggerisce quindi una riflessione di carattere più generale, in quanto la comprensione del mondo islamico richiede spesso di sospendere categorie interpretative elaborate in altri contesti storici e culturali. Le contrapposizioni come quelle tra religioso e laico, moderato e radicale, alleato e avversario, non sempre coincidono con le linee di divisione realmente significative all’interno delle società islamiche.
In questo senso, la figura del grande ayatollah iracheno non rappresenta tanto un’eccezione quanto un invito metodologico e una cautela per chi si trova esposto a notizie che provengono dal mondo sciita; prima di classificare gli attori del Medio Oriente secondo schemi tipicamente occidentali, è necessario comprenderne le categorie interne, le genealogie dottrinali e le tradizioni politiche. Solo così diventa possibile comprendere come le principali linee di frattura del mondo sciita non coincidano necessariamente con quelle attraverso cui l’Occidente è solito interpretare la politica mediorientale.

