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L’Afghanistan viene spesso descritto come un Paese definitivamente riconquistato dai Talebani oppure, all’opposto, come uno Stato destinato a un imminente collasso; entrambe le letture risultano parziali, e, per comprendere la fase attuale occorre distinguere tra due processi profondamente diversi. Da una parte, la conquista del potere politico e dall’altra il consolidamento istituzionale del nuovo ordine; il primo può dirsi sostanzialmente compiuto, mentre il secondo, più delicato, è ancora in pieno svolgimento.

Dalla caduta della Repubblica islamica, nell’agosto del 2021, l’Emirato ha assunto il controllo delle principali città, dei valichi di frontiera, dell’apparato amministrativo e delle entrate fiscali. Non esiste più una forza militare organizzata capace di contendere il governo del Paese, mentre le formazioni di opposizione operano in modo frammentario e senza un controllo stabile del territorio. Da questo punto di vista, il successo della rivoluzione talebana è difficilmente contestabile, ma questo non significa, tuttavia, che il nuovo Stato sia ormai pienamente consolidato.

La conquista di un governo e la costruzione di uno Stato appartengono infatti a due momenti storici distinti. Ogni rivoluzione vittoriosa deve affrontare il passaggio più delicato, trasformare un movimento insurrezionale in un’autorità amministrativa permanente. La vittoria militare richiede disciplina, strategia e capacità di mobilitazione, mentre il governo di un Paese esige burocrazia, gerarchie stabili, amministrazione uniforme e, soprattutto, il monopolio dell’uso della forza.

È proprio in questo ambito che l’Afghanistan contemporaneo rivela le proprie contraddizioni, che segnalano come la costruzione delle istituzioni talebane sia ancora in corso; per oltre quarant’anni il Paese ha vissuto una successione quasi ininterrotta di guerre, invasioni e conflitti civili.

In tale contesto, armi, milizie e comandanti locali sono divenuti elementi strutturali dell’organizzazione sociale, e l’ascesa al potere dei Talebani non ha cancellato tale eredità; le campagne di raccolta delle armi, gli interventi contro gruppi armati locali, le tensioni con comunità che resistono alle decisioni del governo e le periodiche operazioni volte a riaffermare l’autorità dell’amministrazione centrale mostrano come il monopolio della forza sia ancora un obiettivo da raggiungere più che una realtà acquisita.

Negli ultimi anni l’Emirato ha promosso ripetute campagne di censimento, registrazione e centralizzazione degli arsenali, ed è in tale ambito che si inseriscono le notizie che provengono dalla parte settentrionale del Paese. Secondo il quotidiano Hasht-e Subh (pubblicata da 8am Media,), testata afghana oggi operante dall’esilio e generalmente vicina agli ambienti della precedente Repubblica afghana, nel giugno del 2026 le autorità talebane avrebbero avviato nel Badakhshan una vasta operazione di ritiro dei permessi d’arma e di confisca degli arsenali detenuti da compagnie minerarie e comandanti locali, nel quadro di una più ampia riaffermazione dell’autorità centrale.

La provincia settentrionale oggetto della campagna di ritiro delle armi (Fonte 8am Media)

Invece, le testate locali, vicine o controllate dall’amministrazione talebana, non hanno riportato la notizia, e preferiscono dare un’immagine di sicurezza e di rafforzamento del controllo; si tratta di una narrativa che stride con le immagini, ancora frequenti, di uomini armati che presidiano villaggi, mercati o posti di controllo. Non si tratta necessariamente della prova dell’assenza di controllo politico, ma della testimonianza di una fase di transizione nella quale il potere centrale cerca progressivamente di sostituire una pluralità di autorità locali con un’unica struttura statale.

In altri termini, l’Emirato controlla il territorio molto più di quanto non controlli ancora tutti gli strumenti attraverso i quali quel territorio viene governato; questa distinzione consente di interpretare anche uno degli aspetti più controversi dell’attuale politica talebana, le severe restrizioni imposte alle donne.

La spiegazione più immediata rimanda all’ideologia religiosa della leadership di Kandahar, che considera tali norme parte integrante della propria visione islamica; sarebbe tuttavia riduttivo arrestarsi a questa sola dimensione, in quanto le politiche riguardanti l’istruzione femminile, l’abbigliamento e la separazione degli spazi possono essere lette anche come strumenti di consolidamento del nuovo ordine istituzionale.

Ogni rivoluzione tende infatti a individuare ambiti della vita quotidiana nei quali rendere visibile la propria capacità normativa. Non si tratta soltanto di imporre nuove regole, ma di dimostrare che non esistono più sfere sociali sottratte all’autorità dello Stato; in questa prospettiva, il controllo esercitato sul corpo, sull’educazione e sui comportamenti pubblici assume un valore eminentemente politico, e rende percepibile la presenza del nuovo potere nella vita ordinaria.

La storia offre numerosi esempi di questo meccanismo che non è certamente limitato all’Afghanistan. Si osserva, pur nella diversità dei contesti storici, che la rivoluzione francese intervenne sul calendario, sulla toponomastica e persino sul modo di misurare il tempo; la rivoluzione bolscevica trasformò profondamente la famiglia e il diritto, mentre la rivoluzione iraniana fece dell’obbligo del velo uno dei simboli più evidenti del nuovo ordine. In tutti questi casi, la regolazione della quotidianità non esauriva il progetto rivoluzionario, ma contribuiva a renderlo tangibile, cercando di dimostrare che non esistevano alternative al nuovo corso politico.

L’Afghanistan sembra seguire una dinamica analoga, anche se in un contesto storico e culturale profondamente diverso. Le norme più severe non rispondono soltanto a una determinata interpretazione religiosa, ma rafforzano l’identità del movimento, ne preservano la coesione interna e, al tempo stesso, manifestano la capacità del nuovo potere di disciplinare la società. In altri termini, esse non disciplinano soltanto la società, ma contribuiscono anche a costruire simbolicamente lo Stato.

Esse assumono inoltre una dimensione internazionale, poiché mostrano la volontà dell’Emirato di non subordinare le proprie scelte alle pressioni diplomatiche esterne.

(Immagine creata con AI a scopi illustrativi)

Ciò non implica che tali politiche siano state concepite esclusivamente come strumenti di costruzione dello Stato, in quanto tale interpretazione sarebbe una semplificazione speculare a quella che le interpreta soltanto come espressione ideologica; più verosimilmente, esse assolvono contemporaneamente funzioni religiose, identitarie, politiche e istituzionali.

È forse proprio questa pluralità di significati e funzioni a rivelare la natura della fase che l’Afghanistan sta attraversando dal 2021; i Talebani hanno vinto la guerra, ma stanno ancora affrontando la sfida, ben più complessa, della costruzione dello Stato. Ogni rivoluzione attraversa un momento nel quale il problema non è più la conquista del potere, ma la trasformazione della vittoria militare in un ordine stabile e duraturo, presidiato da istituzioni solide.

L’Afghanistan del 2026 sembra trovarsi precisamente in questo passaggio, in quanto il Paese non è più il teatro di una rivoluzione combattente, ma non è ancora quello di una rivoluzione istituzionalmente compiuta. È uno Stato in formazione, nel quale la centralizzazione amministrativa e il consolidamento istituzionale procedono più lentamente della conquista politica; pertanto, anche molte delle decisioni apparentemente più controverse (e ad alto impatto visivo) acquistano un significato diverso se lette come parte del lungo e accidentato processo di consolidamento di un nuovo ordine rivoluzionario.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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