legittimazione nuovo ordine indonesia
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Tra i numerosi documenti che permettono di comprendere l’immaginario politico dell’Indonesia durante gli ultimi decenni del regime del Nuovo Ordine, gli articoli pubblicati sulla stampa periodica rivestono un interesse particolare. Più ancora dei discorsi ufficiali o dei documenti governativi, essi consentono infatti di osservare come i principi ideologici promossi dallo Stato venissero recepiti, rielaborati e riprodotti all’interno della società. Un articolo apparso nel 1992 sulla rivista Legislatif Jaya (bollettino ufficiale del governo locale di Jakarta), intitolato “La capacità di governare e di essere governati”, costituisce un esempio significativo di questo fenomeno.

Il testo si apre con una citazione attribuita ad Aristotele: «La libertà è la capacità di governare e di essere governati», e l’adozione di tale riferimento non è casuale; la libertà non viene qui intesa come possibilità di contestazione politica o come espressione del pluralismo democratico. Al contrario, essa viene interpretata come adesione responsabile all’ordine collettivo. Si tratta di una concezione pienamente coerente con la filosofia politica del Nuovo Ordine, che privilegiava la stabilità sociale, la disciplina e l’armonia nazionale rispetto al conflitto politico.

L’argomentazione dell’autore si sviluppa attraverso un confronto simbolico tra due generazioni. Da una parte vi sono i combattenti dell’indipendenza (Angkatan 45, la Generazione del 45), coloro che parteciparono alla rivoluzione nazionale tra il 1945 e il 1949. Dall’altra, i giovani cresciuti nell’Indonesia degli anni Novanta, ormai inseriti in una società caratterizzata da una crescente prosperità materiale.

Il dialogo immaginario tra un padre veterano e il figlio diventa il mezzo narrativo attraverso cui evidenziare questa distanza generazionale. Il padre ricorda le privazioni della guerra, le lunghe marce a piedi, la mancanza di mezzi e le difficoltà quotidiane affrontate durante la lotta per l’indipendenza; il figlio, al contrario, considera quelle esperienze come appartenenti a un passato remoto, quasi leggendario, incapace di comprendere pienamente il significato dei sacrifici compiuti.

Questa contrapposizione non implica una critica dello sviluppo economico, ma, al contrario, il benessere raggiunto viene presentato come il risultato positivo della lotta rivoluzionaria e della successiva costruzione dello Stato nazionale. Il problema, secondo l’autore, emerge quando le nuove generazioni godono dei frutti dello sviluppo senza possedere una consapevolezza storica adeguata. La prosperità materiale, secondo questa concezione ideale e retorica, rischia allora di generare individualismo, consumismo e perdita del senso del dovere, valori che si opponevano a quelli proposti dal Nuovo Ordine.

In questo passaggio si coglie uno degli elementi fondamentali della retorica del Nuovo Ordine. Il regime guidato da Soeharto fondava gran parte della propria legittimazione sulla capacità di garantire crescita economica, modernizzazione e stabilità politica. Tuttavia, tale sviluppo veniva costantemente collegato al sacrificio dei combattenti del 1945, in una linea di continuità ideale tra la rivoluzione indipendentista e il progetto politico dello Stato contemporaneo; l’indipendenza conquistata dai patrioti avrebbe trovato il proprio compimento nel progresso economico realizzato dal Nuovo Ordine.

Si consideri, in particolare, questo estratto:

Questo dialogo (tra padre e figlio, che precede questo estratto, ndr) è solo un piccolo esempio. Genitori diversi avranno sicuramente parole ed espressioni differenti, ma il concetto di fondo rimane lo stesso: la generazione dei nostri figli considera la vita di stenti e sacrifici dei propri genitori come una cosa del passato, mentre per loro oggi esiste il diritto a una quota diversa: c’è il denaro, la casa, l’auto, la scuola, i ristoranti, i centri sportivi e così via. I giovani di oggi non riescono a comprendere che, durante il periodo della guerriglia dal 1947 al 1950, i soldati combattevano senza stipendio, entravano e uscivano dalle giungle profonda, scalavano montagne e scendevano valli, mangiando riso al cartoccio donato dai contadini o, a volte, persino riso raffermo o semplice manioca bollita; che i soldati della guerriglia non possedevano scarpe, per non parlare degli orologi da polso. Davanti a questi racconti pieni di stupore, i giovani non riescono a credere che la realtà vissuta dai loro genitori fosse proprio quella. Molti di loro pensano che siano tutte vecchie storie o semplici favole!

Asuhan Pranata, Kecakapan Memerintah dan Diperintah, La Capacità di Governare e di Essere Governati, Legislatif Jaya, XI(3), 1992, p. 4.

Particolarmente significativa è la centralità attribuita all’Angkatan ’45, la cosiddetta “Generazione del ’45”,che nel testo non appare semplicemente come un gruppo di veterani, ma come una vera e propria autorità morale. I protagonisti della rivoluzione vengono presentati come custodi dei valori autentici della nazione, lo spirito di sacrificio, la disciplina, la solidarietà e la dedizione al bene comune. La loro esperienza storica assume una dimensione quasi mitica, trasformandosi in una fonte permanente di legittimità politica.

Da questa prospettiva emerge anche il ruolo attribuito all’educazione. L’autore sostiene che gli insegnanti di storia dovrebbero trasmettere alle nuove generazioni i valori della lotta per l’indipendenza e che i programmi di formazione ideologica fondati sulla Pancasila rappresentino uno strumento privilegiato per tale missione.

La storia non viene dunque concepita principalmente come disciplina critica, volta a interrogare il passato nella sua complessità, ma come veicolo di educazione civica e morale; il ricordo della rivoluzione deve contribuire alla formazione di cittadini disciplinati, riconoscenti verso la nazione e consapevoli dei sacrifici compiuti dalle generazioni precedenti.

L’articolo di Legislatif Jaya in esame risulta particolarmente interessante in quanto consente di osservare il funzionamento quotidiano dell’egemonia culturale del Nuovo Ordine. Pur non essendo un documento ufficiale dello Stato, e nemmeno un discorso presidenziale, esso fu pubblicato sul bollettino ufficiale del governo provinciale di Jakarta. Si tratta pertanto di una fonte collocata in una zona intermedia tra il discorso istituzionale e la comunicazione destinata al grande pubblico, particolarmente utile per comprendere come le categorie ideologiche del regime venissero diffuse e normalizzate al di fuori delle sedi più propriamente governative.

Attraverso il richiamo costante allo ‘spirito del ’45’, il benessere materiale e la stabilità politica vengono presentati come il naturale risultato della rivoluzione nazionale e, al tempo stesso, come beni da preservare mediante la disciplina e la trasmissione dei valori patriottici. In questa narrazione, il passato rivoluzionario non è soltanto memoria storica, ma diventa uno strumento essenziale per giustificare il presente e orientare il futuro della nazione.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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