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Dalla guerra giapponese all’indipendenza dell’Indonesia, la trasformazione della Prefettura Apostolica di Banka e Billiton racconta il passaggio dalla missione coloniale olandese alla formazione di una Chiesa cattolica sempre più locale e asiatica.

From the Japanese occupation to Indonesian independence, the history of the Apostolic Prefecture of Banka and Billiton reveals the transition from Dutch colonial missions to an increasingly local and Asian Catholic Church.

Van de Japanse bezetting tot de Indonesische onafhankelijkheid: de geschiedenis van de Apostolische Prefectuur Banka en Billiton toont de overgang van de Nederlandse koloniale missie naar een steeds meer lokale en Aziatische katholieke Kerk.


Banka e Billiton nel Secondo Dopoguerra

La storia della Prefettura Apostolica di Banka e Billiton (attualmente diocesi di Pangkalpinang a Sumatra) costituisce un osservatorio privilegiato per comprendere le profonde trasformazioni che investirono l’Indonesia nel secondo dopoguerra. Il testo pubblicato nel 1951 da Pater Dagobert Gooren ss.cc. (Padri dei Sacri Cuori, detti anche di Picpus, dal quartiere di Parigi legato alla congregazione) non è soltanto una cronaca missionaria, ma anche, e soprattutto, la testimonianza di un passaggio storico drammatico, nel quale il mondo coloniale olandese si dissolse lasciando spazio alla nascita della nuova Repubblica Indonesiana.

In tale contesto, la missione cattolica dovette ridefinire il proprio ruolo, il proprio rapporto con le popolazioni locali e persino la propria identità, allo scopo di sopravvivere e preservare la sua presenza e influenza nel Paese sorto dopo l’indipendenza del 1945/1949.

Una Vista di Billiton, ca. 1950 (Foto Delpher)

La Prefettura, istituita nel 1923 e affidata ai Padri dei Sacri Cuori, comprendeva una vasta costellazione di isole sparse tra Sumatra e la penisola malese; Banka (Bangka), Billiton (Belitung), l’arcipelago di Riouw (Riau) e altre isole minori. Pur trattandosi di territori relativamente piccoli, la dispersione geografica rendeva la missione particolarmente complessa. Fin dall’inizio essa si concentrò soprattutto sulla popolazione cinese locale, ritenuta dai missionari più “ricettiva” rispetto alla maggioranza malese musulmana.

La fonte del 1951 è esplicita a questo riguardo:

La caratteristica di questa missione è che si lavora quasi esclusivamente tra i cinesi, poiché ciò rappresenta la maggiore speranza per il futuro. Questo non significa che i cinesi costituiscano la maggioranza della popolazione, poiché ci sono quasi il doppio di malesi, i quali sono all’incirca tutti maomettani (musulmani, ndr).

Dagobert Gooren, De Picpus-Missie. de Apostolische Prefectuur van Banka en Billiton (La missione Picpus. La prefettura apostolica di Banka e Billiton), Annalen van het Pauselijk Genootschap tot Voortplanting des Geloofs, Annali della Pontificia Società per la Propagazione della Fede, CXVIII(76), 1951, p.7.

Questo dato rivela chiaramente l’impostazione missionaria dell’epoca coloniale, secondo cui l’opera evangelizzatrice si sviluppava entro un equilibrio fragile tra minoranze etniche, amministrazione coloniale e società islamica.


La Guerra Giapponese e il Crollo del Mondo Coloniale

L’occupazione giapponese durante la Seconda guerra mondiale rappresentò una cesura radicale. Come accadde in gran parte del Sud-est asiatico, la presenza europea fu improvvisamente travolta. Missionari, religiosi e suore vennero internati, molte strutture ecclesiastiche distrutte o saccheggiate, mentre l’intera organizzazione della missione rischiò il collasso.

L’articolo del 1951 ricorda con toni sobri ma eloquenti le perdite subite: dieci sacerdoti morti, tra cui il prefetto apostolico, otto fratelli religiosi e due suore. A queste perdite umane si aggiunsero quelle materiali: chiese devastate, scuole distrutte, conventi saccheggiati.

Tuttavia, il trauma più profondo non fu solamente materiale, in quanto la guerra mise in crisi il legame quasi naturale che fino a quel momento aveva unito missione cattolica e presenza coloniale europea.

La Chiesa di Muntok, a Banka (Foto Delpher)

In tale contesto emerge una figura significativa, il sacerdote cinese Jan Boen Thiam Kiat, ordinato nel 1935 e nominato pro-prefetto nel 1942. Durante l’occupazione giapponese egli si trovò a guidare praticamente da solo l’intera missione. Il fatto è importante non soltanto dal punto di vista ecclesiastico, ma anche e soprattutto simbolico.

La guerra mostrò concretamente che la sopravvivenza della Chiesa locale non poteva più dipendere esclusivamente dal personale europeo; per la prima volta, clero locale e leadership indigena divennero indispensabili.

Questa esperienza anticipava, in modo quasi profetico, quello che sarebbe accaduto dopo il 1945, la graduale trasformazione delle missioni coloniali in Chiese realmente asiatiche. Si tratta del fenomeno della progressiva indigenizzazione del clero, rappresentato da figure come il vicario apostolico Soegijapranata, di cui si è discusso in questa rivista.


La Ricostruzione tra Indipendenza e Adattamento

Dopo la fine della guerra, la situazione rimase estremamente instabile, con l’Indonesia che entrò immediatamente nella fase rivoluzionaria, un processo che avrebbe condotto all’indipendenza dal Regno dei Paesi Bassi nel 1949. In molte regioni, inclusa Banka, il ritorno dei missionari europei avvenne in mezzo a tensioni politiche, conflitti armati e profonde trasformazioni sociali.

Per questa ragione, le pagine dedicate al ritorno dei sacerdoti hanno quasi il tono di un diario di frontiera. Pater Engelmund Tromp descrive il ritorno sull’isola di Karimoen nell’ottobre 1945 con emozione intensa, restituita dal documento del 1951.

Si consideri, in particolare, questo estratto:

Il primo missionario olandese a rioccupare la propria stazione da uomo libero fu Padre Engelmund Tromp. Il 9 ottobre 1945 partì con il suo catechista per l’isola di Karimun. Egli stesso scrive a riguardo:

“In effetti, la mia cara Karimun era ancora lì. Che sollievo! Gli edifici c’erano ancora e fortunatamente non erano trascurati. Le stanze erano arredate, il letto era pronto e c’era del cibo. Gli arredi sacri c’erano tutti, solo la biancheria e i paramenti erano stati rubati al 90% e dei libri non era rimasto molto. Dei banchi di scuola ne restavano i due terzi. Il giorno successivo celebrai di nuovo la Santa Messa. C’era un grande interesse da parte dei cattolici, degli ex alunni e dei non cattolici. Camminavo di nuovo libero per l’isola.”

Ben presto fu riaperta anche la scuola. A novembre fu intrapreso il primo viaggio di servizio verso Moro e Tandjong Batoe (Tanjung Batu, ndr).

Dagobert Gooren, De Picpus-Missie… cit., p. 7.

Sono immagini coeve che restituiscono in maniera plastica la resilienza delle piccole comunità cattoliche sparse nell’arcipelago dopo il secondo conflitto mondiale e l’indipendenza dell’Indonesia.

Tuttavia, il problema principale non era semplicemente ricostruire edifici o riaprire scuole, ma ridefinire il rapporto con il nuovo contesto politico. Da questo punto di vista, il testo del 1951 è particolarmente interessante perché lascia intravedere una consapevolezza nuova. Vi si legge chiaramente che “la situazione era cambiata” e che bisognava tenere conto della futura indipendenza del popolo indonesiano.

Ancora, si consideri questo passaggio:

Sotto la guida di monsignor Marcellinus van Soest è stato possibile far sì che, una volta giunta l’indipendenza, tutto si sia praticamente riconvertito. I missionari sono pronti a darsi interamente per il benessere del popolo indonesiano.

Dagobert Gooren, De Picpus-Missie… cit., p. 8.

Questa frase, apparentemente semplice, segnala una svolta decisiva, che ha permesso alla chiesa cattolica di adattarsi a un Paese non solo demograficamente islamico ma anche segnato da una leadership islamica.

Mons Van Soest (Foto Delpher)

Nel periodo coloniale, le missioni cattoliche avevano spesso operato sotto la protezione delle strutture europee, ma dopo il 1945, tale equilibrio non era più sostenibile. I missionari compresero progressivamente che la loro presenza sarebbe stata accettata soltanto nella misura in cui avessero dimostrato di non rappresentare più un’estensione del potere coloniale.

L’opera di Monsignor Marcellinus van Soest appare quindi centrale. Pur essendo un missionario olandese, egli guidò il processo di adattamento della Prefettura alla nuova realtà nazionale indonesiana. L’articolo insiste sul fatto che la missione riuscì a “trasferirsi” quasi completamente nel nuovo quadro politico senza fratture traumatiche. Questo adattamento fu essenziale per la sopravvivenza stessa della Chiesa cattolica in Indonesia, che ridefinì la propria identità, secondo la celebre e successiva formula ‘100 per cento cattolico. 100% indonesiano’.


Verso una Chiesa locale: Il Significato della “Indigenizzazione”

Uno degli aspetti più significativi dell’articolo riguarda la nascita di una congregazione religiosa femminile indigena, le Piccole Suore della Sacra Famiglia. Questo passaggio, che potrebbe sembrare secondario, è in realtà fondamentale per comprendere l’evoluzione della Chiesa cattolica nel Sud-est asiatico.

A partire dal XIX secolo, le missioni europee avevano spesso mantenuto una struttura fortemente dipendente dall’estero, con sacerdoti, suore, fondi economici e modelli culturali di derivazione quasi esclusiva dall’Europa. Nel dopoguerra questa impostazione entrò definitivamente in crisi, e la nascita di congregazioni locali indicava la formazione di un cattolicesimo radicato nel tessuto sociale asiatico.

Gioventù Cattolica a Blinjoe, presso Banka (Foto Delpher)

Il testo osserva con lucidità che anche i cinesi non cattolici faticavano ancora a percepire questa nuova realtà come qualcosa di “proprio” e non semplicemente europeo. È un’osservazione estremamente interessante, che dimostra come il processo di “indigenizzazione” della Chiesa non era soltanto istituzionale, ma anche culturale e psicologico, come si può leggere nell’articolo del 1951:

L’origine (delle Piccole Suore della Sacra Famiglia, ndr) risale al 1936, quando tre ragazze espressero il desiderio di entrare in convento. Questo diede al Prefetto Apostolico, monsignor Vitus Bouma, l’idea di intraprendere quest’opera, tanto più che in patria non riusciva a ottenere nuove suore per la sua missione. Durante l’occupazione, due di esse rimasero fedeli e poterono finalmente emettere i voti temporanei il 19 marzo 1949. Attualmente la giovane fondazione conta tre professe, una novizia e una postulante. I cattolici cinesi, com’è naturale, la trovano una cosa bellissima. Tra gli altri cinesi della missione, tuttavia, è penetrata ancora molto meno che tra i cattolici l’idea che questa sia una realtà propria del loro popolo e non qualcosa degli europei.

Dagobert Gooren, De Picpus-Missie… cit., p. 8.

In effetti, negli anni Cinquanta il cattolicesimo in Indonesia rimaneva ancora numericamente molto limitato. La Prefettura in esame, in particolare, contava appena 2150 cattolici nel 1950, contro circa 600 nel 1924, secondo quanto riferito dal missionario nel suo articolo del 1951 (De Picpus-Missie… cit., p. 8).

La crescita era lenta, soprattutto in un ambiente dominato dall’islam malese e da forti identità etniche; il dato più importante, tuttavia, non era la quantità dei fedeli, ma la trasformazione qualitativa della comunità cattolica.

La missione stava cessando di essere una presenza esclusivamente europea per diventare gradualmente una realtà locale, con ordinari propri (vicari apostolici prima e vescovi successivamente), sacerdoti asiatici, suore indigene, catechisti locali e una crescente autonomia organizzativa.


Una Missione Ridimensionata ma Sopravvissuta

L’articolo si conclude con una riflessione di Monsignor van Soest dal tono (quasi) spirituale, il molto lavoro, le molte sofferenze, ma i pochi risultati visibili.

Ancora, si consideri il testo coevo;

Vorrei concludere con le parole che monsignor Marcellinus van Soest scrisse in occasione del 25° anniversario della Prefettura (Apostolica, ndr):

“Qui si è lavorato duramente, si è sofferto e sacrificato molto, eppure il successo spirituale è relativamente scarso, almeno all’apparenza. Nostro Signore avrà i Suoi piani in merito: Egli vuole mantenerci umili. L’importante è che facciamo il nostro dovere in tutto e ovunque.”

Dagobert Gooren, De Picpus-Missie… cit., p. 9.

Questa frase riflette bene il clima delle missioni cattoliche del dopoguerra, che, dopo decenni di espansione coloniale, si trovavano improvvisamente ridimensionate, private delle precedenti sicurezze politiche e costrette a confrontarsi con società ormai orientate verso il nazionalismo islamico e una forte identità nazionale locale (malese e giavanese).

Eppure, proprio questa crisi rese possibile una trasformazione più profonda, e, in effetti, la missione di Banka e Billiton (ma non solo ovviamente) non sopravvisse in virtù della continuità del sistema coloniale, ma grazie alla sua capacità di separare la propria identità da quella coloniale.

Annali della Annali della Pontificia Società per la Propagazione della Fede (Foto Delpher)

L’occupazione giapponese, l’indipendenza indonesiana e la perdita del predominio europeo costrinsero la Chiesa a diventare più locale, più asiatica e meno legata alle strutture del passato.

In questo senso, il documento del 1951 possiede un valore storico notevole, in quanto esso non racconta soltanto la ricostruzione di alcune chiese o il ritorno dei missionari dopo la guerra. Racconta, in modo quasi involontario, la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, un delicatissimo ma fondamentale passaggio dalla missione coloniale alla Chiesa indonesiana del dopoguerra.


Letture Consigliate

  • Gooren, D. (1951). De Picpus-Missie. De Apostolische Prefectuur van Banka en Billiton. Annalen van het Pauselijk Genootschap tot Voortplanting des Geloofs, 118(676), 7–9. St. Michielsgestel: Genootschap tot Voortplanting des Geloofs
  • Van Klinken, G. (2003). Minorities, modernity and the emerging nation: Christians in Indonesia, a biographical approach. Leiden: KITLV Press
  • Catholic Church. Majelis Agung Waligereja Indonesia. Departemen Dokumentasi dan Penerangan. Conferenza Episcopale Indonesiana. Dipartimento per la Documentazione e l’Informazione. (1989). The Catholic Church in Indonesia (2nd reprint ed.). Jakarta: The Department

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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