Per oltre vent’anni il dibattito sulla sicurezza europea si è concentrato su un modello relativamente riconoscibile di terrorismo; organizzazioni strutturate, reti clandestine, propaganda ideologica esplicita e processi di radicalizzazione progressivi. Oggi, tuttavia, questo paradigma appare sempre meno sufficiente a comprendere le nuove forme di violenza estremista, e questo nuovo scenario viene riconosiuto dagli esperti di sicurezza.
In una intervista a CTC Sentinel, la rivista di contro-terrorismo di West Point, Greg Hinds, un ex agente federale australiano e esperto di contrasto al fenomeno terroristico, ha osservato che uno dei problemi principali,
(…) from an operational perspective, is the salad bar of ideologies that motivate/drive/influence terrorism today. We’re not dealing with the structures that we once did, and terrorism and the threat landscape have evolved. So, this has an impact on how we think about and respond to a threat environment that is guided by much more loosely connected structures—the gamification of and the desensitization of violence, even offenders becoming much younger. Due to these changes, we too have had to evolve, and at times we probably haven’t matched that pace of evolution with our ability to shift policy, to shift legislation, and to shift our operational responses because their adaptation has moved much more quickly than ours in recent times.
(…) da una prospettiva operativa, è il bar delle insalate ideologiche che motivano/spingono/influenzano il terrorismo oggi. Non stiamo più affrontando le strutture con cui avevamo a che fare in passato, e il terrorismo e il panorama delle minacce si sono evoluti. Quindi, questo ha un impatto su come pensiamo e rispondiamo a un ambiente di minaccia guidato da strutture molto più debolmente connesse—la gamification e la desensibilizzazione della violenza, con i trasgressori che diventano anche molto più giovani.
A causa di questi cambiamenti, anche noi abbiamo dovuto evolverci, e a volte probabilmente non abbiamo eguagliato quel ritmo di evoluzione con la nostra capacità di modificare le politiche, di modificare la legislazione e di modificare le nostre risposte operative, poiché il loro adattamento è avvenuto molto più rapidamente del nostro negli ultimi tempi.
A View from the CT Foxhole: Greg Hinds, Former Director of Counter Terrorism, Interpol, CTC Sentinel, 19(4), 2026, p. 19.
Sottolineo in particolare la frase finale, che può dare la chiave di lettura per l’evoluzione recente del terrorismo, la sostanziale incapacità delle politiche e dei sistemi giudiziari di adattarsi alle nuove forme di questa minaccia.
La minaccia contemporanea è infatti più ambigua, frammentata e spesso difficilmente classificabile negli schemi tradizionali; non sempre esistono collegamenti diretti con organizzazioni terroristiche, o percorsi ideologici chiari. E soprattutto, non necessariamente gli autori mostrano i tradizionali segnali esteriori della radicalizzazione, come una religiosità particolarmente intensa o la frequentazione di reti clandestine.

Il recente caso di Modena (maggio 2026) rappresenta un esempio significativo di questa trasformazione; come già analizzato su questa rivista, nel maggio 2026, un uomo ha investito deliberatamente alcuni passanti nel centro cittadino, ferendo diverse persone prima di tentare la fuga armato di coltello.
Le modalità dell’attacco hanno immediatamente richiamato dinamiche già viste in numerosi attentati europei degli ultimi anni; uso di un veicolo come arma improvvisata, azione improvvisa, forte impatto psicologico e assenza di una struttura operativa visibile.
Tuttavia, le prime indagini non hanno evidenziato collegamenti con reti jihadiste o organizzazioni terroristiche; le autorità italiane hanno escluso, almeno allo stato attuale, l’aggravante terroristica e hanno riferito di non aver trovato nei dispositivi elettronici dell’aggressore elementi concreti di radicalizzazione ideologica.
Ciò nonostante, alcune comunicazioni pregresse con l’università di Modena, la cui autenticità è stata confermata dalle autorità italiane, mostravano segni di odio ideologico verso il cristianesimo e l’occidente.

Sebbene in passato il ragazzo abbia prontamente porto le sue scuse per le sue mail farneticanti, questo conferma la maggiore pericolosità del fenomeno attuale, in cui la distinzione tradizionale tra terrorismo, disagio psichico, alienazione sociale, violenza ideologica e predisposizione culturale (e.g. suprematismo islamico) stia diventando sempre più sfumata.
Il punto centrale non è stabilire se ogni episodio debba essere classificato giuridicamente come terrorismo; il problema strategico riguarda piuttosto l’emergere di soggetti che, pur senza appartenenze formali o radicalizzazione manifesta, finiscono per adottare modalità operative, simboli o logiche tipiche della violenza estremista contemporanea.
Nel caso di Modena, diversi elementi hanno alimentato il dibattito pubblico, come l’isolamento personale, i disturbi psicologici, le difficoltà identitarie, la frustrazione sociale e ,la presenza di comportamenti anomali già noti in precedenza. Ma quello che colpisce maggiormente è la convergenza tra il possibile disagio individuale e l’imitazione di modelli di violenza ormai profondamente interiorizzati nello spazio mediatico globale.
Negli ultimi anni, infatti, il terrorismo ha assunto una dimensione sempre più ‘reticolare’ e culturale, e, di conseguenza, le organizzazioni centralizzate rivestono una minore rilevanza rispetto alla capacità di diffondere narrazioni, immagini e modelli d’azione replicabili. Un individuo isolato può assorbire simboli, linguaggi e tecniche attraverso internet, social network, contenuti virali o ecosistemi digitali polarizzati, senza entrare formalmente in alcuna organizzazione o aderirvi interiormente.
Si tratta del passaggio da una radicalizzazione ‘organizzativa’ a una radicalizzazione ‘diffusa’. In questo scenario, anche soggetti fragili, psicologicamente instabili o culturalmente predisposti, possono incorporare frammenti ideologici estremi in modo discontinuo, caotico o persino inconsapevole.

Per le agenzie di sicurezza questa evoluzione rappresenta una sfida enorme, in quanto i tradizionali indicatori, come le frequentazioni sospette, i contatti internazionali e le attività clandestine, non sono più sufficienti. Molti attori contemporanei non lasciano tracce evidenti fino al momento dell’azione, che viene considerata inaspettata.
Contrastare questo fenomeno richiede quindi strategie più ampie rispetto alla sola repressione securitaria; per iniziare, diventa fondamentale sviluppare sistemi di prevenzione multidisciplinari, capaci di integrare intelligence, salute mentale, scuola, servizi sociali e monitoraggio digitale. La radicalizzazione contemporanea nasce spesso nell’intersezione tra isolamento sociale, crisi identitaria e consumo di contenuti estremi.
In secondo luogo, è necessario investire nell’alfabetizzazione digitale e nella resilienza cognitiva, soprattutto tra i più giovani; la capacità di riconoscere manipolazione algoritmica, propaganda emotiva e dinamiche di polarizzazione diventerà sempre più critica per la sicurezza delle società europee.
Infine, occorre evitare sia la banalizzazione dei gesti che la politicizzazione immediata di episodi complessi. Ridurre ogni caso a semplice follia individuale rischia di sottovalutare dinamiche profonde e reali; trasformare automaticamente qualunque atto violento in terrorismo ideologico può invece alimentare polarizzazione e tensioni sociali.

La nuova minaccia non è più soltanto l’organizzazione clandestina tradizionale, ma un ecosistema fluido, decentralizzato e spesso invisibile, nel quale fragilità personali, conflitti identitari e violenza simbolica possono convergere improvvisamente in azioni ad alto impatto pubblico.
Il caso Modena mostra quanto questa trasformazione sia già parte integrante della realtà europea contemporanea; ne deriva la necessità di ripensare non soltanto gli strumenti operativi di contrasto, ma anche le stesse categorie giuridiche e interpretative attraverso cui definiamo il terrorismo nel XXI secolo.

