ellesma memoria missionaria
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Missionario protestante frisone, fondatore della comunità cristiana di Mojowarno e figura ancora oggi ricordata nella memoria religiosa giavanese, Jelle Eeltjes Jellesma rappresenta una delle personalità più significative della missione olandese del XIX secolo nelle Indie Orientali. Attraverso il suo percorso umano e spirituale emergono le ambiguità dell’incontro tra evangelizzazione e colonialismo, ma anche la nascita di un cristianesimo giavanese radicato nella realtà locale e sopravvissuto alla fine dell’impero coloniale.

A Frisian Protestant missionary, founder of the Christian community of Mojowarno and a figure still remembered within Javanese religious memory, Jelle Eeltjes Jellesma stands among the most significant personalities of the nineteenth-century Dutch mission in the East Indies. His human and spiritual journey reveals both the ambiguities of the encounter between evangelization and colonialism and the emergence of a distinctly Javanese Christianity, deeply rooted in local society and capable of surviving the end of the colonial empire.

De Friese protestantse zendeling Jelle Eeltjes Jellesma, stichter van de christelijke gemeenschap van Mojowarno en een figuur die nog steeds voortleeft in het Javaanse religieuze geheugen, behoort tot de belangrijkste persoonlijkheden van de negentiende-eeuwse Nederlandse zending in Nederlands-Indië. Zijn menselijke en geestelijke levensweg onthult zowel de ambiguïteiten van de ontmoeting tussen evangelisatie en kolonialisme als het ontstaan van een Javaans christendom dat diep geworteld raakte in de lokale samenleving en het einde van het koloniale rijk wist te overleven.


Un Uomo del Nord tra le Risaie di Java

Jelle Eeltjes Jellesma, come ho già avuto occasione di precisare su questa rivista, nacque nel 1816 a Hitzum, un piccolo villaggio frisone nei Paesi Bassi, da una famiglia modesta; orfano di padre, lavorò come bracciante e venditore ambulante prima che un sermone missionario accendesse in lui una vocazione profonda. Nel 1843 partì per le Indie Orientali Olandesi come inviato del Nederlandsche Zendelinggenootschap (Società Missionaria Olandese). Dopo un’esperienza tra a Ceram, nel 1850 si stabilì definitivamente a Modjo Warno (oggi Mojowarno, presso Jombang, Giava Orientale), dove morì prematuramente nel 1858, a soli quarantuno anni.

Jellesma incarnò un modello di missionario, come risulta sia dai suoi diari che dalla memoria delle società missionarie coeve, tipicamente ottocentesco, tenace, riflessivo, e profondamente devoto, paradigmatico si potrebbe affermare. Sebbene le fonti missionarie tendano ad esaltare la sua figura, non è possibile derubriacare le informazioni su di lui ad una semplice operazione agiografica; la sua eredità duratura, al contrario, testimonia la sostanziale correttezza di quanto affermano le fonti coeve, come Maandberigt van het Nederlandsch Zendelinggenootschap n. 9 del 1858.

Non era un oratore carismatico e nemmeno un intellettuale di corte, ma un uomo di fede concreta, che imparò il giavanese, rispettò le forme culturali locali, compatibilmente con la dottrina cristiana, e fondò una comunità che partiva da un villaggio costruito dove in precedenza dominava la foresta. Nel suo ultimo diario, conservato e pubblicato nel Maandbericht della Società Missionaria, emerge un carattere segnato da umiltà, perseveranza e una calma determinazione di fronte alle difficoltà.

La sua morte (nel 1858) fu vissuta come un lutto collettivo nella cerchia missionaria, in quanto l’Apostolo di Giava, come venne presto chiamato, aveva lasciato un’impronta indelebile pur avendo lavorato solo pochi anni in terra giavanese.

Il ricordo coevo è illuminante della personalità che aveva espresso nella sua seppure relativamente breve vita;

Un Defunto e il suo Ultimo Diario

“E l’uomo, che viene da Modjo Warno, amico di Dio, — anche nostro.” Non sarà facile cancellare l’impressione di queste parole per coloro che le hanno sentite pronunciare dal predicatore nell’ultima Assemblea Generale della nostra Società. Erano stati nominati i nomi di molti grandi missionari, già entrati nella gioia del loro Salvatore (erano già morti, ndr). Ma di lui, che veniva da Modjo Warno, non era necessario menzionare il nome. Ognuno sapeva che si intendeva JELLESMA, il dotato, fedele, benedetto messaggero del Vangelo tra i Giavanesi; JELLESMA, nell’aprile di quest’anno strappato alla sua consorte e ai suoi figli, a Giava, alle sue comunità, alla missione, dalla morte,… no! lasciamo, affinché impariamo a rassegnarci, dire: portato via dal Signore.

Een ontslapene en zijn laatste dagboek, Un Defunto e il suo Ultimo Diario, in Maandberigt van het Nederlandsch Zendelinggenootschap, n. 9, 1858, p. 9.

L’impressione lasciata da Jellesma nei circoli missionari, dunque, è stata significativa, e non sorprende, dunque, che la sua figura diventi occasione per una riflessione più ampia.


La Missione Protestante nelle Indie Olandesi: tra Zelo Evangelico e Cornice Coloniale

La missione di Jellesma si inserisce nel più ampio movimento di espansione protestante olandese del XIX secolo; dopo il declino della VOC e il progressivo controllo statale sulle Indie Orientali, le società missionarie ottennero uno spazio maggiore. A differenza del cattolicesimo, spesso visto con sospetto dalle autorità coloniali olandesi (di tradizione riformata), il protestantesimo olandese si presentava pienamente compatibile con il progetto imperiale.

Jellesma operò in un contesto islamizzato da secoli, e, per questo motivo, la sua strategia non si basò sulla tabula rasa, ma su una parziale inculturazione del messaggio cristiano; egli formò predicatori giavanesi (la famosa kweekschool), tradusse inni e testi cristiani, e favorì la nascita di comunità autoctone. A Modjo Warno nacque una delle prime dessa (scuole) cristiane giavanesi, che divenne madre di numerose altre congregazioni.

Il suo lavoro si concentrò sull’educazione, sulla formazione di leader locali e su una vita cristiana sobria, lontana dagli eccessi sincretistici, ma attenta alla sensibilità giavanese.

Tuttavia, la missione non fu mai separata dal contesto coloniale, e non poteva realisticamente esserlo, in quanto Jellesma chiedeva protezione e libertà di culto alle autorità olandesi, pur mantenendo una certa indipendenza spirituale. La sua opera rifletteva l’ambiguità tipica dell’epoca, segnata, da uno slancio evangelico sincero, ma anche da una dipendenza strutturale dall’amministrazione coloniale olandese.

La memoria missionaria conserva, tendenzialmente, gli aspetti spirituali o legati alla missione e all’espansione del cristianesimo, mentre quella coloniale tende a porre l’accento sulla struttura che rese possibile l’evangelizzazione.


Tra Oblio e Nostalgia: Le Sfide della Memoria Condivisa

La memoria di Jellesma, come quella di molti missionari, oscilla tra agiografia e rimozione selettiva dei dettagli poco graditi alla narrazione ufficiale; nei Paesi Bassi del XIX secolo fu celebrato come eroe della fede, esempio di dedizione assoluta. Nei decenni successivi, con la decolonizzazione e il ripensamento critico (a volte ipercritico e paternalista) del colonialismo, figure come la sua sono state talvolta ridotte a ‘strumenti dell’imperialismo’.

Si è operata una semplificazione della realtà che ricade negli stessi errori del materiale (e dell’apparato) che si intende criticare, ma che era, probabilmente, inevitabile; attualmente, tuttavia, potrebbe essere opportuno rivalutare la sua figura, senza celebrarla o demonizzarla.

A Java, in effetti, la memoria è più complessa e vitale, come testimonia la chiesa di Mojowarno, oggi parte della Gereja Kristen Jawi Wetan (GKJW), che conserva ancora il ricordo di Jellesma come fondatore spirituale. La sua tomba e i luoghi legati alla sua opera sono meta di pellegrinaggi silenziosi, ma non si tratta di una memoria trionfalistica; i cristiani giavanesi, una minoranza in un Paese a stragrande maggioranza musulmana, vedono in lui il simbolo di un cristianesimo indigeno, nato dall’incontro e dalla conversione personale, e non da un’imposizione.

La sfida contemporanea della memoria missionaria e coloniale risiede proprio nel riconoscere i legami tra evangelizzazione e potere coloniale senza ridurre l’esperienza di fede a mero epifenomeno politico. Jellesma non fu un colonialista armato, ma un uomo del suo tempo, convinto che il Vangelo rappresentasse una liberazione anche per i Giavanesi. Commemorarlo oggi significa esercitare uno sguardo critico ma empatico, capace di distinguere tra le intenzioni personali e le strutture di potere (e il contesto storico peculiare) in cui quelle intenzioni si realizzarono.


L’Eredità di Jellesma nell’Indonesia Attuale

A quasi centosettant’anni dalla morte, l’eredità di Jellesma nell’Indonesia contemporanea è paradossalmente più viva di quanto non possa sembrare ad uno sguardo superficiale; la GKJW conta oggi centinaia di migliaia di fedeli, soprattutto in Giava Orientale, e rappresenta una delle espressioni più autorevoli del cristianesimo protestante indonesiano. Mojowarno rimane un centro simbolico, quello di una chiesa locale che ha saputo indigenizzarsi profondamente, mantenendo elementi giavanesi nella liturgia, nella musica e nell’organizzazione comunitaria.

In un’Indonesia segnata da un islam maggioritario egemonico, e, a tratti, da tensioni interreligiose, la figura di Jellesma ricorda che il cristianesimo giavanese non è un corpo estraneo importato, ma una realtà radicata nella storia locale. I leader cristiani indonesiani contemporanei sottolineano spesso il modello di formazione di laici e pastori indigeni inaugurato dal missionario frisone; un cristianesimo «dal basso», segnato dalle comunità rurali, dal ruolo centrale dell’istruzione e da una testimonianza silenziosa ma efficace.

Tuttavia, non si tratta di un’eredità semplicemente confessionale, e, in un’epoca di riflessione post-coloniale, la figura di Jellesma invita a ripensare il rapporto tra fede e cultura, tra universalità del messaggio e particolarità dei contesti. La sua vita breve e intensa dimostra come un singolo individuo, mosso da convinzioni religiose genuine, possa contribuire a plasmare l’identità di una minoranza che, seppure numericamente modesta, ha svolto un ruolo significativo nella costruzione dell’Indonesia moderna, specialmente in contesti come l’istruzione, la sanità, e il dialogo interreligioso.

La memoria di Jellesma, dunque, non appartiene solamente ad un passato coloniale controverso e che ancora non è stato adeguatamente metabolizzato; al contrario, egli appartiene pienamente all’Indonesia attuale, come esempio di incontro fecondo e non conflittuale tra culture differenti.

(Foto Wikipedia)

In un paese che celebra la propria unità nella diversità (Bhinneka Tunggal Ika), la storia dell’Apostolo di Giava ricorda che anche le pagine più controverse della sua storia nazionale possono trasformarsi, attraverso un’opera di onesta e critica rielaborazione, in risorse fondamentali per un futuro comune.


Letture Consigliate

  • Rutgers, A. J. D. (1872). Levensbericht van Jelle Eeltjes Jellesma, apostel van Java. (Profilo Biografico di Jelles Eeltjes Jellesma, apostolo di Java), Leeuwarden, Netherlands: J. G. Wester.
  • Najib, M. A. (2015). Minoritas yang terlindungi: Tantangan dan kontinuitas GKJW Jemaat Mojowarno di Kota Santri Jombang (Una minoranza protetta: sfide e continuità della congregazione GKJW di Mojowarno nella città islamica di Jombang). Epistemé: Jurnal Pengembangan Ilmu Keislaman, 10(1), 227-250.
  • Ricklefs, M. C. (2007). Polarising Javanese Society: Islamic and Other Visions (c. 1830–1930). Singapore: NUS Press.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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