resilienza chiese protestanti indonesia
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Tra le macerie della guerra e della rivoluzione, le chiese cristiane dell’Indonesia riuscirono a sopravvivere, e non si tratta di un’affermazione retorica, ma di una realtà storica che emerge con forza da numerose testimonianze del secondo dopoguerra. Una delle più significative è quella del pastore protestante olandese E. F. Wildervanck, che nel 1946 descriveva una situazione apparentemente disperata. In un articolo apparso su Tijd en taak (Il Tempo e la Missione) del 1946, De Protestantse Kerk in Indonesie, La Chiesa Protestante in Indonesia, egli descrive chiese distrutte, scuole incendiate, ospedali devastati, ministri (di culto) morti nei campi giapponesi o uccisi durante i conflitti che accompagnarono la nascita dell’Indonesia indipendente.

Ad Ambon quasi tutto era stato annientato, a Timor il quadro appariva altrettanto tragico, e anche Minahasa aveva perduto molte delle sue principali chiese, mentre a Giava numerosi edifici ecclesiastici erano stati saccheggiati. Il clero europeo risultava decimato a causa di morti, fucilazioni, internamenti ed esili forzati nei Paesi Bassi. Ancora più grave era stato il prezzo pagato dai cristiani indigeni, secondo quanto riporta Wildervanck, con ricorda decine di pendeta (i pastori locali) torturati o decapitati, e parla anche di un catechista crocifisso. In alcune regioni dell’Est indonesiano il numero delle vittime raggiungeva cifre impressionanti, e non ci sono motivi per ritenere esagerato il resoconto di Wildervanck.

Eppure, quello che colpisce nel documento non è solamente la lista delle perdite, sia umane che spirituali, ma soprattutto la sorprendente capacità di resistenza delle comunità cristiane locali. “La Chiesa”, scrive l’autore, “ha iniziato immediatamente la ricostruzione dopo la guerra”. In diversi luoghi si era già tornati a predicare la domenica, nonostante la scarsità quasi assoluta di ministri e mezzi materiali.

Questa resilienza non era semplicemente organizzativa, ma anzitutto spirituale e sociale. Le chiese protestanti dell’arcipelago, spesso considerate in Europa come appendici marginali della presenza coloniale olandese, dimostrarono in quel momento di possedere ormai una vita autonoma. La guerra e la rivoluzione accelerarono infatti un processo già in corso, la trasformazione del cristianesimo indonesiano da “chiesa coloniale” a chiesa autenticamente locale.

In questo senso è particolarmente significativo il passaggio in cui Wildervanck afferma che la Chiesa doveva “liberarsi completamente delle tracce della Compagnia”. Il riferimento è alla vecchia VOC, la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, che per secoli aveva legato strettamente il protestantesimo al potere coloniale. Persino la più antica chiesa di Batavia, la cosiddetta Portugese Buitenkerk — oggi nota come Gereja Sion, veniva ormai percepita non soltanto come monumento storico, ma anche come simbolo di un’epoca da superare.

Wildervanck non sembra lasciare dubbi a questo proposito;

Che la chiesa più antica, la cosiddetta chiesa portoghese, risalente all’epoca della Compagnia delle Indie Orientali, sia stata svuotata, può essere motivo di rammarico dal punto di vista archeologico, ma d’altra parte la chiesa deve liberarsi completamente delle tracce della Compagnia e dovrà poter parlare liberamente con il governo, qualora questo non adempia ai suoi doveri riguardo alla liberazione dell’Indonesia, mentre potrebbe anche essere necessario che avverta contro un nazionalismo eccessivamente fervente per i veri e non immaginari pericoli di razzismo e autocompiacimento.

Wiildervanck, De Protestantse Kerk in Indonesie, Tijd en Taak, 3, 19 Ottobre 1946, p. 7.

Si trattava di un cambiamento profondo, e per la prima volta esponenti protestanti legati al mondo olandese riconoscevano apertamente che la Chiesa non poteva più identificarsi con l’ordine coloniale. Al contrario, essa avrebbe dovuto trovare la propria missione nel nuovo contesto dell’Indonesia indipendente; difendere la libertà religiosa, promuovere la riconciliazione, evitare gli estremismi nazionalisti e persino denunciare le ingiustizie commesse nel passato.

È notevole che queste riflessioni emergano già nel 1946, mentre la guerra d’indipendenza era ancora in corso; in molte regioni dell’arcipelago il futuro appariva incerto, e tuttavia le comunità cristiane locali non scomparvero. Anzi, fu proprio negli anni della crisi che maturò la nascita di numerose chiese protestanti indonesiane autonome, spesso organizzate su base regionale ma unite da una nuova coscienza ecumenica.

La resilienza delle chiese indonesiane non consistette dunque soltanto nella ricostruzione materiale degli edifici distrutti, ma anche e soprattutto nella capacità (dettata dalla necessità) di reinterpretare la propria identità. Da istituzioni associate alla presenza europea, esse divennero progressivamente delle realtà indigene, radicate nelle culture locali e pienamente inserite nella vita della nuova nazione a maggioranza musulmana.

Gereja Sion, dettaglio di una colonna (Foto Salvatore Puleio 2026)

Da questo punto di vista, le rovine del dopoguerra non segnarono la fine del cristianesimo protestante in Indonesia, ma piuttosto un difficile ma necessario passaggio verso una nuova fase della sua storia; si tratta di una strategia che sembra avere funzionato, anche se le tensioni sopravvivono ancora oggi. E a sopravvivere è anche la Protestantse Kerk, ribattezzata Gereja Sion (Chiesa di Sion) le cui colonne e navate secolari accolgono ancora i fedeli della locale comunità protestante nel 2026.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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