In Indonesia, patria del più grande numero di musulmani al mondo (circa 248 milioni, pari all’87% della popolazione), la narrazione della “Kristenisasi” (cristianizzazione) rappresenta molto più di una semplice attività missionaria cristiana: è percepita come una minaccia esistenziale all’identità islamica della nazione.
In Indonesia, home to the world’s largest Muslim population (approximately 248 million people, or 87% of the total), the narrative of “Kristenisasi” (Christianisation) is far more than ordinary missionary activity: it is widely perceived as an existential threat to the Islamic identity of the nation.
In Indonesië, het land met de grootste moslimbevolking ter wereld (ongeveer 248 miljoen, oftewel 87% van de totale bevolking), staat de term “Kristenisasi” (kerstening) voor veel meer dan gewone zendingsactiviteit: hij wordt gezien als een existentiële bedreiging voor de islamitische identiteit van de natie.
Il Majelis Ulama Indonesia: Il ‘Difensore’ del Credo Sunnita in Indonesia
In Indonesia, il più grande paese musulmano al mondo con circa 250 milioni di fedeli, il termine “Kristenisasi” (cristianizzazione) non designa semplicemente l’attività missionaria cristiana, ma una narrazione di minaccia esistenziale all’identità islamica della nazione. Questa percezione ha radici storiche nel periodo coloniale olandese, quando le missioni cristiane furono associate al potere imperiale, e si è rafforzata dopo la caduta di Suharto nel 1998, in un contesto di maggiore libertà religiosa e crescita delle Chiese evangeliche e pentecostali.

Al centro di questa dinamica si colloca il Majelis Ulama Indonesia (MUI), organismo semi-ufficiale fondato nel 1975 che riunisce sapienti islamici di diverse correnti sunnite. Nato inizialmente come strumento di sostegno alle politiche governative di sviluppo e armonia religiosa, il MUI ha assunto negli ultimi venticinque anni un ruolo più autonomo e conservatore, posizionandosi come ‘difensore’ dell’akidah (credo) musulmana contro quelle che considera derive pluraliste e proselitiste.
Le Fatawa Chiave: Da Strumento Dottrinale a Leva Sociale
L’apporto più concreto del MUI alla lotta contro la presunta Kristenisasi consiste nella produzione di fatawa che forniscono una legittimazione religiosa a preoccupazioni diffuse nella società. Tra le più influenti si ricordano:
- La fatwa del 1981 sul Natale, firmata sotto la guida di Buya Hamka, dichiarò haram (vietato) per i musulmani partecipare a celebrazioni natalizie o feste cristiane congiunte, interpretandole come potenziale veicolo di mescolanza religiosa (syubhat) e indebolimento della fede. Questa posizione, inizialmente in contrasto con la politica governativa di armonia, è rimasta un punto di riferimento per rifiutare auguri interreligiosi e eventi congiunti.
- Le fatwa del 2005 contro pluralismo, liberalismo e secolarismo condannarono l’idea che tutte le religioni siano uguali, vedendola come porta d’ingresso al relativismo e al proselitismo esterno. La stessa annata vide il rafforzamento della linea restrittiva sul matrimonio interreligioso, dichiarato haram anche nei casi contemplati classicamente per i “Popoli del Libro”, proprio per il presunto rischio di cristianizzazione dei figli.
- Nel 2006 il MUI istituì il Komite Penganggulangan Bahaya Pemurtadan (Comitato per contrastare il pericolo di apostasia), successivamente rinominato Komite Dakwah Khusus. Questo organismo rappresenta il tentativo più esplicito di istituzionalizzare la resistenza al ‘proselitismo cristiano’, concentrandosi su aree come West Java e Banten, dove la crescita evangelica è percepita come più aggressiva.
Queste fatawa non hanno nessun valore legale vincolante, ma esercitano un’influenza notevole sui musulmani indonesiani; esse vengono citate da autorità locali, dai Forum Kerukunan Umat Beragama (FKUB), dalla polizia e da gruppi conservatori per giustificare abusi sistematici.

Si pensi, in questo senso, al diniego di permessi di costruzione per chiese (rumah ibadat), al blocco/disturbo (anche solo tentato) di funzioni religiose o la pressione su pastori accusati di proselitismo “nascosto” attraverso scuole, ospedali o aiuti sociali.
Un Apporto Reale, ma Indiretto, all’Intolleranza Islamica
L’apporto dei sapienti indonesiani riuniti nel MUI rispetto all’intolleranza islamica è indubbiamente reale; il Consiglio dei Sapienti Indonesiani ha trasformato una preoccupazione diffusa (almeno a livello di percezione), alimentata dalla crescita delle Chiese evangeliche, soprattutto tra giovani urbani e migranti nelle zone industriali, in un discorso dottrinale coerente.
Ha fornito una cornice teologica all’applicazione rigida del Joint Ministerial Decree del 2006 sulle case di culto, che richiede il consenso della comunità locale e spesso diventa strumento di veto da parte di maggioranze musulmane. Ha inoltre contribuito a mantenere alta la sensibilità pubblica verso il “pericolo” della conversione, anche quando le stime reali di apostasia restano controverse e difficilmente quantificabili.

Tuttavia, quantificare con precisione questo apporto rimane problematico, in quanto non esistono dati ufficiali affidabili sul numero di musulmani convertiti al cristianesimo (o viceversa) che possono essere ragionevolmente attribuiti al proselitismo. Il censimento del 2000 indicava i cristiani intorno all’8,8-10% della popolazione; alcune fonti evangeliche parlano di percentuali più alte (fino al 12-15%), ma gran parte della crescita sembra derivare da spostamenti interni, tra denominazioni cristiane, piuttosto che da conversioni di massa da parte di musulmani. Il MUI stesso ha occasionalmente diffuso cifre allarmistiche, ma senza prove empiriche solide, confermando la sua vocazione politica e non solamente religiosa come afferma.
Più misurabile, invece, è l’impatto sulle strutture cristiane, e, da questo punto di vista, i rapporti di organizzazioni di monitoraggio (Setara Institute, Wahid Foundation, Open Doors, Compass Direct) documentano centinaia di casi di chiese chiuse, sigillate o attaccate tra il 2000 e il 2025. Stime cumulative parlano di oltre 1.000 chiese colpite in due decenni, con picchi in West Java, Aceh e alcune aree di Sumatra.
Nel solo periodo 2004-2007 si sono registrate oltre 100 chiusure di luoghi di culto non islamici (numeri aumentati in maniera esponenziale negli ultimi anni), ed episodi simili si sono ripetuti negli anni successivi, spesso con il coinvolgimento diretto o indiretto di esponenti locali del MUI o di FKUB. Nel 2024-2025 Open Doors ha registrato attacchi o chiusure forzate in diverse province, con un livello di pressione medio-alto sui cristiani (Indonesia si posiziona intorno al 59° posto nella World Watch List), come si può apprezzare da questa foto:

Questi numeri, ovviamente, non dipendono esclusivamente dalle fatwa del MUI, ma giocano un ruolo importante anche la legge sulla blasfemia, le pressioni di gruppi come l’ex FPI (Front Pembela Islam), dinamiche locali di potere e l’applicazione selettiva delle norme sul “disturbo dell’armonia religiosa”. Le fatwa fungono però da copertura discorsiva potente, rendendo socialmente accettabile quello che altrimenti potrebbe apparire come intolleranza e abuso.
Il MUI, in altre parole, normalizza l’intolleranza, inquadrandola come diretta conseguenza della dottrina religiosa che afferma di difendere, e contribuisce in maniera evidente, anche se indiretta, agli abusi che hanno un carattere sistematico proprio per questa ragione.
Un Conservatorismo Mainstream, non Solo Radicale
Come accennato in precedenza, il MUI non incita direttamente alla violenza, e le sue posizioni si collocano in un conservatorismo sunnita indonesiano che si distingue dal jihadismo salafita globale; non si tratta di inviti espliciti alla jihad armata, ma di ‘difesa’ dell’umma (comunità islamica) attraverso strumenti legali, sociali e morali, come il principio classico di amar ma’ruf nahi mungkar, ‘proibire il male e favorire il bene’. Questo approccio lo rende più influente proprio perché appare “moderato” e istituzionale per la maggior parte dei molti musulmani osservanti che si definiscono ‘pii’.
Tuttavia, questa linea ha contribuito a un visibile indebolimento del pluralismo sancito dalla Pancasila, e la retorica della Kristenisasi rafforza una visione difensiva (e intrinsecamente violenta) dell’Islam indonesiano. In tale contesto, le minoranze religiose (cristiani circa il 10-12%, più piccole comunità hindu, buddhiste e confuciane) vengono percepite come potenziali agenti di erosione culturale. Durante il Ramadan questa ‘sensibilità’ si acuisce, con sermoni che legano il mese di digiuno alla “purificazione” della società e alla vigilanza contro influenze esterne; per questa ragione, spesso si verificano ‘raid’ illegali (ma tollerati dalle autorità) contro la ‘decadenza’ (principalmente vendita di alcolici e carne di maiale, abbigliamento, o il mancato rispetto del digiuno in pubblico).
Prospettive e Implicazioni
Il caso indonesiano illustra una dinamica più ampia nel mondo musulmano contemporaneo, l’uso di istituzioni religiose “mainstream” per canalizzare ansie identitarie (vere o presunte) in un contesto democratico e pluralista. Il MUI ha saputo posizionarsi come voce autorevole dell’umma senza cadere formalmente nell’illegalità, ma al prezzo di una progressiva erosione della tolleranza e della convivenza pacifica.
In futuro, molto dipenderà dalla capacità del governo centrale di imporre un’applicazione uniforme delle norme sulla libertà religiosa e dal ruolo delle grandi organizzazioni moderate come Nahdlatul Ulama (NU), che continuano a promuovere un Islam rahmatan lil alamin (misericordia per tutti i mondi). Se il conservatorismo del MUI prevarrà senza contrappesi forti, il rischio è una lenta ma costante riduzione degli spazi per le minoranze cristiane, soprattutto nelle province più conservatrici.

L’Indonesia rimane un laboratorio cruciale, un Paese a maggioranza islamica che tenta di conciliare democrazia, Pancasila e una crescente assertività islamica; il contributo del MUI alla lotta alla (presunta) Kristenisasi dimostra come fatawa apparentemente “solo religiose” possano modellare profondamente la convivenza quotidiana. Gli effetti di questa dinamica sono effetti misurabili in termini di pressione sociale e restrizioni pratiche, anche se difficili da ridurre a semplici statistiche, specialmente ufficiali, che le autorità scoraggiano.
Letture Consigliate
- Sirry, M. (2013). Fatwas and their controversy: The case of the Council of Indonesian Ulama (MUI). Journal of Southeast Asian Studies, 44(1), 100-117.
- Nurhadi, N. (2002). Muslims’ participation in Christmas celebrations: A critical study of the MUI’s fatwa on joint Christmas celebration. Al-Jami’ah: Journal of Islamic Studies, 40(2), 1-20.
- Gillespie, P. (2007). Current issues in Indonesian Islam: Analysing the 2005 Council of Indonesian Ulama Fatwa No. 7 opposing pluralism, liberalism and secularism. Journal of Islamic Studies, 18(2), 202-240.

