Nadhlatul Ulama e l’Iran Teocratico
Prima dello scoppio delle due guerre che hanno sconvolto il Medio Oriente nel 2025 e nel 2026, il rapporto tra Nahdlatul Ulama (NU), la più grande organizzazione islamica del mondo, e la Repubblica Islamica dell’Iran era segnato da una distanza profonda, temperata da un calcolo pragmatico. NU incarnava un sunnismo tradizionale indonesiano, radicato nel concetto di islam Nusantara, mentre l’Iran rappresentava un modello rivoluzionario sciita, teocratico e assertivo sul piano regionale.

Dal punto di vista teologico, la divergenza era netta e non negoziabile, in quanto NU si riconosceva fermamente nell’Ahlussunnah wal Jamaah, nella teologia ash’arita e maturidita, e nel sufismo ghazaliano. L’Iran, al contrario, incarnava il wilayat al-faqih khomeinista, un sistema politico-religioso estraneo alla tradizione sunnita maggioritaria indonesiana. Sebbene NU non abbia mai emesso una fatwa di condanna generale contro lo sciismo come “eresia”, una parte significativa dei suoi kyai, soprattutto a livello locale, ha guardato con sospetto l’espansione dell’influenza sciita in Indonesia, temendo forme di proselitismo e divisioni settarie.
Questa cautela, in effetti, si è manifestata in modo ricorrente, e, dopo la Rivoluzione Iraniana del 1979, il Majelis Ulama Indonesia (MUI), organismo in cui NU ha sempre avuto un peso rilevante, aveva già espresso preoccupazione per la possibile “esportazione della rivoluzione”. Negli anni successivi, episodi di tensione tra comunità sunnite e sciite (in particolare a Sampang, Madura) hanno visto alcuni esponenti NU locali assumere posizioni critiche, anche se la dirigenza centrale ha spesso preferito la via della mediazione e del mantenimento dell’“armonia sociale” (kerukunan).

Sul piano geopolitico, la posizione di NU era improntata a un realismo cauto, con l’organizzazione indonesiana che ha sempre sostenuto la causa palestinese, in linea con la tradizione ‘anti-colonialista’ indonesiana risalente a Soekarno. Tuttavia, non ha mai abbracciato il “fronte della resistenza” guidato dall’Iran (Hezbollah, Hamas, Houthis) con lo stesso entusiasmo di altri ambienti più radicali; la leadership di NU, soprattutto sotto KH. Yahya Cholil Staquf, ha privilegiato un approccio multilateralista e umanitario. Tale posizione si è tradotta nel sostegno diplomatico alla Palestina, in aiuti concreti attraverso LAZISNU (associazione umanitaria affiliata a Nadhlatul Ulama), e nella promozione di soluzioni negoziate piuttosto che di escalation militari dagli esiti imprevedibili.
Questa postura rifletteva la filosofia più profonda di NU, con il suo rifiuto dell’avventurismo ideologico e la priorità assegnata alla stabilità dello Stato-nazione indonesiano (NKRI); mentre l’Iran proponeva un modello di islam politico ‘rivoluzionario’ e transnazionale, NU difendeva un islam contestuale, compatibile con la democrazia, il pluralismo religioso e il principio della Pancasila, una sorta di secolarismo indonesiano. L’idea di “Fiqh Peradaban” promossa da Gus Yahya rappresentava proprio questo tentativo di offrire un’alternativa civilizzatrice sunnita all’egemonia ideologica sia del salafismo wahhabita che del rivoluzionarismo sciita.
In sintesi, prima delle guerre del 2025-2026, il rapporto tra Nahdlatul Ulama e la Repubblica Islamica dell’Iran era caratterizzato da una distanza teologica strutturale e da una prudenza geopolitica calcolata. NU riconosceva nell’Iran un attore islamico importante, ma rifiutava di allinearsi con il suo modello politico-religioso; preferiva invece consolidare il proprio ruolo di principale forza moderata (come percezione) sunnita globale, proponendo l’islam Nusantara quale via di mezzo tra l’estremismo religioso e un secolarismo simile ai modelli occidentali.
Questa ambiguità, solidarietà formale con le cause musulmane, ma rifiuto di adottare logiche di confronto settario o rivoluzionario, ha permesso a NU di mantenere la propria influenza interna e la propria credibilità internazionale, pur esponendola periodicamente alle critiche di chi la accusava di eccessiva prudenza o di incoerenza.
Una Analisi Lucida di NU
Recentemente, un docente affiliato a NU ha espresso una critica abbastanza lucida della guerra in Iran, inteso come tentativo di rovesciare il regime islamico; in questo senso, l’analisi proposta riecheggia il timore di diversi analisti, occidentali e non, sulla reale possibilità di un cambio di regime derivante dalla decapitazione selettiva della leadership iraniana.
Pertanto, viene correttamente osservato che,
Qui sta l’errata percezione strategica USA-Israele. Pensavano di avere a che fare con una struttura di governo ordinaria, anche se avevano a che fare con un “ecosistema di resistenza” radicato da 47 anni. La nomina di Mojtaba è la prova che questo sistema è in grado di riprodursi anche in momenti critici. Non era solo un bambino che ereditò il trono, ma un prodotto di educazione ideologica diretta velayat-e faqih che è stato preparato per molto tempo. Da una prospettiva geopolitica classica, il fenomeno dell’eleggibilità di Mojtaba per Israele e gli USA è stata un’operazione fallita che li ha schiaffeggiati. L’obiettivo del cambio di regime è fallito miseramente. Piuttosto che essere paralizzante, questo attacco ha unito fazioni che potrebbero essere state in precedenza in contrasto all’interno dell’Iran. Infatti, i critici della politica di Khamenei, dell’epoca di suo padre, in situazioni di guerra aperta, tendevano a radunarsi e unire le forze, piuttosto che di disperdersi o cercare di modificare il regime.
Ridwan al-Makassary, Makna Keterpilihan Mojtaba Khamenei sebagai Pemimpin Tertinggi Iran, Il significato dell’elezione di Mojtaba Khamenei a Guida Suprema dell’Iran, NU Online, 10 marzo 2026.
L’analisi proposta (al di là del tono assertivo) riflette i timori che erano stati espressi già in occasione della ‘guerra dei 12 giorni’ del luglio del 2025, in cui si era cercato di promuovere un cambiamento di regime mediante attacchi mirati alle strutture nucleari iraniani, grazie anche all’intervento degli USA. Non è possibile (o rimane altamente improbabile) rovesciare un regime dall’esterno, se nel Paese non esiste un’opposizione visibile e strutturata (come in Venezuela).

Il rischio di queste operazioni è proprio quello di ricompattare le forze del Paese intorno alla difesa da un’aggressione esterna, come si sta osservando in Iran; un cambio di regime può avvenire solamente se sono presenti dinamiche interne, che al momento nella Repubblica Islamica appaiono deficitarie, e, nel migliore degli scenari, ancora in una fase embrionale, come testimoniano le proteste diffuse e ricorrenti.
L’oscuramento di Internet e delle comunicazioni in Iran rende difficile una valutazione più puntuale della situazione all’interno del Paese, ma le probabilità di assistere ad un cambiamento del regime sono basse.

