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Snouck Hurgronje, figura liminale tra Oriente e Occidente, continua a dividere l’Indonesia contemporanea: il suo modello di Islam spirituale e depoliticizzato riecheggia oggi nei pensatori che sfidano l’ordine sociale tradizionale.

Snouck Hurgronje, a liminal figure between East and West, still divides contemporary Indonesia: his model of a spiritual and depoliticised Islam resonates today in thinkers who challenge the traditional social order.

Snouck Hurgronje, een liminale figuur tussen Oost en West, blijft het hedendaagse Indonesië verdelen: zijn model van een spirituele en gedepolitiseerde islam klinkt vandaag door in denkers die de traditionele sociale orde uitdagen.


Snouck Hurgronje – Una Figura Liminale

Christian Snouck Hurgronje è una figura particolare, che non può essere categorizzata nettamente, in quanto egli si convertì formalmente all’Islam; per alcuni teologi, questo atto è sufficiente per caratterizzarlo come musulmano. Ciò nonostante, la sua piena appartenenza al mondo occidentale e coloniale porta alcuni a giudicare insufficiente tale atto, così come il suo pellegrinaggio a La Mecca o gli atti rituali da egli compiuti.

Non intendo entrare nella disputa teologica, appena abbozzata, ma mettere in luce alcuni elementi utili a comprendere la sua figura e la sua percezione da parte della comunità islamica indonesiana, ancora oggi. In Indonesia ci sono diversi monumenti dedicati al celebre funzionario coloniale, e la loro permanenza nel mondo post-coloniale potrebbe soprendere; non si tratta, tuttavia, di un caso isolato, di un accidente, o di una curiosità.

La permanenza di questo dibattito nell’Indonesia moderna rappresenta qualcosa di più profondo, che il passaggio all’indipendenza non è riuscita a rimuovere completamente; si tratta del rapporto tra lo Stato, inteso come potere politico, e l’islam (sunnita). Il nazionalismo indonesiano si è sviluppato, specialmente dopo l’invasione del Giappone, come una combinazione tra potere secolare e religione, che rimangono intimamente connessi, sebbene distinti.

Lo stesso Soekarno (e i presidenti dopo di lui) rifiutò l’idea di uno Stato teocratico, ma non il legame diretto tra pratica islamica e impegno politico; Hurgronje, invece, proponeva qualcosa di concettualmente diverso, ma simile, la separazione tra islam ‘religioso’, inteso come insieme di riti e pratiche, e l’islam politico, che costituiva un pericolo diretto per il dominio coloniale.

La lettura della figura di Hurgronje, non più ridotta a due fazioni contrapposte, permette di comprendere meglio sia il rapporto dello studioso con l’islam che la relazione tra la religione ed il potere. Recentemente (2024), uno studioso indonesiano ha proposto di superare le dicotomie, per guardare al problema nella sua reale complessità; C. Snouck Hurgronje dan Wajah Islamnya (2024, Ginanjar Syaban) cerca di ricomporre la figura di Hurgronje, esaminando le motivazioni che determinano i giudizi opposti su di lui.

Dall’analisi della corrispondenza emerge un quadro ambiguo, che scoraggia qualunque interpretazione netta sulla sua conversione religiosa; Hurgronje non fu solamente uno studioso orientalista, ma nemmeno un musulmano ‘devoto’. Più realisticamente, egli incarnò un modello di islam che precedette di decenni forme di religiosità che ancora oggi sono circondate dal sospetto delle componenti più conservatrici. Da questo punto di vista, la separazione tra l’islam come religione/spiritualità e l’islam come impegno politico diretto, appare decisamente moderno.


Intellettuali di Confine nell’Indonesia Contemporanea

Intellettuali come Nurcholish Madjid occupano lo stesso spazio liminale di Hurgronje, e sono guardati con sospetto dalla maggioranza della comunità islamica; si tratta di persone che non sono considerate non musulmani, ma piuttosto come ‘eretici’, ‘devianti’. Tale giudizio non proviene necessariamente da predicatori salafiti, ma da musulmani ‘mainstream’ conservatori; in questo caso, la separazione proposta tra le due sfere (pilastro della laicità occidentale) viene considerata come un’eredità del colonialismo.

In realtà, pensatori come Madjid propongono tale separazione per motivi differenti da quelli suggeriti da Hurgronje, sebbene il risultato sia simile, al pari delle critiche che riceve tale modello; il sospetto di essere ‘fiancheggiatori dell’occidente’ è ancora presente, ma tradisce la permanenza del sistema di pensiero e della subordinazione coloniale. Anche se il colonialismo è scomparso come realtà visibile, esso rimane un riferimento imprescindibile nell’Indonesia moderna; solamente un numero ristretto di persone è riuscita a ‘decolonizzare’ il pensiero.

La maggior parte dei musulmani indonesiani sembra ancora impegnata nella lotta per l’emancipazione dal colonialismo, mentre in pochi hanno superato tale fase; uno di essi è l’ex Presidente Abdurrahman Wahid, noto come Gus Dur, che affermò come l’islam non avesse bisogno di essere difeso, e come l’islam non fosse un partito politico. Si tratta del medesimo modello di separazione, diverso da quello occidentale, ma egualmente sospetto in ambienti che prosperano grazie all’accettazione diffusa dell’islam politico, seppure declinato secondo modalità differenti.

Gus Dur, in un celebre articolo pubblicato su Tempo del 26 giugno 1982, riflette in questi termini,

(…) Bila engkau menganggap Allah ada hanya karena engkau merumuskannya, hakikatnya engkau sudah menjadi kafir. Allah tidak perlu disesali kalau “Ia menyulitkan” kita. Juga tidak perlu dibela kalau orang menyerang hakikat-Nya. Yang ditakuti berubah adalah persepsi manusia atas hakikat Allah, dengan kemungkinan kesulitan yang diakibatkannya.

(…) Se pensi che Dio esista solo perché lo formuli, in realtà sei già un miscredente. Allah non deve essere rimpianto se “ci rende difficile” le cose. Non c’è nemmeno bisogno di difenderlo se le persone attaccano la sua essenza. Ciò che si teme che cambi è la percezione umana dell’essenza di Dio, con le possibili difficoltà che ne derivano.

Abdurrahman Wahid, Tuhan Tidak Perlu Dibela, Tempo, 26 Giugno 1982, p. 59.

La conclusione di Gus Dur è che l’islam non ha bisogno di essere difeso, in quanto rendendo necessaria tale difesa si concepisce la religione come debole e bisognosa di essere continuamente sostenuta dalle persone. In altre parole, l’ex presidente afferma che un islam forte, come vorrebbero i suoi detrattori conservatori, presuppone la strategia contraria da essi adottata; affermazioni di questo genere si pongono in netto contrasto con il sentimento e la percezione maggioritaria della comunità islamica indonesiana, ancora oggi.

E’ la conclusione implicita di questo modello che viene opposta, non tanto il concetto espresso, in quanto un islam depoliticizzato appare debole, meno visibile, e il potere su cui esso si fonda non avrebbe più alcuna legittimazione. Quello che viene criticato non è l’islam ma la sua funzione sociale, e un islam che sembra ritirarsi e concedere spazio al pluralismo appare perdente, e, dunque politicamente fallimentare.


Implicazioni di un Islam Depoliticizzato

Anche se Gus Dur non ha mai parlato esplicitamente di depoliticizzare l’islam, questa è la conseguenza del modello da lui proposto; un islam che accetta di guidare la società come riferimento morale, e non come una serie di leggi e regolamenti formali. Il rischio, che l’ex presidente aveva intuito molto bene, è quello di un islam formalmente presente e visibile, ma svuotato della sua essenza spirituale, ridotto a strumento di potere.

Da un punto di vista sociale, le implicazioni di pensatori come Madjid e Gus Dur sono ancora più radicali, e presuppongono una trasformazione profonda delle strutture sociali; un islam non più visibile e direttamente normativo a livello sociale implica un ripensamento radicale delle relazioni tra persone e classi sociali. L’Indonesia, fondato sull’idea di una maggioranza islamica, dovrebbe ripensare la sua identità, aprendosi ad un reale pluralismo che però sarebbe visto come una concessione alle minoranze, poste sullo stesso piano dell’islam in una competizione tra pari.

L’Indonesia, fondata sull’idea di una maggioranza islamica, dovrebbe ripensare la sua identità, aprendosi ad un reale pluralismo che però sarebbe visto come una concessione alle minoranze, poste sullo stesso piano dell’islam in una competizione tra pari.

I partiti islamisti, come Masyumi, perderebbero la loro legittimazione, e diventerebbero ancora più marginali rispetto alla situazione attuale, e gli ulama non avrebbero più l’autorità morale di cui ancora godono. Sarebbe un cambiamento radicale, difficilmente percepito all’esterno, ma devastante in Indonesia, costruita e retta intorno ad assiomi sociali (spesso impliciti) che sembrano immodificabili; in altre parole, l’intero patto socale andrebbe rivisto, anzi sarebbe riscritto senza bisogno di un intervento esplicito.

L’autorità morale e religiosa si decentra (immagine creata con la IA)

In realtà, l’avanzata (ancora modesta ma reale) di questo modello lo si intravvede già nelle realtà urbane, in cui studenti, intellettuali e clerici progressisti acquistano una rilevanza crescente, non in virtù di una predicazione diretta, ma dal loro ruolo implicito. Essi esprimono un modello entro cui si possono riconoscere persone che non possono accettare il paradigma attuale in virtù degli studi, delle frequentazioni e delle necessità pratiche della vita.

Il modello di NU e in parte di Muhammadiyah è diretto ad una società prevalentemente rurale o industriale, non urbana, in cui il confronto e la competizione delle idee è implicito; per questa ragione, esso tende a perdere il suo appeal in una società in profonda trasformazione.

In effetti, è la configurazione della società (presenza di intellettuali, professionisti, ecc) a determinare il modello di islam adottato, e non viceversa; per questa ragione, i predicatori mainstream insistono sull’islam politico, nel tentativo di influenzare una classe emergente che avrà un peso determinante in futuro.


Letture Consigliate

  • Syaban, A. G. (2024). C. Snouck Hurgronje dan wajah Islamnya: Surat-surat para ulama, habaib, mufti, bangsawan dan tokoh Nusantara lainnya untuk sang penasihat pemerintah kolonial Hindia Belanda (1884–1929). Sahifa.
  • Buskens, L., & Witkam, J. J. (Eds.). (2022). Scholarship in action: Essays on the life and work of Christiaan Snouck Hurgronje (1857–1936). Brill.
  • Barton, G. (2002). Abdurrahman Wahid: Muslim democrat, Indonesian president: A biography. UNSW Press.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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