natale a teheran Iran
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In alcuni Paesi i cristiani (e le minoranze in generale) ricevono un trattamento asimmetrico da parte dello Stato, e spesso non in linea con la legislazione ufficiale; la pratica del cristianesimo non è esplicitamente codificata come un reato perseguibile in quanto tale, nemmeno nei regimi come quello iraniano. Tuttavia, il clima di restrizioni e talvolta di persecuzione si esprime con atti amministrativi, con l’applicazione di effetti secondari delle leggi in vigore.

Il regime iraniano è nato dalla Rivoluzione del 1979, che ha scardinato la monarchia precedente ed ha instaurato un sistema in cui gli ulama (ayatollah), di fatto, detengono il potere; le comunità cristiane che sono storicamente presenti in queste aree non sono state rimosse, ma la loro presenza ed attività sono state inscritte all’interno del regime della Repubblica Islamica.

Di fatto, i cristiani iraniani rimangono invisibili per emergere chiaramente in alcuni periodi dell’anno, come quello natalizio; è in questa occasione che ci si accorge della presenza di cristiani in Iran, e del trattamento ambiguo ad essi riservato (come dimostra la foto riportata sotto)

Il ministro degli Esteri iraniano ha visitato la cattedrale di Vank a Isfahan in vista del Natale, incontrando i leader religiosi armeni (Foto Ministero degli Esteri dell’Iran)

Le autorità islamiche tendono a presentarsi al mondo come persone moderate e tolleranti, presenziando alle festività cristiane, come la Messa di Natale; non si tratta di un’anomalia, ma di una precisa strategia, comune al mondo islamico. Il significato di questo gesto, tuttavia, cambia notevolmente, e in Iran appare evidente che si tratta del tentativo di un regime totalitario per apparire meno brutale.

La situazione peggiora notevolmente, poi, quando si tratta di convertiti al cristianesimo, ovvero di musulmani che abbandonano pubblicamente la loro religione per diventare cristiani; in questi casi, analogamente a quanto accade in altri regimi islamici (Pakistan, ecc.), i convertiti diventano oggetto di una vera e propria persecuzione.

Sebbene la conversione al cristianesimo non sia formalmente vietata, tale atto costituisce per le autorità iraniane una sfida diretta, che viene repressa con detenzioni arbitrarie, sanzioni pecuniarie e un vero e proprio sistema persecutorio che deriva dall’interpretazione della conversione religiosa come atto di tradimento verso lo Stato, ovvero il regime iraniano. Un musulmano che si converte pubblicamente al cristianesimo viene considerato, di fatto, un criminale, e tale criminalizzazione deriva dall’applicazione delle leggi sulla blasfemia, che spostano la giurisdizione dai tribunali civili a quelli religiosi.

Per questa ragione, un tribunale islamico può rinvenire gli estremi di ‘offesa dell’islam’ anche in gesti apparentemente innocui, come la partecipazione alle attività delle chiese cristiane; in altre parole, lo Stato iraniano non tollera la conversione pubblica. Le conseguenze di questo gesto possono essere gravissime, come possono esselre quelle derivanti dall’esercizio del culto cristiano.

E’ recente la notizia di una condanna cumulativa di 50 (cinquanta) anni di prigione a cristiani che avevano preso parte a preparativi per le festività natalizie del 2025; come riporta la testata Iran International,

A seriously ill Iranian Christian convert who broke her spine in Evin Prison is among five Christians handed combined prison terms totaling more than 50 years, a rights group said. The national security offenses for which they were convicted involve house-church worship and Christian activity online, according to UK-based rights groups Article 18. House-church leader Joseph Shahbazian, his wife Lida, Nasser Navard Gol-Tapeh, another woman whose name has not been disclosed and Aida Najaflou were sentenced, it added. All except Lida Shahbazian, who received 8 years, were sentenced to 10 years; at least two, including Najaflou, received an additional 5 years for “gathering and collusion.”

Una cristiana iraniana convertita, gravemente malata, che si è rotta la colonna vertebrale nella prigione di Evin, è tra i cinque cristiani condannati a pene detentive combinate per un totale di oltre 50 anni, ha dichiarato un gruppo per i diritti umani. I reati contro la sicurezza nazionale per i quali sono stati condannati riguardano il culto nelle chiese domestiche e l’attività cristiana online, secondo il gruppo per i diritti con sede nel Regno Unito, Article 18. Il leader della chiesa domestica Joseph Shahbazian, sua moglie Lida, Nasser Navard Gol-Tapeh, un’altra donna il cui nome non è stato rivelato e Aida Najaflou sono stati condannati, ha aggiunto. Tutti tranne Lida Shahbazian, che ha ricevuto 8 anni, sono stati condannati a 10 anni; almeno due, tra cui Najaflou, hanno ricevuto 5 anni aggiuntivi per “raduno e collusione”.

Five Iranian Christian converts sentenced to stiff prison terms, Iran International, 17 Dicembre 2025.

Questa notizia conferma l’esistenza di una realtà sommersa, le chiese domestiche, e ribadisce la linea dello Stato iraniano, che sembra non tollerare le attività di ex-musulmani convertiti al cristianesimo, anche se si tratta di celebrare il Natale. I reati contestati sono legati alla ‘sicurezza nazionale’, e testimoniano le scelte di un regime che persegue le semplici opinioni, oppure l’esercizio di diritti fondamentali come la conversione religiosa e l’esercizio di un culto diverso dall’Islam.

Chiesa Domestica (Foto Sat7 UK)

Pertanto, non è tanto la fede cristiana ad essere perseguitata, quanto il suo esercizio pubblico, al di fuori dei confini istituzionali; la shariah viene usata per controllare lo spazio e le persone, allo scopo di inquadrarle nel suo sistema, che non prevede possibilità di negoziazione. Tale spazio è preventivamente negato ad un/a convertito/a, considerati dei traditori e sovversivi della Repubblica Islamica; in altre parole, in Iran si può nascere cristiani, ed esercitare il culto nei limiti previsti dallo Stato. Invece, sono considerate sovversive le attività religiose poste in essere da un convertito, considerato come un criminale.

Appare evidente che le autorità della Repubblica Islamica si pongono l’esplicito obiettivo di confinare il cristianesimo entro una lenta estinzione demografica; la sua sopravvivenza viene tollerata solamente come retaggio storico di minoranze definite ‘in declino’, allo scopo di confermare la narrazione ideologica del regime, secondo cui l’Iran sarebbe intrinsecamente e unanimemente musulmano. La riduzione numerica dei cristiani, almeno nelle statistiche controllate dallo Stato, è presentata come un esito ‘naturale’ e irrimediabile dell’ordine islamico.

Questa rappresentazione, tuttavia, deve essere rivista di fronte ad una realtà più complessa e dinamica, che testimonia come le conversioni non si siano affatto arrestate; le chiese domestiche, comunità diffuse, resilienti, difficili da tracciare, sono una forma di resistenza spirituale e sociale. Le condanne severe, incluse quelle capitali, non hanno eliminato il fenomeno, ma hanno spinto i percorsi di fede a sottrarsi agli spazi pubblici, rendendoli meno visibili, ma non meno vivi e dinamici.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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