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Durante la Prima Guerra Mondiale, la Persia mantenne formalmente la neutralità, ma divenne teatro di occupazioni sovrapposte, violenze intercomunitarie e carestie. Nella pianura di Urmia migliaia di cristiani nestoriani e armeni trovarono rifugio nei compound delle missioni presbiteriane americane. Diari e rapporti coevi, tra cui The War Journal of a Missionary in Persia (1915), documentano questi eventi, offrendo una testimonianza diretta di un episodio spesso marginale nella storiografia del conflitto.

During the First World War, Persia remained formally neutral but became a site of overlapping occupations, communal violence and famine. In the Urmia plain, thousands of Nestorian and Armenian Christians sought refuge in American Presbyterian mission compounds. Contemporary diaries and reports, including The War Journal of a Missionary in Persia (1915), provide direct accounts of these events, contributing to the understanding of a frequently overlooked aspect of the war.

Tijdens de Eerste Wereldoorlog bleef Perzië formeel neutraal, maar werd het toneel van overlappende bezettingen, gemeenschapsgeweld en hongersnood. In de vlakte van Urmia vonden duizenden nestoriaanse en Armeense christenen onderdak in compounden van Amerikaanse presbyteriaanse missies. Eigentijdse dagboeken en verslagen, waaronder The War Journal of a Missionary in Persia (1915), bieden directe documentatie van deze gebeurtenissen, die vaak buiten de aandacht van de geschiedschrijving blijven.


La Grande Guerra in Persia

Nel novembre del 1914, il governo Qajar proclamò la neutralità della Persia nel conflitto che già infiammava l’Europa, ma quella dichiarazione apparve più come un gesto di disperata volontà che come una reale barriera protettiva. Allo scoppio del conflitto, erano già passati anni da quando la Persia soffriva le conseguenze del Trattato Anglo-Russo del 1907; in base a questo accordo, il Paese aveva di fatto perso una piena sovranità ed era sottoposta a diverse sfere di influenza. I Russi dominavano nel settentrione, mentre ai britannici era stato assegnato il Sud.

L’autorità centrale, seppure esistente, aveva di fatto un potere nominale, e doveva sottostare alle richieste e pressioni delle due potenze; l’erosione della sovranità, poi, venne accelerata dalla Grande Guerra, e le truppe russe, già stanziate nell’Azerbaijan iraniano dal 1909-1910, continuarono a presidiare Tabriz e le rotte verso il Caucaso.

(foto illustrativa realizzata con AI)

I britannici, invece, rafforzarono il controllo meridionale per salvaguardare gli interessi petroliferi emergenti; l’Impero ottomano, spinto da ambizioni revanchiste e dal jihad panislamico dichiarato nel 1914, violò ripetutamente i confini occidentali, occupando per periodi variabili Urmia, Khoy e Saujbulak.

In questo scenario di occupazioni sovrapposte e di caos logistico, la Persia divenne una terra di conquista delle ambizioni delle potenze dell’epoca, in cui le carestie indotte dalla requisizione di derrate, le epidemie e le violenze intercomunitarie determinarono un dramma umanitario di vaste proporzioni. Le comunità cristiane autoctone, nestoriane in primis nella pianura di Urmia, ma anche armene, subirono il peso maggiore di questa catastrofe; esse, in effetti, erano maggiormente e più direttamente esposte alle ambizioni ottomane e alle bande kurde alleate.

Per queste ragioni, migliaia di famiglie furono costrette ad abbandonare villaggi e terre ancestrali, trovando un rifugio precario e spesso effimero nei compound delle missioni presbiteriane americane e anglicane britanniche. Fu proprio qui, nel crocevia tra collassi imperiali e violenze etniche, culminato nell’esodo tragico del 1918, dopo che la rivoluzione russa lasciò sguarnito il fronte settentrionale e dopo l’avanzata ottomana finale, che emersero con forza le voci dei missionari.

La Grande Guerra in Persia fu raccontata da figure come William A. Shedd, che assistette al crollo di Urmia fino alla sua morte per colera nel 1918 mentre soccorreva i rifugiati, dalla moglie Mary Lewis Shedd, autrice di un diario di eccezionale rilevanza storica. Preziosi, ma spesso dimenticati, sono i dettagliati rapporti della Church Missionary Society su Isfahan e sulle regioni centrali; si tratta di una serie di testimoni oculari che non si limitò a registrare il dramma.

Al contrario, essi documentarono la fragilità strutturale di uno Stato formalmente neutrale ridotto a campo di battaglia per procura, offrendo un resoconto insostituibile di quanto la guerra, lontana dal fronte europeo, potesse rivelarsi altrettanto (se non maggiormente) spietata e distruttiva.


Un Diario di Guerra

Le radici della presenza presbiteriana in Persia affondano già negli anni Trenta dell’Ottocento, quando i primi missionari americani, guidati da Justin Perkins e inviati inizialmente dall’American Board of Commissioners for Foreign Missions, stabilirono nel 1835 la loro sede principale a Urmia. Si tratta di una fertile pianura dell’Azerbaigian occidentale, centro di una comunità nestoriana (o assira) antica e isolata, erede della Chiesa d’Oriente separata dall’ortodossia bizantina secoli prima.

Quella scelta cercava di rivitalizzare un cristianesimo percepito come “primitivo” e privo di certe “corruzioni” cattoliche o ortodosse russe, trasformandolo in un ponte potenziale verso l’islam persiano in un’epoca di aperture relative sotto i Qajar. Nel 1871 la missione passò sotto il controllo diretto della Board of Foreign Missions della Presbyterian Church degli Stati Uniti d’America. In questo modo, essa non rimase focalizzata esclusivamente sui nestoriani, ma diventò un impegno dalla portata più vasta. che in

In effetti, furono fondate scuole, ospedali pionieristici come il Westminster Hospital (aperto nel 1882), tipografie per la stampa della Bibbia in siriaco moderno, e una rete di chiese evangeliche locali che favorirono una modernizzazione culturale tra le minoranze cristiane oppresse.

(foto illustrativa realizzata con AI)

Quando la Grande Guerra irruppe, trasformando l’Azerbaijian iraniano in un teatro di occupazioni sovrapposte e violenze etniche, questi complessi divennero rifugi precari per decine di migliaia di profughi nestoriani e armeni in fuga dalle incursioni ottomane e kurde.

I missionari, che potevano fare affidamento su famiglie radicate da generazioni, come i Shedd, dovettero sospendere le attività ordinarie per trasformarsi in soccorritori, mediatori e testimoni oculari di un dramma umanitario intrecciato a collassi imperiali. In tale contesto emerge con particolare forza ‘The War Journal of a Missionary in Persia’, un documento pubblicato nel 1915 dalla Woman’s Foreign Missionary Society della Chiesa Presbiteriana americana e curato da Mary Schauffler Platt con prefazione di William A. Shedd.

Frontespizio di ‘The war journal of a missionary in Persia’ (Da Internet Archive)

Si tratta di un’opera che raccoglie lettere e appunti redatti sul campo durante i mesi più difficili dell’inverno e della primavera del 1915 a Urmia, offrendo un resoconto lucido e coevo dei drammatici avvenimenti sofferti dalle comunità locali e dai missionari stessi.

La fame, le epidemie, gli assedi e la violenza diffusa testimoniano la precarietà estrema di una neutralità (e di una sovranità) persiana calpestata, insieme al ruolo involontario ma cruciale dei missionari, diventati protettori morali e umanitari nei caotici e drammatici frangenti della Grande Guerra.

Non si tratta, dunque, di una semplice cronaca, ma di una preziosa documentazione della guerra, in un teatro periferico come la Persia; un evento che ha amplificato le divisioni preesistenti e generato un dramma di proporzioni tragiche. Tali eventi sono stati resi accessibili (in un contesto in cui i media erano scarsi) all’opinione pubblica statunitense attraverso la lente immediata e personale di chi, estraneo al conflitto armato, ne divenne un testimone inevitabile.


Le Testimonianze dei Missionari di Urmia

La realtà drammatica della Grande Guerra viene testimoniata con lucidità in ‘The War Journal of a Missionary in Persia’ (January 11th 1915);

One poor woman, who had both husband and son killed, has gone crazy, and we haven’t any place to put her but a dark closet under the stairway. At midnight I was awakened by her pounding on the door. She has a nursing baby. Thank God, to-day they took her to the hospital, where they can care for her a little better than here. (She died two days later.)

Una povera donna, che ha perso sia il marito che il figlio, è impazzita, e non abbiamo altro posto dove metterla se non in un buio armadio sotto la scala. A mezzanotte sono stato svegliato dai suoi colpi sulla porta. Ha un bambino da allattare. Grazie a Dio, oggi l’hanno portata in ospedale, dove possono prendersi cura di lei un po’ meglio che qui. (È morta due giorni dopo.)

Platt, M.S. & Shedd W.A. (1915). The War Journal of a Missionary in Persia, p. 9.

Testimonianze di questo genere abbondano nell’opera in esame, e ricordano che le guerre sono sempre eventi drammatici e spesso poco compresi;

Si consideri questo passaggio,

The other day a Moslem, terribly wounded by a Turkish guard while robbing, was
brought here for treatment. This is an illustration of our position: Here is a Mussulman thief, plundering Christians, shot by the Osmanli guard, and then brought to us by his friends that we might care for him.

L’altro giorno un musulmano, gravemente ferito da una guardia turca mentre rubava, è stato portato qui per ricevere cure. Questa è un’illustrazione della nostra posizione: Ecco un ladro mussulmano, che saccheggia i cristiani, colpito dalla guardia ottomana, e poi portato a noi dai suoi amici affinché ci prendessimo cura di lui.

Platt & Shedd, The War Journal…, cit., p. 7.

Si tratta di un evento parossistico, ma che delinea perfettamente la vulnerabilità dei missionari in Persia, costretti a curare una persona ferita dalle autorità, e che ha cercato di danneggiare la stessa comunità cristiana. Spesso il missionario viene rappresentato come una sorta di conquistatore, ma la realtà è spesso differente.

Le promesse dello Shah, che aveva formalmente garantito la sicurezza dei missionari e delle loro stazioni, si è presto rivelata effimera; le autorità erano letteralmente scomparse, e rimaneva uno scenario caotico, in cui ognuno doveva provvedere a sé stesso.

Documenti come quello in esame ricordano lucidamente la realtà della guerra, anche in un Paese periferico come la Persia, che non ha preso direttamente parte al conflitto; ciò nonostante, gli eventi sono stati drammatici e rivelatori di dinamiche complesse spesso sottovalutate o semplificate.


Voci Dimenticate

In definitiva, documenti come The War Journal of a Missionary in Persia e i rapporti coevi della Church Missionary Society non sono mera cronaca di un conflitto lontano, ma rappresentano un archivio storico prezioso. Questi documenti testimoniano la realtà della neutralità persiana, che si rivela illusoria, mentre la guerra, seppure lontana dai campi di battaglia del fronte occidentale, genera sofferenze altrettanto crudeli e sistematiche.

Attraverso queste pagine emerge non solo il dramma delle comunità nestoriane e armene, vittime di un genocidio spesso eclissato da quello armeno, ma anche la resilienza di chi, in nome di una fede condivisa, scelse di rimanere e soccorrere gli altri (spesso anche i nemici) in mezzo al caos.

(foto illustrativa realizzata con AI)

A distanza di oltre un secolo da questi eventi, tali testimonianze ricordano che la narrazione dei missionari come ‘colonialisti’ va rivista in profondità, specialmente in Persia; si tratta, al contrario, di uno strumento retorico usato per screditare una minoranza e giustificare la sua repressione sistematica in un momento in cui le autorità collassavano.

L’atteggiamento dei missionari in Persia dimostra che in frangenti caotici o violenti sono state proprio le stazioni e i compound cristiani a rimanere isole di civiltà nel caos generale, voci dimenticate che raramente emergono nei dibattiti storici, più impegnati a ricostruire i ‘grandi eventi’.


Letture Consigliate

  • Gaunt, D., Atto, N., & Barthoma, S. O. (Eds.). (2017). Let them not return: Sayfo – The genocide against the Assyrian, Syriac, and Chaldean Christians in the Ottoman Empire. Berghahn Books.
  • Qarabash, A. M. N., Abdalla, M., & Kiczko, Ł. (2022). Sayfo – An account of the Assyrian genocide. De Gruyter.
  • Zirinsky, M. P. (1995). American Presbyterian missionaries at Urmia during the Great War. Journal of Assyrian Academic Studies, 12(1), 6–27.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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