Iran Sistema
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Le proteste in corso in Iran non possono essere comprese come una semplice contestazione del potere politico, né come l’ennesimo ciclo di mobilitazione destinato a esaurirsi. Esse interpellano l’architettura stessa della Repubblica Islamica, fondata sulla sacralizzazione della Rivoluzione del 1979 e su un’idea di ordine irriformabile. Tornare al pensiero di Khomeini consente di cogliere come l’islam rivoluzionario sia stato costruito come strumento di legittimazione di un sistema che si difende negando la possibilità di ogni altra rivoluzione. In questo quadro, il dissenso non è un fatto politico, ma una minaccia esistenziale.

The ongoing protests in Iran cannot be understood as a mere challenge to political leadership, nor as another transient wave of dissent. They directly confront the very architecture of the Islamic Republic, a system built upon the sacralization of the 1979 Revolution and the assumption of its own irreformability. Revisiting Khomeini’s thought reveals how “revolutionary Islam” was shaped as a legitimizing framework for an order that preserves itself by denying the possibility of further revolutions. Within this logic, dissent ceases to be political and becomes existential.

De aanhoudende protesten in Iran kunnen niet worden begrepen als louter verzet tegen de politieke leiding, noch als een tijdelijke golf van onvrede. Zij raken aan de kern van de Islamitische Republiek, een systeem dat is opgebouwd rond de sacralisering van de Revolutie van 1979 en de veronderstelling van zijn eigen onveranderlijkheid. Een herlezing van Khomeini’s denken laat zien hoe het “revolutionaire islam” werd gevormd als legitimatiekader voor een orde die zichzelf in stand houdt door elke nieuwe revolutie uit te sluiten. Binnen deze logica wordt oppositie geen politiek verschijnsel, maar een existentiële bedreiging.


Le Proteste contro il Sistema

Le proteste ancora in corso contro il regime teocratico degli ayatollah iraniani, iniziate alla fine di dicembre 2025, stanno scuotendo l’assetto uscito dalla Rivoluzione del 1979; per comprendere la portata di tale evento, e le ragioni che scoraggiano eventuali cambiamenti radicali, bisogna tornare al pensiero di Khomeini, il padre fondatore della Repubblica Islamica.

(Immagine generata con la IA)

La tendenza, come spesso accade, è quella di semplificare eccessivamente le dinamiche in corso, propendendo per una soluzione piuttosto che per un’altra; invece, appare quantomai opportuno ritornare all’architettura dello Stato Islamico. Per farlo, si può usare un’opera che ha raccolto, negli anni Ottanta, i verdetti più controversi del leader iraniano; si tratta del ‘The Little Green Book’, che ospita una traduzione inglese del pensiero di Khomeini.

Pur non trattandosi di un’opera canonica né ufficialmente riconosciuta come parte del corpus dottrinale di Khomeini, il volume risulta significativo per la sua capacità di restituire la ricezione del khomeinismo in Occidente e la percezione del regime iraniano come sistema intrinsecamente refrattario al pluralismo politico e ai diritti individuali. Per questa ragione, il Little Green Book non deve essere letto come una fonte fondativa in senso stretto, ma come un documento di mediazione culturale e ideologica. Una lente, in altre parole, attraverso cui osservare non tanto l’autocomprensione del regime, quanto le reazioni, le paure e le opposizioni che esso ha generato e continua a generare. Pertanto, alla luce delle proteste in corso, il testo conserva una sua attualità analitica, utile a comprendere la persistente distanza tra l’ordine politico iraniano e le aspettative di ampi settori della società, tanto interna quanto internazionale.


L’Islam come Sistema Rivoluzionario

Il Green Book si apre con l’affermazione dell’islam come sistema rivoluzionario,

Islam is a religion of those who struggle for truth and justice, of
those who clamor for liberty and independence. It is the school of
those who fight against colonialism.

L’Islam è la religione di coloro che lottano per la verità e la giustizia, di coloro che gridano per la libertà e l’indipendenza. È la scuola di coloro che combattono contro il colonialismo.

The Little Green Book of Ayatollah Khomeini, Bantam Books, 1985, p. 1.

Si tratta di un’affermazione condivisa da ampi settori dell’islam contemporaneo, come quelli simpatetici alla causa palestinesi, oppure ad altri casi di rivendicazione territoriale; il legame tra colonialimo, ingiustizia e ‘necessità’ di lottare per abbattere le ingiustizie è un tema recente, che però non si rinviene nella dottrina islamica ‘classica’.

Ayatollah Khomeini (Foto Times of Israel)

L’operazione compiuta da Khomeini, e, più in generale, dal pensiero islamico politico del Novecento, consiste dunque in una ri-semantizzazione moderna dell’islam, in cui categorie religiose tradizionali vengono rilette alla luce di un’esperienza storica segnata dalla dominazione occidentale e dalla crisi della sovranità islamica. In questo senso, l’islam ‘rivoluzionario’ non si configura come un ritorno alle origini, ma come una costruzione ideologica recente che utilizza il linguaggio della fede per articolare una risposta radicale a condizioni storiche percepite come intollerabili.


La Rivoluzione del 1979 – Ambiguità

La forza di questa lettura risiede nella sua capacità mobilitante, e il suo limite, allo stesso tempo, risiede nella sostanziale ambiguità tra giustizia come valore morale e come progetto politico totalizzante; è proprio questa ambiguità che ha determinato sia il successo simbolico di affermazioni come quella posta in apertura del Little Green Book, quanto la loro distanza rispetto alla tradizione islamica classica, più attenta alla continuità dell’ordine che alla sua sovversione.

Del resto, un Iran che invoca la ‘difesa della rivoluzione del 1979’ è lo stesso che censura, idealmente ancora prima che praticamente, la possibilità di altre rivoluzioni; in altre parole, la Rivoluzione del 1979 viene sacralizzata, e posta a fondamento di un ordine che non è possibile contestare, se non coinvolgendo lo Stato nel suo insieme e l’islam.

In questa prospettiva, la difesa della Rivoluzione funziona come dispositivo di immunizzazione del sistema; essa giustifica la repressione del dissenso non come atto di forza contingente, ma come necessità ontologica, volta a preservare l’ordine scaturito da un evento fondatore ritenuto irripetibile e non negoziabile.

Per questa ragione, qualunque istanza di cambiamento radicale viene delegittimata alla radice, poiché implicherebbe non una riforma dello Stato, ma una riapertura del momento rivoluzionario stesso, che il regime considera per definizione concluso e al tempo stesso eternamente da difendere.

Il paradosso che ne deriva è evidente, e consegna l’immagine di una rivoluzione che per sopravvivere è costretta a negare la possibilità di altre rivoluzioni; è in questa tensione, inscritta fin dall’origine nel progetto khomeinista, che si colloca la difficoltà strutturale di trasformare il conflitto sociale in processo politico, e che si spiega perché il dissenso, anziché essere assorbito o mediato, venga costantemente spinto verso una dimensione esistenziale, in cui Stato, Rivoluzione e islam finiscono per apparire come un tutt’uno inseparabile.


Un Sistema Irriformabile

Il timore di tornare all’epoca pre-rivoluzionaria, monarchica, ha trasformato progressivamente l’Iran in un sistema irriformabile, se non mediante una contro-rivoluzione; per questo motivo, un eventuale dimissione del leader verrebbe interpretata come una violazione fondamentale del ‘patto rivoluzionario’.

Da guida e primo difensore dell’ordine nato dalla rivoluzione, Khamenei si trasformerebbe in colui che ha spezzato il patto, tradendolo; pertanto, egli è costretto a giocare il suo ruolo fino alla fine, senza calcolare le possibili conseguenze. E’ più importante preservare il sistema, anche contro ogni evidenza, che minarne le fondamenta; evidentemente, le logiche di ‘responsabilità politica’, cedono il passo ad un valore ritenuto superiore, la continuità ideale del sistema sacralizzato.

Khamenei, attuale Guida Suprema (Foto Antara News)

L’Iran è formalmente una teocrazia, e le logiche che normalmente si applicano ai leaders politici devono essere riviste, non per legittimare condotte pericolose, ma per comprendere le dinamiche di un Paese che spesso sfuggono in quanto ricondotte alla lente interpretativa delle democrazie liberali.

La Guida Suprema non opera secondo una razionalità puramente strategica o utilitaristica, e non è neanche vincolata a meccanismi di responsabilità politica comparabili a quelli delle democrazie rappresentative. Il suo ruolo è definito come custodia di un ordine rivoluzionario sacralizzato, il cui venir meno non si tradurrebbe in una semplice sconfitta politica, ma in una frattura ontologica dell’intero sistema. Applicare a tale figura categorie come compromesso, alternanza o ritiro volontario dal potere significa proiettare su un contesto teocratico aspettative proprie di ordinamenti che si fondano su una concezione radicalmente diversa della legittimità.

La persistente difficoltà, nel dibattito pubblico occidentale, di interpretare le dinamiche iraniane risiede proprio in questa trasposizione indebita (ma comprensibile) di categorie liberali su un sistema che si è costruito esplicitamente in opposizione ad esse. Ne deriva una lettura fuorviante che tende ad oscillare tra moralizzazione e incomprensione, senza cogliere la logica interna di un regime che non si percepisce come uno Stato tra gli altri, ma come il depositario di una missione storica e religiosa.

Comprendere tale logica non significa accettarla, bensì riconoscere che l’Iran agisce secondo una razionalità coerente con il proprio impianto ideologico; solamente a partire da questa consapevolezza è possibile valutare realisticamente sia i limiti strutturali del sistema, sia le condizioni in cui esso potrebbe essere trasformato.


Una Missione Sacra

La Rivoluzione del 1979 ha inteso, idealmente, ripristinare un ordine che la monarchia aveva incrinato, e che Khomeini aveva ristabilito; è stato questo inquadramento a conferire ai rivoluzionari la loro legittimità. Il radicamento storico dell’islam sciita, le reti sociali attivate dai chierici e la percezione di ingiustizia hanno reso possibile una rivoluzione ‘restauratrice’ di un ordine che attualmente viene difeso con coerenza.

Difendere la Repubblica Islamica significa, nella logica del regime, difendere non tanto un assetto contingente di potere, quanto l’esito di una ricomposizione considerata necessaria e definitiva; qualunque rivendicazione radicale non viene quindi percepita come una inevitabile richiesta di riforma, ma come il rischio di riaprire una frattura già sanata dalla Rivoluzione, e di precipitare nuovamente in un disordine che il sistema ritiene di aver definitivamente superato.

Per questa ragione, chi protesta viene definito ‘traditore’, oppure spinto da potenze straniere, definendo un confine netto tra l’ordine minacciato, e la minaccia al sistema da reprimere con qualunque mezzo. Chi protesta è, per definizione, fuori dal sistema, e, dunque, un nemico da abbattere, e non un semplice avversario politico con cui ci si può accordare; coloro che protestano non sono iraniani in senso stretto, ma persone esterne al patto sociale.

Da notare che in Iran l’elemento religioso è incidentale, e non sostanziale, e che l’aggettivo di islamico è più necessario che ideale; del resto, la velayat-e faqih (la dottrina di Khomeini, ndr) non si limita ad attribuire un ruolo politico al giurisperito, ma introduce una gerarchia implicita tra la norma religiosa e la sopravvivenza dello Stato rivoluzionario.

È noto, infatti, che la Guida Suprema possa derogare, sospendere o reinterpretare disposizioni della legge islamica qualora ciò sia ritenuto necessario alla protezione del sistema. In questa prospettiva, la shariah non costituisce un limite invalicabile del potere, ma un insieme di strumenti subordinati a uno scopo superiore, la conservazione dell’ordine nato dalla Rivoluzione.

Ne deriva una torsione significativa rispetto all’immaginario comune della teocrazia, in quanto l’Iran non è governato da un diritto religioso che domina la politica, ma da una politica che utilizza il discorso religioso come principio fondativo e, al tempo stesso, come risorsa (relativamente) flessibile. L’islam, sacralizzato come origine del sistema, può essere parzialmente neutralizzato nella sua applicazione concreta qualora entri in conflitto con le esigenze della stabilità istituzionale.

Questo spiega perché la Repubblica Islamica possa apparire, simultaneamente, ideologicamente rigida e pragmaticamente flessibile; la fedeltà all’islam non è misurata in termini di coerenza normativa, ma di lealtà all’ordine rivoluzionario che si presenta come la sua incarnazione storica defintiva. In tale logica, proteggere il sistema equivale a proteggere l’islam stesso, anche quando questo comporta la sospensione temporanea di alcune sue prescrizioni.

È in questa subordinazione funzionale del religioso al politico, mascherata da una supposta identità organica tra i due ambiti, che risiede una delle chiavi più importanti per comprendere sia la resilienza del regime quanto la difficoltà di contestarlo senza essere accusati di mettere in discussione l’islam nel suo complesso.

Questa inflessibiltà del sistema potrebbe rivelarsi fatale, e le proteste in corso potrebbero diventare la fine di un sistema che per mezzo secolo ha determinato la vita e la visione di milioni di iraniani; in altre parole, il sistema si spezza o resiste, ma non può essere riformato, per definizione. Il paradosso finale è che un ordine nato da una rivoluzione, e fondato sulla sua difesa permanente, ha finito per privarsi della capacità di trasformarsi. Ed è proprio questa rigidità, più ancora delle pressioni esterne o delle difficoltà economiche, a rappresentare la sua principale vulnerabilità.


Letture Consigliate

  • Hovsepian-Bearce, Y. (2016). The political ideology of Ayatollah Khamenei: Out of the mouth of the Supreme Leader of Iran. Routledge.
  • Zubaida, S. (2011). Law and Power in the Islamic World. I.B. Tauris.
  • Bakhash, S. (1984). The Reign of the Ayatollahs: Iran and the Islamic Revolution. Basic Books.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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