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Negli archivi della Presbyterian Historical Society di Philadelphia riposa un memoir inedito che illumina come nessun altro i decenni più turbolenti dell’Iran moderno. Annie Stocking Boyce, missionaria ed educatrice americana giunta a Teheran nel 1906, ci guida con sguardo limpido e partecipe attraverso una capitale senza elettricità né acqua corrente, tra scuole per ragazze, samovar accesi all’alba e tensioni tra modernizzazione imposta e radici profonde della società persiana. Un racconto che, a un secolo di distanza, offre una lezione ancora bruciante: nessun cambiamento esterno, per quanto generoso, può attecchire senza radicarsi davvero nel tessuto sociale e culturale di un popolo

Hidden in the archives of the Presbyterian Historical Society in Philadelphia lies an unpublished memoir that sheds unique light on one of the most turbulent chapters of modern Iran. Annie Stocking Boyce, an American missionary and educator who arrived in Tehran in 1906, guides us with a clear and engaged eye through a capital without electricity or running water, between girls’ schools, dawn-lit samovars and the tensions between imposed modernisation and the deep roots of Persian society. A century later, her account delivers a lesson that still burns: no external intervention, however well-intentioned, can truly take hold unless it is firmly rooted in the social and cultural fabric of the people it seeks to change.

In de archieven van de Presbyterian Historical Society in Philadelphia rust een ongepubliceerd memoires dat als geen ander licht werpt op de meest turbulente decennia van het moderne Iran. Annie Stocking Boyce, Amerikaanse missionaris en onderwijsster die in 1906 in Teheran aankwam, neemt ons mee met een heldere en betrokken blik door een hoofdstad zonder elektriciteit of stromend water, tussen meisjesscholen, bij zonsopgang ontstoken samovars en de spanningen tussen opgelegde modernisering en de diepe wortels van de Perzische samenleving. Een verhaal dat, een eeuw later, een les biedt die nog altijd brandt: geen enkele externe ingreep, hoe goedbedoeld ook, kan echt wortel schieten als hij niet verankerd is in het sociale en culturele weefsel van het volk dat hij wil veranderen.


Il Contesto

Annie Woodman Stocking Boyce arrivò in Persia nel 1906, a soli ventisei anni, come missionaria ed educatrice della Presbyterian Board of Foreign Missions, e vi rimase per oltre quarant’anni, fino al 1949.

La sua lunga presenza coincide con uno dei capitoli più decisivi della storia iraniana moderna, durante gli ultimi, convulsi anni della dinastia Qajar, scossi dalla Rivoluzione Costituzionale del 1905-1911, attraversò il caos della Prima Guerra Mondiale e fu testimone oculare dell’ascesa e del consolidamento della dinastia Pahlavi.

Tra il 1925 e il 1941, sotto Reza Shah, e nei primi anni del regno di suo figlio Mohammad Reza, l’Iran, come noto, visse un’intensa stagione di modernizzazione ‘forzata’ che investì profondamente l’istruzione, lo status delle donne e l’identità nazionale.

È in tale contesto di rapidi e spesso contraddittori cambiamenti che l’attività di Annie Stocking Boyce, dedicata soprattutto all’educazione femminile a Teheran, assume un particolare valore storico. Le sue memorie, in effetti, permettono di avere una testimonianza coeva e diretta di un Paese spazzato dalla Rivoluzione Islamica del 1979, ma la cui memoria può dare preziose indicazioni per il futuro.


Teheran negli Anni Venti del Novecento

La missionaria Annie restituisce un’immagine suggestiva e decisamente diversa rispetto alla Teheran attualmente nota; essa riferisce l’assenza di elettricità, o acqua corrente, un ambiente ben diverso da quello a cui era abituata negli Stati Uniti d’America. Si trattava di una città che contava, secondo la sua testimonianza, circa 300.000 persone, una cifra considerevole, specialmente se la si confronta con altre realtà coeve.

Nell’area oggi nota come ‘Medio Oriente’, Teheran contava una popolazione superiore a quella di altre città come Beirut (100-150mila), Damasco (circa 200mila), o Baghdad (circa 200mila), ma inferiore a Istanbul (circa 1 milione) e Il Cairo (circa 800mila). Di conseguenza, Teheran si presentava come un centro di medie-grandi dimensioni, ma senza i servizi essenziali che la rendono moderna, come l’elettricità appunto.

L’aspetto demografico e infrastrutturale, poi, non è certamente il solo ad emergere dai suoi resoconti, specialmente quando si considera la natura degli ‘aiutanti’ (in qualità di domestici, ecc.) che si potevano trovare a Teheran.

Si consideri brevemente questo passaggio (riporto direttamente la foto, in quanto il testo è di scarsa qualità tipografica e non può essere copiato e incollato direttamente),

Abbiamo dei servitori. Le donne in India e Cina riportano con piacere la natura efficiente dei loro domestici in questi Paesi che sono piena di invidia. Nelle province persiane è possibile trovare aiutanti capaci e fedeli, ma nella capitale i servitori degli stranieri sono noti per la loro inaffidabilità e disonestà, (sono, ndr) una banda di ladri e di rapinatori. Nelle loro grinfie, le persone che non conoscono la lingua (il persiano, ndr) sono senza speranza. Conosco (personalmente, ndr) due o tre donne inglesi che, nella disperazione, hanno dovuto cucinare da sé.

Boyce, A. S. (1923?). Chapters from the life of an American woman in the Shah’s capital [Unpublished memoirs]. Presbyterian Historical Society, Philadelphia, PA. (Record Group 91, Box 18, Folder 11), 4.

(La data di questo manoscritto è probabilmente il 1923, ma non essendo mai stato pubblicato la datazione deve essere considerata una stima.)

I toni usati dalla missionaria non devono sorprendere, in quanto era comune che uno straniero in terra di missione avesse dei servitori, come cuochi e cameriere, e non deve essere preso come offesa per le persone locali. La realtà che emerge da queste considerazioni, tuttavia, merita attenzione, e il confronto con la Cina e l’India, in particolare, appare interessante, e, al netto delle opinioni personali e del suo accesso a informazioni precise. Sembra infatti possibile ritenere che tali realtà fossero analoghe o addirittura più stratificate in termini di dipendenza domestica e disuguaglianze sociali. Tale situazione rifletteva un modello condiviso di vita missionaria in contesti extra-europei dove il servizio domestico era una norma strutturale, e non un’eccezione.


Il Lavoro Missionario

Nonostante la penuria di personale qualificato, Annie riesce ad ottenere i servizi culinari di Maryam, una donna musulmana di cui osserva attentamente il suo rapporto con la fede. La servitrice viene definita ‘… not a very orthodox Moslem’, ‘… una musulmana non molto ortodossa’ (Chapters… cit, p. 6); la ragione di tale osservazione risiede nelle abitudini della donna, che

… non osserva il digiuno di Ramadan e non si reca mai alla moschea di venerdì. La sola delle cinque preghiere che osserva è quella dell’alba, quando si alza e accende il fuoco per il samovar (una sorta di bollitore per l’acqua) per i suoi figli prima di iniziare la sua giornata di lavoro.

Boyce, Chapters… cit, p. 6.

Le osservazioni della missionaria denotano una scarsa e aneddotica conoscenza dell’islam, che obbliga solamente gli uomini musulmani alla preghiera del venerdì; allo stesso tempo, essa osserva che non necessariamente le persone osservano i precetti islamici. Le donne al servizio degli stranieri, poi, erano scarsamente inclini ad una pratica rigorosa, ed erano considerate dai missionari come Annie ‘ad alto potenziale’ per una possibile conversione al cristianesimo.

Si trattava di considerazioni che derivavano da conoscenze spesso imprecise, ma che condizionavano il lavoro missionario, non relegato alla predicazione diretta, ma diffuso nella vita quotidiana.


La Condizione delle Donne Persiane

Annie delinea un giudizio netto sulla condizione delle donne sotto l’islam, e afferma che

… quando la Spada dell’Islam ha conquistato i seguaci di Zoroastro (i persiani, ndr), le donne della Persia furono condannate ad un triste destino.

Boyce, Chapters… cit., 26.

In questo modo, Annie legittima e giustifica la sua presenza missionaria, che serve, evidentemente, a ridare speranza alle donne persiane, sottomesse dall’islam; ciò nonostante, essa riconosce che alcune donne hanno maggiore libertà. In altre parole, anche Annie osserva che le regole islamiche non sono interpretate, e soprattutto osservate in maniera uniforme.

Al contrario, la maggiore o minore libertà di una donna sembra dipendere da fattori sociali, piuttosto che strettamente religiosi; il lavoro, in particolare, viene visto come elemento di un seppur parziale riscatto sociale.

Un altro fattore fondamentale, poi, viene individuato nella riforma costituzionale del 1906, un ‘grande cambiamento’ dopo ’12 secoli di immobilismo’; Annie sottolinea con particolare forza questo evento, probabilmente sopravvalutato, ma certamente importante. La missionaria ricorda che l’avvento della costituzione ha alimentato un ‘grande entusiasmo per il mercato dell’educazione…’; oltre alle scuole per ragazzi vennero aperti anche istituti scolastici per ragazze, un evento senza precedenti.

Allo stesso tempo, la missionaria osserva anche l’opposizione degli elementi più conservatori a questo cambiamento epocale;

L’istruzione per le ragazze non si è affermato nella nostra città (Teheran, ndr) senza una seria opposizione. Molti non volevano e ancora non vogliono che le loro donne abbiano libri da cui apprendere; essi (gli oppositori, ndr) affermano che l’istruzione non aiuta una donna ad essere adeguatamente sottomessa o ad accontentarsi della sua condizione di serva. Gli opponenti più bigotti sono stati i membri del clero Maomettano (gli ayatollah, ndr). In quanto classe clericale (Mullah) essi sono bigotti e fanatici.

Boyce, Chapters… cit., 26.

La missionaria afferma che la prosperità economia e sociale del clero sciita, in quanto istituzionalizzato, dipendeva dalla ‘paura e dall’ignoranza’ delle persone; in altre parole, Annie riconosce che le reti sociali che si riferiscono ai sapienti sciiti ha una valenza politica, e non solo religiosa, e che la loro opposizione ai cambiamenti può essere determinante.


Una Lezione Attuale

Si tratta di osservazioni coerenti con quanto riportato da analisi storiche e sociali, e con la realtà attuale; la Rivoluzione del 1979 si è innestata su un tessuto sociale ed economico preciso, e non è stata creata dal nulla.

Le tensioni che Annie Stocking Boyce registrava già negli anni Venti – il divario tra una modernizzazione imposta dall’alto, spesso mediata da agenti esterni, e una società che rimaneva profondamente radicata nelle proprie tradizioni religiose, familiari e comunitarie – rappresentano un monito ancora oggi validissimo. La dinastia Pahlavi aveva accelerato un processo di occidentalizzazione che, pur portando scuole, ospedali e diritti formali per le donne, non aveva saputo (o voluto) radicarsi davvero nel sentire profondo della popolazione: proprio per questo fu percepito da molti come estraneo, elitario e imposto. La Rivoluzione islamica del 1979 non fu quindi un’improvvisa esplosione di fanatismo, bensì la risposta di un corpo sociale che rivendicava il proprio diritto a cambiare secondo ritmi e valori riconosciuti come propri.

È questa la lezione più attuale che emerge dalle memorie di Annie Stocking Boyce, che qualunque intervento esterno, missionario, politico, economico o culturale, è destinato a fallire, o a generare resistenze violente, se non si radica in processi sociali e culturali già riconosciuti e consolidati all’interno della società che intende trasformare.

Le buone intenzioni, come le scuole, gli ospedali e le idee “progressiste” possono illuminare, ma mai sostituirsi alla lenta, complessa e spesso contraddittoria evoluzione interna di un popolo. In questo senso, il racconto di una missionaria americana nella Teheran degli Shah rimane, a distanza di un secolo, uno specchio prezioso per chiunque, oggi, pensi di poter ‘riformare’ l’Iran (o qualsiasi altra società) dall’esterno.


Letture Consigliate

  • Zirinsky, M. P. (2002). A Presbyterian vocation to reform gender relations in Iran: The career of Annie Stocking Boyce. In S. Ansari & V. Martin (Eds.), Women, religion and culture in Iran (pp. 51–69). Routledge. London.
  • Rostam-Kolayi, J. (2008). From evangelizing to modernizing Iranians: The American Presbyterian mission and its Iranian students. Iranian Studies, 41(2), 213–239.
  • Boyce, A. S. (n.d.). Chapters from the life of an American woman in the Shah’s capital [Unpublished memoirs]. Presbyterian Historical Society, Philadelphia, PA. (Record Group 91, Box 18, Folder 11). (Estimated ca. 1923).

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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