islam malesia tutela spazio pubblico
   Tempo di Lettura 13 minuti


Una fatwa del JAKIM del 2021 offre una chiave di lettura del crescente ruolo dell’islam nella sfera pubblica malese. Tra tutela della religione, ordine pubblico e libertà fondamentali, emerge il delicato equilibrio tra armonia sociale e pluralismo democratico.

A 2021 fatwa issued by Malaysia’s JAKIM provides valuable insight into the growing role of Islam in the country’s public sphere. Balancing the protection of religion, public order and fundamental freedoms, it raises important questions about the relationship between social harmony and democratic pluralism.

Een fatwa van JAKIM uit 2021 biedt een waardevol inzicht in de groeiende rol van de islam in de Maleisische publieke ruimte. Tussen de bescherming van religie, openbare orde en fundamentele vrijheden rijzen belangrijke vragen over de verhouding tussen maatschappelijke harmonie en democratisch pluralisme.


Il Rafforzamento dell’Islam nella Sfera Pubblica Malese

Il 17 giugno 2021 il Jawatankuasa Muzakarah Majlis Kebangsaan Bagi Hal Ehwal Ugama Islam Malaysia (Comitato delle Deliberazioni del Consiglio Nazionale per gli Affari Religiosi Islamici della Malesia), il massimo organo di coordinamento delle fatwa a livello nazionale, ha approvato una deliberazione formalmente circoscritta al tema delle offese contro Allah e la religione islamica.

Una lettura attenta del documento rivela tuttavia una portata ben più ampia, in quanto la fatwa in esame non si limita a ribadire principi religiosi, ma delinea un vero e proprio programma di rafforzamento della presenza dell’islam nelle istituzioni e nello spazio pubblico, offrendo una chiave di lettura significativa dell’evoluzione politico-religiosa della Malesia contemporanea.

(Immagine creata con AI a scopi illustrativi)

Già il titolo della deliberazione, Isu Penghinaan Terhadap Allah dan Agama Islam di Malaysia, La questione dell’insulto ad Allah e all’Islam in Malesia, suggerisce che il tema non riguarda un singolo episodio, ma la definizione di un quadro generale di tutela dell’Islam;

Islam merupakan agama yang tidak akan berkompromi sama sekali dengan mana-mana pihak yang menghina agama tanpa mengambil kira sama ada agama yang dihina itu adalah Islam atau selainnya.

L’Islam è una religione che non scenderà a compromessi con nessuna parte che insulti la religione, indipendentemente dal fatto che la religione insultata sia l’Islam o un’altra.

Jakim Malaysia, Raccolta di Fatwe e Pareri Legali Islamici, La questione dell’insulto ad Allah e all’Islam in Malesia.

Il documento pone come premessa fondamentale il fatto che l’islam «non può scendere a compromessi» con alcuna forma di offesa alla religione e richiama il ruolo costituzionale della religione maggioritaria quale confessione ufficiale della Federazione; si tratta di un dato che non sorprende.

È però nella parte propositiva che emerge il suo significato politico, in quanto il Muzakarah auspica infatti un’armonizzazione della legislazione islamica in tutto il Paese, il rafforzamento della cooperazione tra autorità religiose, polizia, Commissione malese per le comunicazioni e i multimedia (MCMC) e organizzazioni della società civile, nonché una più efficace tutela della posizione costituzionale dell’islam.


La Shariatizzazione della Malesia

La fatwa rappresenta così un passaggio ulteriore nel processo di integrazione tra diritto religioso e apparato statale. La sharia non viene più concepita esclusivamente come il sistema normativo destinato a regolare la vita religiosa dei musulmani, ma come uno dei riferimenti attraverso cui lo Stato definisce le proprie politiche pubbliche. In questa prospettiva, l’islam cessa di essere soltanto una religione professata dalla maggioranza della popolazione e diventa progressivamente un orizzonte di senso capace di orientare l’azione amministrativa, l’interpretazione giuridica e perfino la gestione dell’ordine pubblico.

È proprio questo slittamento a meritare particolare attenzione. In una democrazia il compito dello Stato consiste normalmente nel garantire pari tutela alle diverse convinzioni religiose e filosofiche, mantenendo una posizione di sostanziale imparzialità. Il modello malese, invece, attribuisce all’islam una funzione privilegiata, giustificata dal suo riconoscimento costituzionale quale religione della Federazione. Sebbene la Costituzione garantisca formalmente la libertà religiosa, la crescente centralità delle istituzioni islamiche nella definizione delle politiche pubbliche pone seri interrogativi sulla qualità del pluralismo effettivamente praticato.

(Immagine creata con AI a scopi illustrativi)

Non si tratta semplicemente di riconoscere una religione maggioritaria, un fenomeno presente anche in altri ordinamenti. La peculiarità malese consiste nel fatto che la protezione dell’islam tende ad espandersi oltre la sfera del culto, investendo la comunicazione, la cultura, il dibattito pubblico e, sempre più spesso, il mondo digitale. La religione diventa dunque un parametro attraverso cui valutare la legittimità di comportamenti che, nei sistemi democratici rientrerebbero normalmente nell’ambito della libertà di espressione.

La questione più delicata riguarda proprio il concetto di “offesa alla religione”, richiamato ripetutamente dalla fatwa senza che ne venga fornita una definizione precisa. Ci si chiede, in effetti quali comportamenti possono essere considerati offensivi, in assenza di un elenco o perlomeno di criteri precisi per la delimitazione di tale concetto; una ricerca accademica che metta in discussione aspetti della storia dell’islam, una rappresentazione artistica, un’opera satirica, una discussione teologica, o una critica rivolta alle autorità religiose sono esempi di condotte e situazioni che potrebbero essere considerate ‘offese’. Il documento non risponde a questa domanda fondamentale per uno Stato di diritto, lasciando un margine interpretativo estremamente ampio.

Questa indeterminatezza non è un elemento secondario, ma rappresenta l’aspetto più significativo della fatwa, in quanto, ad una maggiore vaghezza di una categoria giuridica corrisponde una maggiore discrezionalità delle autorità chiamate ad applicarla. In nome della tutela dell’armonia religiosa, il rischio è che la distinzione tra critica, dissenso e offesa finisca per dipendere dalle valutazioni delle istituzioni religiose e degli organi amministrativi piuttosto che da criteri giuridici rigorosamente delimitati.


Verso la Supremazia Giuridica dell’Islam in Malesia

Gli sviluppi successivi al 2021 sembrano confermare questa direzione. La deliberazione del Muzakarah è stata rapidamente recepita da diversi comitati statali delle fatwa, che ne hanno ripreso quasi integralmente il linguaggio e gli obiettivi; parallelamente, si è rafforzata la cooperazione tra JAKIM, autorità religiose statali, Royal Malaysia Police e Malaysian Communications and Multimedia Commission, proprio secondo il modello delineato dalla fatwa.

Negli ultimi anni questa collaborazione si è tradotta in strumenti operativi sempre più strutturati. Il governo ha promosso meccanismi di coordinamento per la segnalazione dei presunti casi di offesa all’islam, coinvolgendo simultaneamente autorità religiose, forze di polizia e organismi competenti in materia di comunicazioni elettroniche. La tutela dell’islam non viene quindi affidata esclusivamente ai tribunali religiosi, ma diventa oggetto di una rete istituzionale che comprende amministrazione, sicurezza pubblica e controllo dello spazio digitale.

Anche la casistica appare significativa, in quanto le indagini non riguardano soltanto episodi di blasfemia in senso tradizionale. Negli ultimi anni sono stati oggetto di attenzione pubblica spettacoli comici, come il caso della stand-up comedian Siti Nuramira Abdullah (2022), produzioni cinematografiche, come il film Mentega Terbang vietato e sfociato in incriminazioni per ‘ferimento dei sentimenti religiosi’ (2024), contenuti diffusi sui social media, inclusi post ritenuti offensivi verso il Corano oggetto di indagini della polizia e della MCMC (2026), e perfino prodotti commerciali, come la controversia dei calzini con la scritta ‘Allah’ venduti da KK Super Mart (2024).

Il denominatore comune è l’idea secondo cui la sensibilità religiosa costituisca un bene giuridico da proteggere attraverso strumenti sempre più articolati che non sempre sono compatibili con la libertà artistica e di espressione normalmente accordati da un sistema democratico.

Le autorità malesi presentano questo approccio come uno strumento necessario per preservare l’armonia tra le diverse comunità religiose, e si tratta di un argomento che merita di essere seriamente considerato; in una società multietnica e multireligiosa come quella malese, evitare tensioni confessionali rappresenta un obiettivo legittimo e comprensibile. Tuttavia, rimane aperta una questione fondamentale, che riguarda l’opportunità di costruire l’armonia attribuendo ad una religione una tutela significativamente superiore rispetto alle altre.

È proprio qui che emerge il nodo democratico. Se la protezione dell’islam diventa progressivamente il criterio attraverso cui vengono limitate alcune forme di espressione pubblica, il principio di uguaglianza tra i cittadini rischia di lasciare spazio ad una cittadinanza differenziata, nella quale la religione maggioritaria gode di strumenti di tutela che le minoranze non possiedono. In questo scenario, la libertà religiosa tende a trasformarsi da diritto individuale ugualmente garantito a tutti in un sistema nel quale i diritti e gli spazi di espressione risultano inevitabilmente condizionati dalla posizione gerarchicamente sovraordinata dell’islam. In altre parole, la religione non viene più soltanto protetta dal diritto, ma diventa essa stessa un criterio attraverso cui il diritto definisce ciò che è lecito e ciò che non lo è nello spazio pubblico.

(Immagine creata con AI a scopi illustrativi)

Le conseguenze potrebbero essere particolarmente rilevanti per le minoranze religiose, in quanto una nozione ampia e indeterminata di “offesa alla religione” può facilmente tradursi in un effetto di autocensura; comunità cristiane, induiste, buddhiste e gruppi religiosi minoritari potrebbero essere indotti a limitare le proprie attività pubbliche, il dibattito teologico, la produzione culturale o anche alcune forme di evangelizzazione per evitare il rischio di essere accusati di ledere la sensibilità islamica. Lo stesso meccanismo potrebbe colpire studiosi, giornalisti, artisti e ricercatori, che potrebbero rinunciare ad affrontare temi controversi, contribuendo ad un progressivo restringimento dello spazio del confronto pubblico; in questo modo, verrebbe formalmente preservata l’armonia pubblica, ma come risultato di una censura auto-imposta.

La fatwa del 2021 non modifica direttamente la Costituzione, e non introduce nemmeno nuove fattispecie penali, e sarebbe quindi improprio attribuirle effetti normativi che non possiede; la sua importanza risiede nella sua natura di documento programmatico che fotografa la direzione intrapresa dalle istituzioni religiose malesi. Una direzione nella quale diritto islamico, amministrazione pubblica, sicurezza e regolazione dello spazio digitale tendono ad operare in modo sempre più coordinato.

La questione posta dalla fatwa del 2021 non riguarda quindi soltanto la tutela dell’Islam, ma soprattutto il rapporto tra religione e cittadinanza in uno Stato costituzionale. Quando una confessione religiosa diventa il parametro privilegiato per delimitare i confini della libertà di espressione e dell’intervento pubblico, il rischio non è soltanto la progressiva compressione delle libertà individuali, ma anche la trasformazione del pluralismo religioso da principio costituzionale a semplice tolleranza concessa entro limiti stabiliti dalla religione maggioritaria.


Letture Consigliate

  • Jabatan Kemajuan Islam Malaysia. (2021, June 17). Isu penghinaan terhadap Allah dan agama Islam di Malaysia. Muzakarah Jawatankuasa Majlis Kebangsaan Bagi Hal Ehwal Ugama Islam Malaysia. Pubblicato nel portale i-Fiqh il 19 febbraio 2024.
  • Ahmad, N. M. (2023). Pelanggaran Hak Kebebasan Bersuara melalui Penghinaan terhadap Agama: Penilaian Kritis dari Perspektif Islam dan Undang-Undang di Malaysia (Violazione del diritto alla libertà di espressione attraverso insulti alla religione: una valutazione critica da una prospettiva islamica e giuridica in Malesia). Sains Insani, 8(2).
  • Moustafa, T. (2018). Constituting religion: Islam, liberal rights, and the Malaysian state. Cambridge University Press.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *