Libertà Religiosa Malesia
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I limiti della libertà religiosa in Malesia non vengono definiti tanto dalle leggi, quanto piuttosto dalle sentenze dei tribunali, chiamati a interpretare e applicare il complesso quadro normativo della nazione asiatica.

Recentemente, un uomo malese convertitosi all’islam aveva chiesto ad un tribunale civile di veder riconosciuta la sua richiesta di tornare a professare la fede cristiana dopo il divorzio dalla moglie; tuttavia, la corte religiosa è intervenuta, affermando la sua competenza esclusiva In altre parole, i tribunali civili non avrebbero alcuna giurisdizione per le questioni religiose; la richiesta dell’uomo è stata negata, così come il suo tentativo di ricorrere in sede civile.

Al contrario, il tribunale islamico ha ordinato delle sessioni di ‘counseling’, ovvero di ri-educazione islamica; in altre parole, la scelta di abbandonare o abbracciare l’islam non è una questione strettamente personale, ma ha ripercussioni pubbliche. In Malesia, conversione e/o apostasia ricadono sotto la giurisdizione esclusiva del tribunale islamico, come conferma una serie di sentenze che vanno in questa direzione.

Del resto, il riconoscimento pubblico di una conversione è reso necessario, e non facoltativo, dal sistema legale malese; questioni come l’eredità, il matrimonio o lo stato civile, dipendono dall’appartenenza ufficiale all’islam o meno. Pertanto, la libertà religiosa appare una concessione del sistema legale, e non un diritto da tutelare in astratto e in assoluto; si tratta di un modello diffuso nei Paesi a maggioranza islamica, oppure dove vige un sistema autoritario.

Lo Stato malese è costituzionalmente garante della fede islamica, e le sue decisioni si conformano a questo mandato; la libertà di religione, dunque, viene subordinata alle leggi islamiche, anche se la Malesia non è formalmente uno Stato teocratico.

Le leggi che regolano e sanzionano il ‘proselitismo’, poi, confermano la volontà delle autorità di preservare gli equilibri esistenti, ammettendo semmai il passaggio da altre fedi all’islam, ma non il contrario. Il tentativo di diffondere la fede cristiana, o gli atti che vengono considerati tali, sono passibili di sanzioni penali e pecuniarie, compatibilmente con la ratio dell’ordinamento malese; la competenza statale di questa materia, poi, rende il quadro ancora più complesso. La semplice consegna di una Bibbia ad un musulmano può essere teoricamente considerato come un atto ostile o un tentativo di influenzare o conversione, con conseguenze spiacevoli da un punto di vista sociale e legale.

Tabella Riassuntiva delle Restrizioni al Proselitismo in Malesia (Foto Malaysia Bar)

Come si evince dalla tabella preparata dall’Associazione dei Legali Malesi (Malaysia Bar), le pene sono sia pecuniarie che detentive, a discrezione del giudice; le forze di polizia, poi, sono dotate di poteri ispettivi per accertare le infrazioni e procedere all’arresto dei rei. La Malesia si conferma dunque come una nazione in cui la shariah non definisce solamente il discorso identitario, ma anche quello legale, a differenza di altri Paesi come l’Indonesia.

Ad eccezione della Provincia di Aceh, in cui la shariah è anche codificata come diritto positivo, le corti islamiche hanno minori competenze, e la Costituzione indonesiana prevede anche una Corte Costituzionale per dirimere eventuali controversie. Anche se alcune forze politiche, come la rinata Masyumi, vorrebbero un peso maggiore della legge islamica nell’ordinamento statale, la tendenza è esattamente opposta.

La Malesia si posiziona in aperto contrasto con alcuni diritti fondamentali, come quello religioso, che prevede la libertà di cambiare la propria religione senza conseguenze civili o penali; sebbene questo sia vero, la Malesia riflette un sistema giuridico che si è consolidato dopo l’indipendenza dal Regno Unito, e che deriva da un discorso identitario in cui la religione svolge un ruolo pratico e non solamente teorico. Da questo punto di vista, il Paese asiatico si pone come un modello imitabile da altre nazioni con una storia e un assetto simili; la guida dei Paesi islamici asiatici sembra essere un obiettivo o un auspicio implicito di un sistema giuridico che conferisce alla legge islamica un peso esplicito nell’arena pubblica.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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