Terrorismo: crimine assoluto, condannato senza appello dall’ONU e dalla comunità internazionale La pirateria storica era un crimine marittimo represso con forza; il terrorismo moderno è una minaccia esistenziale che viola i diritti umani fondamentali e non ammette compromessi. Un confronto storico tra etichette asimmetriche, dal commercio coloniale alle rotte globali odierne.
Terrorism: an absolute crime, unanimously condemned by the UN and the international community Historical piracy was a maritime crime suppressed by colonial powers; modern terrorism is an existential threat that violates fundamental human rights with no room for compromise. A historical comparison of asymmetric threats, from colonial trade routes to today’s global chokepoints.
Terrorismus: ein absolutes Verbrechen, einstimmig von der UNO und der internationalen Gemeinschaft verurteilt Historische Piraterie war ein Seeräuberverbrechen, das von Kolonialmächten hart bekämpft wurde; moderner Terrorismus ist eine existenzielle Bedrohung, die grundlegende Menschenrechte verletzt und keinen Kompromiss duldet. Ein historischer Vergleich asymmetrischer Gewalt, von kolonialen Handelsrouten bis zu heutigen globalen Engpässen.
Origini Concettuali e Storiche dei Termini
Nel vasto panorama della storia umana, dove le dinamiche del potere e delle interazioni conflittuali si intrecciano in un tessuto complesso e spesso controverso, i concetti di pirateria e terrorismo emergono come etichette applicate a forme di violenza asimmetrica che sfidano l’ordine costituito, pur evolvendo in contesti temporali e culturali distinti.
La pirateria, radicata nelle epoche antiche, affonda le sue origini nel mondo greco-romano, dove il termine derivava dal greco peirātḗs, evocante l’idea di un tentativo audace o di un complotto contro la navigazione legittima. Si trattava di una pratica percepita come una minaccia universale al commercio marittimo, tanto da essere considerata dai Romani come hostes humani generis, nemici del genere umano, soggetti a persecuzione da parte di qualsiasi autorità senza le protezioni del diritto bellico.
Questo approccio, che affonda le radici nel diritto consuetudinario antico, si è perpetuato attraverso i secoli, trasformandosi nel XVII e XVIII secolo durante l’età ‘classica’ della pirateria caraibica e atlantica, dove figure come Barbanera o i bucanieri operavano in un limbo tra criminalità privata e attività ostili contro le potenze coloniali europee. Tali attività, del resto, erano spesso sostenute da lettere di marca (autorizzazioni a privati per attaccare navi nemiche, specialmente in caso di guerra aperta) che li rendevano corsari legittimi agli occhi di uno Stato ma pirati per un altro.
Il terrorismo, invece, rappresenta un fenomeno concettualmente moderno, la cui etimologia risale al “Regime del Terrore” della Rivoluzione Francese nel 1793-1794. Fu in questo periodo storico che il Comitato di Salute Pubblica guidato da Robespierre impiegò la violenza sistematica per instillare paura e consolidare il potere rivoluzionario.
L’accezione attuale di terrorismo, tuttavia, ha assunto una connotazione internazionale solamente nel XX secolo, culminando con le definizioni post-1945 e post-11 settembre 2001. In questo senso, si intende come uso deliberato di violenza contro civili per scopi ideologici, politici o religiosi, spesso in contesti asimmetrici dove attori non statali sfidano entità sovrane, ma percepite dal gruppo come illegittime.

Se la pirateria era essenzialmente un crimine marittimo motivato da guadagno personale o vendetta, seppur occasionalmente politicizzato, il terrorismo si distingue per la sua dimensione ideologica, mirata a generare un impatto psicologico su scala globale, come evidenziato dalle campagne di gruppi come Al-Qaeda o l’ISIS, che sfruttano la paura per alterare equilibri geopolitici.
Questa dicotomia, tuttavia, non è assoluta, considerando che in epoche pre-moderne la pirateria era di fatto una proto-forma di terrorismo, che designava coloro che operavano al di fuori delle norme statali. Si tratta di un paradigma che riecheggia nelle convenzioni odierne contro il terrorismo, come quelle dell’ONU sul finanziamento delle organizzazioni terroristiche.
Similitudini tra Pirateria e Terrorismo
Dal confronto tra i concetti di pirateria e terrorismo emerge una serie interessante di somiglianze operative e concettuali, che tuttavia si infrangono contro divergenze motivazionali e contestuali profonde. In una prospettiva operativa, si osserva che entrambe le espressioni si riferiscono all’impiego di tattiche asimmetriche; i pirati antichi ricorrevano ad abbordaggi rapidi e sequestri di navi per ricevere un riscatto.

Queste tattiche prefigurano le strategie dei terroristi moderni, che impiegano attacchi improvvisi e violenti contro infrastrutture civili; si pensi, in questo senso, al dirottamento della nave Achille Lauro nel 1985 o agli attentati alle petroliere nel Golfo di Aden, dove la vulnerabilità del commercio globale diventa un obiettivo condiviso. Tali episodi, inoltre, condividono la reazione legale, in quanto le tutele previste per i rei o sospettati si riducono notevolmente rispetto alle garanzie previste per altre fattispecie delittuose.
I pirati erano perseguiti universalmente senza tutele, mentre i terroristi attuali sono esclusi dalle Convenzioni di Ginevra sui prigionieri di guerra, e considerati nemici non combattenti; tale status giustifica l’adozione di giurisdizioni extraterritoriali. Si tratta di un’eco evidente nella dottrina statunitense post-11 settembre che paragona i terroristi ai pirati del XIX secolo, come nei discorsi che li definiscono “proto-terroristi”.
Un altro parallelismo risiede nella dimensione globale, in quanto la pirateria minacciava le rotte commerciali imperiali, come avviene in maniera simile con il terrorismo marittimo contemporaneo; si pensi, in questo senso, agli attacchi dei pirati somali o yemeniti, che combinano il guadagno economico all’ideologia jihadista, mediante una strategia in cui diventa difficile distinguere tra insorgenza politica e reato ideologico.
Due Fenomeni Diversi
Le divergenze, tuttavia, sono altrettanto significative, in quanto la pirateria classica era motivata prevalentemente da fini privati, come il saccheggio per sopravvivenza o arricchimento, mentre il terrorismo è intrinsecamente pubblico, volto a comunicare un messaggio ideologico attraverso la violenza estrema.
Si pensi, in questo senso, agli attentati terroristici dell’IRA o di Hamas, che servono per destabilizzare sistemi politici piuttosto che trarre un profitto; dal punto di vista contestuale, la pirateria prosperava in spazi di scarsa o instabile presenza statale, come i mari del Sudest Asiatico nell’era coloniale, dove l’assenza di controllo navale favoriva le incursioni. Il terrorismo, invece, si sviluppa spesso (ma non solamente) in contesti postcoloniali o globalizzati, sfruttando tecnologie moderne, dai social media alle comunicazioni criptate fino agli ordigni improvvisati, allo scopo di amplificare l’impatto delle azioni terroristiche e raggiungere un pubblico globale.

Inoltre, mentre la pirateria poteva essere “redenta” attraverso amnistie reali o la trasformazione in corsari al servizio di uno Stato, come avvenne frequentemente nel XVII e XVIII secolo, il terrorismo costituisce una minaccia irredimibile e di natura esistenziale, che richiede risposte di portata totale, come le guerre al terrore, che prevedono operazioni militari, sanzioni e programmi di intelligence su scala internazionale.
Sebbene si riconosca, generalmente, il cosiddetto ‘diritto del nemico’, una serie di limitate garanzie anche per coloro che sono sospettati o compiono reati legati al terrorismo, questo fenomeno viene considerato come un male non negoziabile. La sola ‘redenzione’ possibile è scontare una condanna penale e passare attraverso un programma di rieducazione, con cui il reo rinnega azioni e idee precedenti e si allinea ai valori democratici.
Non si tratta di un giudizio morale, ma di una presa di posizione rispetto ad un fenomeno condannato all’unanimità dalla comunità internazionale; il terrorismo, da questo punto di vista, costituisce un male assoluto da un punto di vista giuridico. In quanto tale, esso deve essere contrastato senza ambiguità, e la sua analisi non può mai essere interpretata come una sorta di giustificazione o legittimazione di gruppi il cui scopo è politico e economico allo stesso tempo, a discapito dei diritti umani fondamentali, come accade nell’Afghanistan governato dai talebani.
Il Caso delle Indie Orientali Olandesi: La Pirateria come Proto-Terrorismo
Nel contesto delle Indie Orientali Olandesi, dove l’impero coloniale olandese si estese dal XVII al XX secolo attraverso la Compagnia delle Indie Orientali (VOC) e le successive amministrazioni statali, la pirateria malese emerge come un paradigma esemplare di attività ostili che prefigurano il terrorismo moderno.
Questo caso particolare mostra come il termine “pirateria” fosse impiegato per criminalizzare azioni che, in una lente contemporanea potrebbero essere interpretate come proto-terrorismo motivato da interessi locali e dinamiche conflittuali. Durante il XIX secolo, gruppi etnici malesi, bugis e acehnesi, operanti nelle acque dell’arcipelago indonesiano, condussero incursioni marittime contro navi olandesi, etichettate dagli olandesi come pirateria pura. Tali azioni erano spesso sostenute dai sultani locali come una forma di opposizione al monopolio commerciale e all’espansione territoriale della VOC, che imponeva trattati ineguali e un sostanziale sfruttamento delle risorse.
Queste azioni, che includevano abbordaggi, sequestri e distruzioni di infrastrutture marittime, generavano terrore tra i coloni e i commercianti europei, similmente agli effetti del terrorismo odierno, che si pone lo scopo di minacciare la sicurezza economica globale. Il contrasto a tali azioni era costituito dalle operazioni navali olandesi che combinavano pattugliamenti, alleanze con capi locali e pene severe, come le esecuzioni pubbliche, riecheggiando le strategie contemporanee della lotta al terrorismo.
Un caso emblematico, da questo punto di vista, è la Guerra di Aceh (1873-1904), dove le attività acehnesi, inizialmente considerate come pirateria, si evolsero in una guerriglia prolungata con tattiche asimmetriche, inclusi attacchi a sorpresa e “perang sabi” (guerra santa). La reazione degli olandesi, come noto, fu decisa, e può essere ricondotta a tattiche che attualmente potrebbero essere associate alla lotta contro il terrorismo.
In questo caso, tuttavia, la pirateria non era mero banditismo, ma per gli attori locali essa rappresentava una reazione ideologica contro una potenza percepita come illegittima; questa lotta, del resto, era sostenuta da motivazioni religiose e nazionaliste. Gli olandesi, attraverso figure come Christiaan Snouck Hurgronje, impiegarono un approccio scientifico per isolare i leader religiosi che ponevano un rischio maggiore per gli interessi olandesi.
Letture Consigliate
- Amirell, S. E. (2020). The making of the “Malay pirate” in early modern European thought. Humanities, 9(3), 91.
- Puchala, D. J. (2005). Of pirates and terrorists: What experience and history teach. Contemporary Security Policy, 26(1), 1–24.
- Sim, Y. H. T. (Ed.). (2014). Piracy and surreptitious activities in the Malay Archipelago and adjacent seas, 1600–1840. Springer.

