Pakistan
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Il sistema penale pakistano viene spesso usato per colpire le minoranze, soprattutto cristiane, grazie a espressioni ambigue che vengono interpretate per assicurare il primato della religione maggioritaria, l’Islam sunnita.


The Pakistani penal system is often used to target minorities, especially Christians, thanks to ambiguous wording that is interpreted to ensure the supremacy of the majority religion, Sunni Islam.


Introduzione – Persecuzione Legale dei Cristiani

La condizione dei cristiani in Pakistan rappresenta una delle questioni più delicate dell’intero panorama asiatico dei diritti umani; non si tratta ‘solamente’ di un problema di sicurezza o di marginalità socioeconomica, ma di un nodo giuridico strutturale e deliberato. La minoranza cristiana, che rappresenta l’1% circa della popolazione complessiva (255 milioni di persone), vive in un contesto il diritto penale assume spesso il ruolo di strumento di esclusione, di intimidazione e talvolta di vera e propria persecuzione.

Al cuore di questo sistema si trovano le disposizioni del Pakistan Penal Code dedicate alla tutela dei sentimenti religiosi, note come ‘leggi sulla blasfemia’, che formalmente non tutelano una religione in particolare, ma le religioni in generale.

Gli articoli 295 e 295 A del Codice Penale Pakistano, in effetti, puniscono

295. Injuring or defiling place of worship, with intent to insult the religion of any class.
295-A. Deliberate and malicious acts intended to outrage religious feelings of any class by insulting its religion or religious beliefs.

295. Danneggiamento o profanazione di un luogo di culto, con l’intento di insultare la religione di qualsiasi classe (tipo, ndr).
295-A. Atti deliberati e maliziosi volti a oltraggiare i sentimenti religiosi di qualsiasi classe (tipo, ndr) insultando la sua religione o le sue credenze religiose.

Si tratta di norme che teoricamente dovrebbero preservare l’armonia inter-religiosa, impedendo o prevenedo conflitti settari; tuttavia, la loro formulazione volutamente vaga, il contesto sociale in cui operano e la giurisprudenza che nel tempo si è consolidata, hanno prodotto un meccanismo che penalizza in modo asimmetrico i gruppi più vulnerabili, cristiani in primis. Questi ultimi sono sistematicamente colpiti da sentenze o condotte ispirate da un’interpretazione a senso unico delle leggi sulla blasfemia.


Il Quadro Normativo – Un Apparente Equilibrio

Le disposizioni principali del Codice Penale Pakistano, ovvero le sezioni 295-A, 295-B e 295-C, definiscono un sistema sanzionatorio estremamente severo; la norma 295-A punisce, come menzionato in precedenza gli atti deliberatamente offensivi verso i sentimenti religiosi (fino a 10 anni di reclusione, multa, o entrambe). L’articolo 295-B riguarda la profanazione del Corano, e prevede l’ergastolo; la 295-C, infine, punisce con la pena di morte (o l’ergastolo in via residuale) gli insulti al profeta Maometto.

A prima vista, tali norme sembrano volte a preservare un ambiente di rispetto reciproco, ma la loro indeterminatezza, che si evince da espressioni come ‘sentimenti religiosi’, ‘intenzionalità’ o ‘parole dispregiative’ non possiedono definizioni giuridiche chiare. Tale vaghezza genera un margine interpretativo volutamente ampio da consentire usi sistematicamente distorti, spesso a danno delle minoranze. L’imputazione viene formulata con estrema facilità e senza bisogno di elmenti precisi che dovrebbero caratterizzare uno Stato di diritto; per questa ragione, è sufficiente una frase fraintesa, una banale discussione, o ancora un gesto interpretato male. Gesti o parole apparentemente banali possono essere usati per accusare formalmente una persona e dare inizio ad un procedimento penale che potrebbe anche determinare la pena capitale.

Per questa ragione, il clima di intimidazione è evidente, e le famiglie cristiane evitano discussioni religiose, limitano l’uso di simboli pubblici e insegnano ai propri figli un prudente silenzio; la semplice possibilità di essere accusati, anche senza prove, produce un effetto di autocensura che condiziona le interazioni sociali.


La Giurisprudenza – Tra Abuso e Tentativi di Riequilibrio

Analizzare le sentenze permette di comprendere come il sistema operi concretamente, in quanto alcuni casi sono diventati emblematici della complessità e delle contraddizioni della (in)giustizia pakistana.

Si consideri, a tale proposito, la vicenda di Ayub Masih, arrestato nel 1996 e condannato a morte l’anno successivo, che permette di realizzare la facilità con cui la legge può essere manipolata; Masih venne accusato di aver apprezzato il noto romanzo di Salmon Rushdie, The Satanic Verses, un gesto interpretato come insulto diretto a Maometto. A partire da questa imputazione sommaria, la Corte Suprema scoprì anni dopo un tentativo di appropriarsi delle terre della sua famiglia; in effetti, la sentenza di assoluzione del 2002 riconobbe esplicitamente l’abuso, ma non riuscì a restituire al caso una dimensione umana. La vita di Masih era stata irrimediabilmente segnata, la sua comunità dispersa, e l’episodio aveva già provocato violenze e intimidazioni che andavano oltre le intenzioni del sistema legale.

La Corte Suprema del Pakistan.

Il valore giuridico del caso è indiscusso, in quanto esso fu uno dei primi in cui la Corte Suprema denunciò apertamente l’uso strumentale della legge; il suo impatto sistemico rimase tuttavia limitato, proprio perché la cornice normativa continuava a permettere simili abusi.

Un secondo caso, ancora più noto, è quello di Asia Bibi, una donna cristiana analfabeta arrestata nel 2009 dopo un litigio con due donne musulmane; questa vicenda giudiziaria, è diventata il simbolo internazionale della vulnerabilità delle minoranze pakistane. Asia è stata accusata di aver insultato Maometto durante una disputa su un recipiente d’acqua, e trascorse quasi dieci anni in carcere, molti dei quali in isolamento per motivi di sicurezza. Nel 2018, la Corte Suprema annullò la condanna, rilevando gravi contraddizioni nelle testimonianze e riconoscendo l’influsso del pregiudizio religioso.

La sentenza evidenziò anche qualcosa di più grave, ovvero l’eccessiva discrezionalità dei tribunali di grado inferiore, spesso fortemente condizionati dal clima sociale o dalle pressioni di attori religiosi locali. L’assoluzione, pur rappresentando una vittoria giuridica, non risolse l’insieme delle questioni personali; Asia Bibi dovette abbandonare il suo Paese, i suoi giudici subirono minacce, e diversi attivisti pagarono con la vita il loro sostegno alla causa.


Le Dinamiche Processuali – Il Procedimento come Sanzione

A prima vista, si potrebbe ritenere che il numero relativamente basso di condanne definitive indichi una giustizia che, almeno in ultima istanza, recupera un certo equilibrio, ma tale interpretazione risulta ingannevole. Il vero problema, effettivamente, non è l’esito del procedimento, ma lo stesso processo; in altre parole, essere processato con accusa di blasfemia verso il Corano, Maometto o l’islam produce effetti sanzionatori, ben superiori alla potenziale condanna o assoluzione finale.

Per un imputato cristiano, l’accusa di blasfemia produce conseguenze immediate, ovvero l’arresto, la detenzione preventiva (spesso protratta per anni), la difficoltà di accedere a una difesa qualificata, il rischio di violenze fisiche in carcere o durante le udienze, l’impossibilità di vivere normalmente anche in caso di successiva assoluzione.

Alta Corte di Lahore.

Per questa ragione, alcuni giuristi pakistani parlano di un vero e proprio paradosso, con la punizione che inizia prima del giudizio; anche quando il tribunale assolve l’imputato, egli non può tornare a condurre la sua vita precedente. Tipicamente succede che la comunità locale tende ad ostracizzare l’ex-imputato per il timore di ritorsioni e minacce; in altre parole, lo stigma di accusato di blasfemia non viene mai cancellato.

Un esempio emblematico, in questo senso, è costituito da Arif Iqbal Bhatti, un giudice dell’Alta Corte di Lahore, che non apparteneva alla categoria dei polemisti o dei riformatori che parlano nei convegni. Egli operava all’interno del sistema giuridico pakistano, e divenne noto per aver assolto, nel 1995, due pakistani cristiani accusati di blasfemia. La sentenza, che si poneva in controtendenza rispetto alla consuetudine di confermare le accuse portate, causò la morte violenta del giudice, che venne ucciso nel 1997 all’interno del suo studio. Un report di Amnesty International del 2001 (PAKISTAN
Insufficient protection of religious minorities) conferma che il giudice aveva ricevuto minacce dopo la sentenza di assoluzione.

Il suo carnefice riteneva che il giudice avesse violato un precetto religioso, e che, dunque, meritasse la morte; in altre parole, le leggi non scritte, non ufficiali, e un sentimento religioso mal diretto, hanno causato un atto estremo di fronte ad una sentenza che in realtà applicava il diritto.

Il paradosso che spesso si menziona, la punizione che inizia prima del giudizio, trova nel caso Bhatti un’eco ulteriore, in quanto la sanzione non riguarda solamente l’imputato, ma anche chi amministra la giustizia. I giudici, dunque, non sono degli esecutori della legge, interpretandola in maniera indipendente, ma diventano degli esecutori della sharia (che è informale per definizione), anche in assenza di leggi specifiche o di vuoti normativi.

Il caso di Bhatti dimostra, in effetti, che il sistema giuridico pakistano non si regge sulla norma scritta, ma sulla sua interpretazione guidata dalle pressioni sociali e da sentimenti religiosi che possono apparire eccessivi, ma che nondimeno caratterizzano questa regione, e non riguardano solamente il Pakistan.


Dinamiche Giuridiche

L’analisi giurisprudenziale mostra che la maggior parte delle accuse non nasce da reali conflitti religiosi, ma da dispute economiche o familiari, da tensioni di vicinato, o ancora da controversie sulla proprietà di terreni. Le sentenze più lucide delle corti superiori riconoscono apertamente che la blasfemia diventa un linguaggio simbolico, moralmente potentissimo, attraverso cui si combattono battaglie che nulla hanno a che vedere con la fede religiosa. La ‘difesa dell’islam’, dunque, è solo un pretesto per avanzare pretese su altri diritti, come quelli menzionati in precedenza.

Per i cristiani, che spesso appartengono ai segmenti socio-economici più fragili, la disparità di potere rende qualunque controversia potenzialmente esplosiva; la legge, invece di essere un arbitro imparziale, diventa un’arma nelle mani di chi detiene influenza sociale.

Per queste ragioni, la Corte Suprema e alcune Alte Corti provinciali hanno tentato, negli ultimi due decenni, di elaborare una giurisprudenza maggiormente garantista; in numerose sentenze si afferma che l’accusa di blasfemia richiede prove dirette e non percezioni soggettive. Si ribadisce, ancora che l’intenzionalità deve essere dimostrata e non presumibile, e che le testimonianze devono essere coerenti e verificabili. Infine, si ricorda che le false accuse devono essere perseguite come crimini e non usate come base di un processo.

Tuttavia, in più occasioni le stesse corti hanno mostrato cautela, consapevoli della sensibilità pubblica del tema; alcune sentenze, pur assolvendo gli imputati, ribadiscono l’importanza delle norme sulla blasfemia ed evitano di proporre soluzioni legislative che potrebbero essere interpretate come una critica all’impianto religioso dello Stato.

La giurisprudenza, dunque, riconosce alcune problematiche, non riesce o non vuole affrontare il vero problema, che salva la norma e la sua funzione sociale, permettendo alle discriminazioni di istituzionalizzarsi.


Un Equilibrio Instabile tra Diritto, Società e Identità

La discriminazione legale e sistematica dei cristiani in Pakistan non deriva solamente dalle leggi sulla blasfemia, ma dal contesto sociale in cui esse operano, ed in cui la religione svolge un ruolo identitario centrale e spesso polarizzante. La giurisprudenza mostra come il diritto, pur tentando talvolta di correggere gli eccessi, rimanga intrappolato in una struttura normativa che riflette e amplifica le tensioni sociali.

Il paradosso è evidente, e, mentre la Costituzione garantisce la libertà religiosa e la protezione delle minoranze, il sistema penale produce una condizione di vulnerabilità strutturale; non si tratta di una contraddizione puramente astratta, ma di una dinamica che incide sulla vita quotidiana di migliaia di persone, sulla loro sicurezza, sul loro rapporto con la giustizia e sulla loro possibilità di appartenere pienamente allo Stato.

Il tema rimane aperto, e le sentenze mostrano che, seppure il sistema sia talvolta capace di una parziale auto-correzione, sia in realtà difficile, per una società segnata da pressioni religiose, politiche e identitarie, riformare un impianto normativo che viene percepito come parte dell’ordine morale stesso. La discriminazione legale dei cristiani non è soltanto un problema giuridico, ma una lente che rivela le contraddizioni profonde di uno Stato ancora alla ricerca di un equilibrio tra pluralismo e identità, tra diritto e tradizione, tra protezione del sacro e tutela dei cittadini più vulnerabili.


Letture Consigliate

  • Zamkowska, I. (2024). Assisting underage victims of anti-Christian attitudes in Pakistan. International Journal for Religious Freedom, 2024.
  • Singha, S. (2022). Caste Out: Christian Dalits in Pakistan. Journal of Contemporary Studies / (Wiley).
  • Hunter, M. (2023). Prevention of Faith-Based Violence as a Response to ‘Blasphemy’. IPRI Journal, 23(2).

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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