JAKIM Malesia
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Il Jabatan Kemajuan Islam Malaysia (JAKIM) rappresenta uno degli strumenti più efficaci e controversi di governance religiosa nel Sud-Est asiatico. Dipendente direttamente dall’ufficio del Primo Ministro, questo dipartimento federale esercita un controllo capillare sugli affari islamici, influenzando non solo la pratica religiosa dei musulmani malesi (circa il 63-65% della popolazione), ma anche aspetti economici, sociali e interreligiosi della vita quotidiana. A differenza di molti paesi musulmani, in Malesia l’islamizzazione avviene attraverso un apparato burocratico moderno ed efficiente, che combina soft power economico con enforcement legale. Questo modello, tuttavia, solleva interrogativi profondi sul rispetto dei diritti umani e sulla convivenza in una società multietnica e multireligiosa.

The Jabatan Kemajuan Islam Malaysia (JAKIM) is one of the most effective yet controversial instruments of religious governance in Southeast Asia. Directly reporting to the Prime Minister’s Office, this federal department exercises capillary control over Islamic affairs, influencing not only the religious practice of Malaysian Muslims (approximately 63-65% of the population), but also economic, social, and interreligious aspects of daily life. Unlike many Muslim-majority countries, Islamisation in Malaysia is carried out through a modern and efficient bureaucratic apparatus that combines economic soft power with legal enforcement. This model, however, raises profound questions about respect for human rights and coexistence in a multi-ethnic and multi-religious society.

Het Jabatan Kemajuan Islam Malaysia (JAKIM) is een van de meest effectieve maar ook meest controversiële instrumenten van religieus bestuur in Zuidoost-Azië. Het departement valt rechtstreeks onder het kantoor van de premier en oefent een gedetailleerd en capillair controle uit over islamitische zaken. Het beïnvloedt niet alleen de religieuze praktijk van Maleisische moslims (ongeveer 63-65% van de bevolking), maar ook economische, sociale en interreligieuze aspecten van het dagelijks leven. In tegenstelling tot veel andere moslimlanden vindt de islamisering in Maleisië plaats via een modern en efficiënt bureaucratisch apparaat dat economische soft power combineert met juridische handhaving. Dit model roept echter diepe vragen op over het respect voor mensenrechten en de vreedzame co-existentie in een multi-etnische en multireligieuze samenleving.


Il Ruolo Istituzionale di JAKIM

A differenza del MUI indonesiano, JAKIM non è un semplice consiglio di ulema (sapienti islamici), bensì un ente governativo con poteri esecutivi; coordina l’educazione islamica, la certificazione halal, le linee guida sulla morale pubblica e collabora con le autorità statali (come JAIS in Selangor o JAWI nei territori federali). Il suo monopolio sulla certificazione halal malese ha trasformato la Malesia in leader globale del settore; il logo JAKIM è riconosciuto in decine di paesi e costituisce un vantaggio competitivo per le esportazioni. Nel 2025-2026, JAKIM ha continuato a revocare certificazioni per violazioni gravi e a rafforzare audit digitali attraverso piattaforme come MYeHALAL.

Oltre all’economia halal, JAKIM influenza l’interpretazione ufficiale dell’islam sunnita di scuola Shafii, emettendo o coordinando fatawa e linee guida che definiscono cosa sia “deviante” (akidah); questo controllo centralizzato distingue la Malesia da modelli più decentralizzati e contribuisce a un’islamizzazione “dall’alto”, uniforme su tutto il territorio peninsulare.

Anwar Ibrahim, Primo Ministro della Malesia (Detik)

In questo caso, in effetti, il processo di islamizzazione è diretto e palese, a differenza di altri Paesi, come l’Indonesia, in cui prevale un modello più flessibile e decentrato; i poteri esecutivi di JAKIM permettono un’influenza diretta sulla vita dei musulmani malesi.


Influenza sulla Vita Quotidiana dei Musulmani

L’impatto di JAKIM si avverte in molteplici sfere della routine quotidiana, e, a tale proposito, si nota che la certificazione halal riguarda non solamente il cibo, ma anche cosmetici, farmaci, logistica e persino abbigliamento. Le aziende, incluse le multinazionali non musulmane, devono conformarsi agli standard JAKIM per accedere al mercato malese e a quello globale musulmano; questo crea un ecosistema economico in cui la compliance religiosa diventa condizione per il successo commerciale.

Sul piano morale e comportamentale, le autorità islamiche statali, coordinate da JAKIM, applicano leggi Syariah penali per condotte come khalwat (vicinanza intima tra non coniugi), consumo di alcol, mancato rispetto della preghiera del venerdì (in stati come Terengganu con pene fino a due anni o multe elevate) o comportamenti considerati contrari alla morale islamica. Raids della polizia religiosa rimangono comuni, anche se variano per intensità tra gli stati, e si intensificano, come noto, durante il ‘mese sacro’ di Ramadan.

(Immagine realizzata con IA a scopi illustrativi)

JAKIM organizza inoltre programmi di “riabilitazione” (mukhayyam) rivolti soprattutto a musulmani LGBT+, considerati incompatibili con l’islam ufficiale; nel 2025 sono stati segnalati interventi su eventi privati dove venivano arrestati solo i partecipanti identificati come musulmani tramite carta d’identità. Linee guida su abbigliamento e condotta pubblica vengono periodicamente riviste e promosse, rafforzando un controllo sociale pervasivo.


Le Controversie sulle Linee Guida Interreligiose e i Diritti Umani

Uno degli episodi più significativi del 2025 è stato il tentativo di JAKIM di emanare linee guida per la partecipazione dei musulmani a eventi organizzati da non musulmani, come matrimoni, funerali, feste religiose o visite a chiese e templi. Le proposte includevano divieti di discorsi o performance con elementi “di propaganda religiosa”, l’obbligo di consultare autorità islamiche prima di accettare inviti e restrizioni su eventi vicini a moschee.

Queste misure hanno scatenato forti critiche da parte di leader politici delle minoranze (indiani e cinesi), società civile e rappresentanti cristiani e hindu, che hanno condannato il tentativo di segregazione e di erosione del dialogo interreligioso. Il governo Anwar Ibrahim ha rapidamente ridimensionato l’iniziativa, chiarendo che si trattava di “consigli” (advisory) e non di policy obbligatoria, e ha ritirato le parti più controverse dopo il dibattito pubblico. L’episodio ha comunque evidenziato la tensione tra la visione inclusiva “Malaysia Madani” promossa dal Primo Ministro e le spinte conservatrici interne.

La testata ‘The Star’, riporta alcune linee guida che in seguito sono state ritirate dal governo,

The guidelines underline the involvement of Muslims in non-Muslim festive celebrations.

“Among them is that Muslims involved in such celebrations must not participate in actions that could touch on the sensitivities of the Muslim community,” he said when replying to Muhammad Fawwaz Mohamad Jan (PN-Permatang Pauh) in a written reply in Parliament on Wednesday (Feb 5).

The updated guidelines, he said, included speeches or singing and distributing pamphlets that propagate other religions.

Also included were performances or speeches which insult or belittle Muslim beliefs or holding events during Muslim daily prayer times including during the Friday prayer.

Le linee guida sottolineano il coinvolgimento dei musulmani nelle celebrazioni festive non musulmane.

“Tra queste c’è che i musulmani coinvolti in tali celebrazioni non devono partecipare ad azioni che potrebbero toccare le sensibilità della comunità musulmana,” ha detto rispondendo a Muhammad Fawwaz Mohamad Jan (PN-Permatang Pauh) in una risposta scritta in Parlamento mercoledì (5 febbraio).

Le linee guida aggiornate, ha detto, includevano discorsi o canti e la distribuzione di opuscoli che propagano altre religioni.

Sono stati inclusi anche spettacoli o discorsi che insultano o sminuiscono le credenze musulmane o che si tengono durante i tempi di preghiera quotidiana musulmana, inclusa la preghiera del venerdì.

Carvalho, M. et al., New rules proposed for Muslims attending non-Muslim events, funerals or houses of worship, Proposte nuove regole per i musulmani che partecipano a eventi non islamici, a funerali e a luoghi di culto (non islamici), 5 Febbraio 2025.

Anche se queste linee guida sono state ritirate, la loro proposta costituisce un precedente pericoloso, che potrebbe riemergere in futuro; l’effetto sarebbe quello di erodere il rispetto di diritti umani fondamentali, già gravemente compromessi nel Paese asiatico.

Il sistema duale malese, composto da tribunali civili per tutti i cittadini e da tribunali syariah per i musulmani in materia di famiglia, successioni e alcuni ‘reati’ religiosi, genera già frequenti conflitti giurisdizionali. Per i musulmani (soprattutto di etnia malese) il cambiamento di religione (considerato apostasia) rimane estremamente difficile, se non impossibile, dal punto di vista legale, in quanto è altamente improbabile che un giudice islamico (tribunale sharyah) convalidi la scelta religiosa, passaggio necessario per il riconoscimento legale.

Le minoranze cristiane, hindu e buddiste lamentano spazi che si restringono in maniera crescente, a causa delle difficoltà burocratiche per la costruzione o il mantenimento di luoghi di culto, alle campagne diffamatorie e ai timori (decisamente fondati) di applicazione selettiva delle direttive contro edifici religiosi “illegali”.

Rapporti internazionali come quelli dell’USCIRF (United States Commission on International Religious Freedom) continuano a collocare la Malesia nella Special Watch List per violazioni sistematiche della libertà religiosa.

In 2025, religious freedom conditions in Malaysia remained poor amid a troubling rise in religious polarization and restriction that threatened to deepen its longstanding challenges. The country’s
dual legal system of Shari’a and civil courts continued to privilege Islamic law, according to the Shaf’i school of Sunni jurisprudence, and to restrict dissenting interpretations of its principles through
fatwas (religious rulings), legal action, and intrusive monitoring. The state persisted in discriminating against Muslim groups it viewed as representing “deviant” or “liberal” versions of Islam, targeting
members with bans, raids, and arrests. Actions that state authorities deemed “insulting” to Islam continued to lead to blasphemy prosecutions, while efforts to elevate moral policing according to
the official interpretation of Shari’a—by both police and members of the public—have increased the use of coercive tactics such as surveillance, public shaming, and prosecution. The government’s
persistent conflation of Malay ethnic identity with Islamic religious identity also continued to exacerbate interreligious tensions.

Nel 2025, le condizioni di libertà religiosa in Malaysia sono rimaste scarse a causa di un preoccupante aumento della polarizzazione e delle restrizioni religiose che minacciavano di approfondire le sue sfide di lunga data. Il sistema legale duale del paese, composto dalla Shari’a e dai tribunali civili, ha continuato a privilegiare la legge islamica, secondo la scuola giuridica sunnita Shaf’i, e a limitare le interpretazioni dissenzienti dei suoi principi attraverso fatwa (sentenze religiose), azioni legali e monitoraggio intrusivo. Lo stato ha continuato a discriminare i gruppi musulmani che considerava rappresentanti versioni “deviazioniste” o “liberali” dell’Islam, prendendo di mira i membri con divieti, raid e arresti. Le azioni che le autorità statali consideravano “insultanti” per l’Islam continuavano a portare a processi per blasfemia, mentre gli sforzi per elevare il controllo morale secondo l’interpretazione ufficiale della Shari’a—sia da parte della polizia che dei membri del pubblico—hanno aumentato l’uso di tattiche coercitive come la sorveglianza, la vergogna pubblica e la persecuzione. La persistente confusione del governo tra l’identità etnica malese e l’identità religiosa islamica ha continuato ad esacerbare le tensioni interreligiose.

USCIRF Annual Report, Malaysia, 2026, p. 70.

Nel 2025-2026 l’organizzazione ha evidenziato il doppio standard nel trattamento di musulmani “devianti” e non musulmani, il ricorso a leggi sulla blasfemia e la tendenza a privilegiare l’interpretazione ufficiale dell’islam. Organizzazioni per i diritti umani criticano anche i programmi di riabilitazione forzata e il controllo sulla libertà di espressione in ambito religioso, che di fatto limitano la possibilità di conversione dall’islam al cristianesimo, un diritto formalmente garantito anche dalla Costituzione malese.


Confronto con l’Indonesia: Un’Influenza più Istituzionalizzata

Rispetto all’Indonesia, la presenza della shariah in Malesia appare più strutturale e pervasiva nella vita quotidiana; in Indonesia non esiste un ente federale con poteri simili a quelli detenuti dal JAKIM; il Majelis Ulama Indonesia (MUI) emette fatawa influenti ma opera come organismo indipendente, senza nessun potere esecutivo diretto. Anche se influente, inoltre, il MUI non detiene il monopolio sulla certificazione halal (gestita dal BPJPH del Ministero degli Affari Religiosi). Le disposizioni penali della shariah sono riconosciute quasi esclusivamente nella provincia autonoma di Aceh, mentre nel resto del paese prevale un sistema giudiziario unitario basato sulla Pancasila.

(Immagine realizzata con IA a scopi illustrativi)

In Malesia, invece, i tribunali syariah operano in tutti gli stati, JAKIM detta linee guida nazionali e la certificazione halal è centralizzata e obbligatoria di fatto per molti settori; questo rende il controllo sulla vita dei musulmani più uniforme e burocratizzato. L’intolleranza in Indonesia proviene spesso “dal basso” (proteste locali, mob contro chiese), mentre in Malesia è più “top-down” e istituzionale, con minori episodi di violenza fisica ma maggiori restrizioni legali e amministrative.

La Pancasila indonesiana, seppure con i suoi limiti (leggi sulla blasfemia, difficoltà nella costruzione di luoghi di culto), offre un quadro costituzionale più pluralista che non eleva l’islam a religione di Stato; di conseguenza, pur condividendo sfide comuni, la Malesia presenta un grado di islamizzazione statale più avanzato e capillare (e problematico).


Equilibri Delicati in una Società Multiculturale

JAKIM incarna il modello malese di islam di Stato ‘moderno, amministrativamente efficiente, economicamente vantaggioso e capace di proiettare soft power globale attraverso il halal; tuttavia, questo stesso modello genera frizioni con i principi di libertà individuale, uguaglianza religiosa e convivenza pacifica sanciti dalla Costituzione. Il governo di Anwar Ibrahim deve costantemente bilanciare le aspettative della base malese-musulmana conservatrice con le esigenze di una nazione multietnica, dove indiani hindu, cinesi buddisti/cristiani e popolazioni indigene di Sabah e Sarawak rappresentano componenti vitali della società.

(Immagine realizzata con IA a scopi illustrativi)

Il ritiro delle linee guida interreligiose del 2025 mostra che esistono ancora margini di resistenza sociale e politica; eppure, l’espansione costante dell’influenza di JAKIM e delle autorità syariah statali suggerisce una traiettoria di maggiore islamizzazione istituzionale. Per le minoranze e per i musulmani che desiderano maggiore libertà personale, il rischio è quello di spazi progressivamente più ristretti. Il futuro dipenderà dalla capacità del sistema malese di conciliare un’identità islamica forte, e spesso polemica/ideologica, con un autentico pluralismo religioso, una sfida che rimane aperta e delicata nel 2026.


Letture Consigliate

  • Liow, J. C. (2016). Religion and nationalism in Southeast Asia: Malaysia, Indonesia and the Philippines. Cambridge University Press.
  • Mohamad, M. (2020). The divine bureaucracy and disenchantment of social life: A study of Malay Muslims in Malaysia. Palgrave Macmillan.
  • Pribadi, Y. (2018). Islam, state and society in Indonesia. Local Politics in Madura. Routledge.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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