Malesia Shariah
   Tempo di Lettura 13 minuti


In Malesia, la complessa interazione tra shariah e diritto civile ha prodotto un sistema chiuso, in cui l’islam viene proposto come unico orizzonte di senso possibile, con conseguenze problematiche per i diritti fondamentali, ma comprensibile dal punto di vista dell’evoluzione storica.

In Malaysia, the complex interplay between Shariah and civil law has created a closed system, where Islam is presented as the only meaningful framework, with problematic consequences for fundamental rights, yet understandable in light of its historical development.

In Maleisië heeft de complexe wisselwerking tussen Sharia en het burgerlijk recht geleid tot een gesloten systeem, waarin de islam wordt gepresenteerd als het enige zinvolle kader, met problematische gevolgen voor de fundamentele rechten, maar begrijpelijk in het licht van de historische ontwikkeling.


Il Doppio Binario Legale

La Malesia ha adottato, da un punto di vista legale, una sorta di doppio binario, secondo cui la shariah diventa legalmente vincolante (per i musulmani) in diversi ambiti, come quello familiare e successorio; a differenza di quanto accade in Indonesia, in cui l’attività dei tribunali della shariah è più limitata (a parte il caso di Aceh), in Malesia l’appartenenza alla religione islamica condiziona maggiormente l’applicazione del diritto.

La differenza tra Indonesia e Malesia è evidente, e la seconda si caratterizza per una struttura complessa del diritto religioso, che comporta diverse problematiche e tensioni, come la discrasia tra la libertà di religione, affermata dalla Costituzione, e le diverse limitazioni che si osservano, e che sono codificate. Non si tratta di abusi, ma della conseguenza logica di avere corti della shariah a cui viene affidata competenza in ambito anche penale (seppure molto limitato), oppure dell’osservanza religosa; per questa ragione, la Malesia non può essere definito uno stato ‘laico’, ma nemmeno una teocrazia.

Al contrario, la monarchia asiatica è caratterizzata da un sistema ibrido, che configura un sistema complesso e a volte contraddittorio; la struttura federale, poi, complica ulteriormente il quadro di riferimento. I sultani, posti come vertici degli Stati federati, hanno il mandato costituzionale di preservare la religione islamica, una formula vaga che si traduce in leggi e regolamenti problematici per la libertà religiosa e altri diritti umani fondamentali.


I Tribunali Islamici

A differenza di quanto accade in Indonesia, i tribunali islamici (shariah courts) non sono un’appendice residuale di quelli laici, ma la controparte articolata della ‘legge civile’, che si applica principalmente a coloro che non sono musulmani, e soprattutto nel diritto penale (fatta eccezione per qualche ‘reato religioso). In Malesia, in effetti, non è rilevante la nazionalità della persona che commette un illecito, ma la sua appartenenza religiosa, segnalata sui documenti ufficiali. Pertanto, anche uno straniero che viva legalmente e stabilmente in Malesia (per motivi di lavoro o familiari) è soggetto alla giurisdizione dei tribunali islamici.

Per queste ragioni, non sorprende l’articolazione dell’amministrazione islamica della giustizia, che si esprime principalmente nel Jabatan Kehakiman Syariah Malaysia (JKSM), Dipartimento della Giustizia Islamica della Malesia. Il JKSM non entra nel giudizi dei singoli casi, affidati agli organi statali, ma si occupa del coordinamento e della gestione della giustizia islamica in Malesia; in questo ambito, rientrano tra le sue competenze l’emanazione di linee guida, oppure la formazione dei giudici islamici.

I singoli casi vengono affidati ai tribunali statali, la cui competenza potrebbe variare in base alla legge e ai regolamenti propri dello Stato in esame; alcune realtà, in effetti, considerano un reato penale (seppure minore) per i musulmani maschi la mancata partecipazione alla preghiera comunitaria del venerdì.

All’interno del singolo Stato, poi, vige una gerarchia delle corti islamiche, come evidenziato dalla figura sotto,

Il tribunale di primo grado è quello che giudica la maggior parte dei casi, mentre le corti di appello e l’alta corte sono riservate agli appelli delle decisioni prese in primo grado, se e nella misura in cui tale azione è prevista. Il Sultano rimane comunque la massima autorità religiosa dello Stato, e interviene solamente questioni di elevato profilo, oppure quando ritiene che siano state violate norme o procedure fondamentali nella gestione del caso giudiziario.

L’organizzazione federale della Malesia potrebbe comportare delle lievi differenze rispetto allo schema discusso, ma in linea generale quella esposta corrisponde all’amministrazione della giustizia religiosa nella monarchia asiatica.


L’Apostasia come Reato di Fatto

L’apostasia, ovvero l’abbandono volontario della religione islamica non costituisce un vero e proprio reato; non esiste nessun articolo o comma del codice penale che lo prevede espressamente, ma in pratica tale condotta (considerata uno dei diritti umani fondamentali) ha conseguenze civili, amministrative e a volte anche penali.

Le ripercussioni più immediate riguardano la sfera amministrativa, e, ipotizzando il caso di una persona non sposata che intenda cambiare ufficialmente la propria religione, si osserva che tale processo è caratterizzato da una evidente complessità e incertezza. In effetti, secondo quanto previsto dalle leggi malesi, un musulmano che intedesse formalizzare la sua conversione dovrebbe richiedere il cambiamento sui documenti.

Palazzo del JKSM

Non si tratta di una barriera formale facilmente superabile, ma di un ostacolo che spesso diventa insormontabile; la richiesta di cambiamento della religione innesca l’intervento della corte islamica, che si deve pronunciare in merito. Sebbene si tratti, teoricamente, di un diritto riconosciuto anche dalla Costituzione malese, la maggior parte delle richieste viene respinta; tuttavia, l’esito negativo della richiesta non è affatto privo di conseguenze.

La semplice richiesta (che spesso viene respinta dai tribunali islamici) può avere ripercussioni molto gravi, che si estendono ben oltre la sfera amministrativa; nel migliore dei casi, si attiva uno stigma sociale che comporta ostracismo, stigmatizzazione e minacce personali e/o alla famiglia. A livello amministrativo, la persona potrebbe perdere il diritto all’eredità, secondo l’interpretazione della shariah; per una persona sposata, poi, la semplice richiesta si potrebbe tradurre nella perdita di custodia dei figli, e nello scioglimento del matrimonio.

Da ultimo, la semplice richiesta di apostasia (negata) potrebbe essere giudicata come un’offesa alla religione islamica, secondo la legge sulla blasfemia, che comporta sanzioni pecuniarie e penali, a discrezione della corte islamica.

Qui sotto propongo uno schema riassuntivo delle conseguenze derivanti da una semplice richiesta di modificare pubblicamente la religione su un documento (a prescindere dall’esito); si tratta del potenziale costo giudiziario e sociale di una conversione pubblica dall’islam ad un’altra religione.

Shariah Malesia

Come si può notare, i costi potenziale dell’apostasia, ovvero del cambio di religione, possono essere elevatissimi, e di fatto lo sono, scoraggiando anche una semplice richiesta di cambiare ufficialmente la propria religione.


Un Sistema Chiuso

Le ripercussioni derivanti dal semplice tentativo di esercitare un diritto costituzionale non sono casuali, ma volute da un sistema elaborato per scoraggiare preventivamente e sistematicamente il semplice tentativo di cambiare religione. Dal punto di vista dei diritti umani si tratta di un approccio quantomeno problematico, ma considerando la traiettoria storica e culturale della Malesia questo sistema diventa una conseguenza quasi logica.

L’identificazione quasi automatica, e storicamente determinata, tra essere malay ed essere musulmani, in effetti, spiega la natura restrittiva di tali disposizioni, oltre che la loro generale accettazione interna; il dissenso esiste ovviamente, ma non è tale da determinare un cambiamento nel breve periodo. Un sistema del genere, invece, non sarebbe tollerato, sia socialmente che politicamente, in Indonesia, Paese in cui la sensibilità è differente.

L’assenza di una dottrina di Stato come la pancasila indonesiana, poi, rende possibile, in Malesia, uno spazio maggiore della shariah nell’arena pubblica; in altre parole, nella monarchia asiatica non esistono contrappesi ideologici all’islam, che rappresenta un orizzonte culturale complementare e non alternativo allo Stato. La medesima monarchia, inoltre, viene esplicitamente caratterizzata in termini religiosi, e tale scelta rafforza il ruolo della religione islamica nella vita pubblica, anche se la Malesia non è una vera e propria teocrazia.

Si parla apertamente, nel dibattito interno, di ‘intellectual heritage’, sottolineando il ruolo di guida delle istituzioni religiose come il JKSM,

(…) Il discorso principale è stato pronunciato da YAA Dato’ Mohd Amran bin Mat Zain, Direttore Generale/Giudice Capo della Corte Suprema del JKSM. Ha sottolineato che l’eredità del Prof. Ahmad Ibrahim è stata inclusiva e ha costituito una base importante per lo sviluppo di un sistema giuridico moderno, incluso il suo ruolo nella stesura di riforme costituzionali come l’articolo 121(1A). YAA Dato ha inoltre invitato la nuova generazione a proseguire la visione di questa figura con coraggio intellettuale, disciplina accademica e integrità giuridica.

Il Forum 1, con la partecipazione dei relatori Prof. Dato’ Dr. Ahmad Murad Merican e Sig. Al-Sabri Ahmad Kabri, con il Sig. Asyraf Hakimi Zaid come moderatore, ha discusso il pensiero realistico del Prof. Ahmad Ibrahim, compresi i suoi sforzi per unificare i principi del diritto islamico e del diritto comune e il suo impatto sul quadro giuridico del Paese.

Il Forum 2, con i relatori Prof. Dr. Najibah Mohd Zin, Datuk Lukman Sheriff Alias ​​e Tuan Aidil Khalid, è stato moderato dal Prof. Assoc. Datuk Dr. Shamrahayu Ab Aziz. Questa sessione si è concentrata sul futuro della riforma giudiziaria della Sharia, sulle questioni relative all’articolo 121(1A) e sulla necessità di armonizzare il sistema giuridico per garantire l’armonia costituzionale.

Erano presenti come ospiti VIP anche il Prof. Dr. Mohd Yazid Zul Kepli, vicepreside dell’AIKOL, e il signor Mohd Yusmadi Mohd Yusoff, direttore e presidente del comitato consultivo EnCorp Berhad.

Nel complesso, questo forum rappresenta un’importante piattaforma per rilanciare il pensiero strategico e progressista del Prof. Ahmad Ibrahim e per rafforzare la determinazione dei professionisti e degli studenti del diritto a proseguire la sua eredità nello sviluppo del sistema giuridico islamico malese.

Prof. Ahmad Ibrahim Intellectual Heritage Forum 2025, Jabatan Kehakiman Syariah Malaysia, 6 Dicembre 2025.

La Shariah, dunque, costituisce il principale riferimento culturale per una parte consistente della nazione, ed eventuali correzioni e modificazioni avverranno al suo interno, e non al suo esterno; la Malesia si pensa come nazione islamica, e questa idea viene continuamente proiettata e rinforzata nei media e nei messaggi istituzionali.

Il sistema esistente viene presentato come necessario e senza alternative, e questo impianto teorico è il medesimo che si osserva nelle ideologie imperiali; il successo dell’islam politico malese, dunque, non consiste nelle sanzioni previste, ma nell’aver infuso l’idea secondo la quale non è possibile (e nemmeno lecito) avere un orizzonte differente dalla shariah.


Letture Consigliate

  • Nelson, M. J. & Shah, D. A. H. (2019). Operationalizing and regulating religious freedom: Apostasy and administrative “reasonableness” in Malaysia and beyond. International Journal of Constitutional Law, 16(4), 1293–1321.
  • Saputra, D. A. (2025). Religious Transition from Islam to Non-Islam: Legality, Sanctions, and Procedures in Indonesia and Malaysia. Integration: Journal Of Social Sciences And Culture, 3(2), 437-442.
  • Mohamed Adil, M. A., Wan Mansor, W. N., & Mohd Amin, A. (2023). The right to freedom of religion and jurisdictional conflicts in Malaysia. SINERGI: Journal of Strategic Studies & International Affairs, 3(1), 69–86.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

Un pensiero su “La Shariah in Malesia – Un Orizzonte Culturale Imperiale”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *