Le principali istituzioni islamiche indonesiane, tra cui Majelis Ulama Indonesia (MUI), Nahdlatul Ulama (PBNU) e Muhammadiyah, hanno storicamente adottato posizioni che riflettono una combinazione di solidarietà comunitaria, principi etici derivati dalla tradizione islamica e considerazioni geopolitiche. Un esame comparativo delle loro reazioni ai conflitti recenti, inclusi quelli che coinvolgono potenze occidentali o attori percepiti come tali, evidenzia pattern che meritano un’analisi approfondita. Questo articolo confronta la risposta al conflitto USA-Israele-Iran del 2026 con quella al conflitto israelo-palestinese post-7 ottobre 2023, ponendo l’attenzione su elementi di selettività nelle narrazioni adottate.
The main Indonesian Islamic institutions, including the Majelis Ulama Indonesia (MUI), Nahdlatul Ulama (PBNU) and Muhammadiyah, have historically adopted positions that reflect a combination of communal solidarity, ethical principles derived from Islamic tradition, and geopolitical considerations. A comparative examination of their reactions to recent conflicts, including those involving Western powers or actors perceived as such, reveals patterns that warrant in-depth analysis. This article compares the response to the USA-Israel-Iran conflict of 2026 with that to the Israeli-Palestinian conflict following 7 October 2023, focusing attention on elements of selectivity in the narratives adopted.
De belangrijkste Indonesische islamitische instellingen, waaronder de Majelis Ulama Indonesia (MUI), Nahdlatul Ulama (PBNU) en Muhammadiyah, hebben historisch gezien posities ingenomen die een combinatie weerspiegelen van gemeenschaps-solidariteit, ethische principes afkomstig uit de islamitische traditie en geopolitieke overwegingen. Een vergelijkend onderzoek naar hun reacties op recente conflicten, inclusief die waarbij westerse mogendheden of als zodanig waargenomen actoren betrokken zijn, toont patronen die een diepgaande analyse verdienen. Dit artikel vergelijkt de reactie op het conflict tussen de VS, Israël en Iran in 2026 met die op het Israëlisch-Palestijnse conflict na 7 oktober 2023, met speciale aandacht voor elementen van selectiviteit in de aangenomen narratieven.
La Reazione al Conflitto USA-Israele vs. Iran (2026)
Nel contesto delle operazioni militari congiunte Stati Uniti-Israele contro l’Iran, iniziate il 28 febbraio 2026 e che hanno portato alla morte del Leader Supremo Ayatollah Ali Khamenei, gli ulama (‘sapienti islamici’) indonesiani hanno espresso una condanna unanime delle azioni occidentali. Il MUI (Majelis Ulama Indonesia) ha emesso una Tausiyah (una raccomandazione ai musulmani,ma diversa dal valore ufficiale della fatwa) che qualifica gli attacchi come violazioni del diritto internazionale e richiede l’uscita dal Board of Peace.
Il PBNU, l’organo direttivo di NU, ha descritto le operazioni militari come “brutali” e ha sottolineato i rischi di instabilità globale, mentre Muhammadiyah ha invocato sanzioni ONU, enfatizzando le violazioni dei diritti umani. Tali organizzazioni, tuttavia, non hanno emesso alcuna condanna per le durissime, continue e documentate repressioni del regime iraniano, in cui sono rimaste uccise di migliaia di persone (a cui si aggiungono migliaia di feriti e di persone rese invalide per il resto della vita), come quella occorsa in occasione delle ultime proteste tra dicembre del 2025 e gennaio del 2026.
Un aspetto notevole, poi, è il cordoglio espresso per Khamenei, descritto in alcune dichiarazioni come una figura di resistenza contro l’aggressione esterna, un aspetto presente anche nelle dichiarazioni di alcuni leaders politici, come Megawati. Khamenei, durante il suo mandato dal 1989 al 2026, ha supervisionato risposte governative a proteste interne, come quelle del 2009 (note come Green Movement) e del 2019 (contro l’aumento dei prezzi del carburante). Tale posizione deriva, è coerente con la narrativa e con l’ermeneutica prevalente in Indonesia, ma risulta altamente problematica per gli osservatori esterni, occidentali. Non si comprende, in effetti, il confine tra la retorica politica e religiosa, da una parte, e l’endorsement ad un regime brutale mai condannato esplicitamente da figure religiose o politiche indonesiane.

In questi episodi, le forze di sicurezza iraniane hanno represso le manifestazioni con estrema violenza, causando migliaia di morti e feriti, a cui si aggiungono migliaia di arresti arbitrari, secondo quanto riferito dai rapporti di organizzazioni internazionali, come Amnesty International e Human Rights Watch. Khamenei ha pubblicamente sostenuto (e probabilmente ordinato) tali misure, inquadrando i manifestanti come minacce alla sicurezza nazionale, ‘agenti stranieri’, occidentali, che intendevano rovesciare il regime degli ayatollah.
Questa consolidata e confermata storia di repressione (che inizia da Khomeini) solleva interrogativi sulla congruenza tra il cordoglio espresso e una valutazione completa del suo lascito; da queste (e altre) dichiarazini sembra lecito ritenere che le organizzazioni islamiche indonesiane (NU, MUI, ecc.) considerino vittime solamente le parti islamiche di un conflitto, senza alcuno spazio critico e di analisi.
Il Confronto con il Conflitto Israelo-Palestinese
Nel caso dell’escalation israelo-palestinese seguita all’attacco di Hamas (governo di fatto della Striscia di Gaza) del 7 ottobre 2023, che ha causato la morte violenta di 1.200 persone in Israele e la presa e trattamento disumano di ostaggi, la reazione dei sapienti indonesiani è stata differente.
In tale occasione, in effetti, gli ulama indonesiani hanno adottato una posizione di sostegno incondizionato alla causa palestinese, un atteggiamento condiviso dalla stragrande maggioranza del mondo islamico, in cui l’attacco di Hamas viene rimosso dalla narrazione degli eventi, e ci si concentra esclusivamente sulla reazione israeliana. Il MUI ha emesso una fatwa che dichiara(va) obbligatorio il supporto alla lotta palestinese e promuove(va) boicottaggi economici contro prodotti collegati a Israele.

PBNU e Muhammadiyah hanno organizzato raccolte di fondi, manifestazioni e appelli per una tregua, inquadrando il conflitto come aggressione sistematica e unilateriale contro la popolazione palestinesem ribaltando la realtà storica di quanto avvenuto. Le dichiarazioni hanno enfatizzato la solidarietà con la ummah (comunità islamica), con un focus sulle sofferenze dei civili a Gaza, ma senza una condanna esplicita delle azioni iniziali di Hamas. Al contrario, il sostegno ad azioni come quella brutale e disumana di Hamas era implicita (almeno da parte di alcuni settori di queste organizzazioni), anche se non espressa direttamente dalle organizzazioni ufficiali, e rifletteva, del resto, l’opinione pubblica indonesiana maggioritaria.
In entrambi i contesti, Iran 2026 e Palestina 2023, ma se ne potrebbero citare altri, come il Kashmir, altro territorio rivendicato e difeso come ‘islamico’, emerge una narrazione che privilegia chiaramente la parte islamica, percepita come vittima senza colpe (a cui spettano solo diritti, mai responsabilità) da parte di attori esterni occidentali (Stati Uniti d’America o Israele).
Nel caso palestinese, nonostante l’attacco del 7 ottobre sia stato l’innesco immediato dell’escalation, le reazioni si concentrano sulle risposte israeliane, interpretate (a torto o ragione) come sproporzionate e contrarie al diritto internazionale. Analogamente, nel conflitto Iran, l’attenzione è sulle operazioni USA-Israele, con una rappresentazione dell’Iran come Stato sovrano aggredito, pur in assenza di un’analisi dettagliata delle dinamiche pregresse, e sulle responsabilità della parte islamica, difesa a prescindere come vittima.
Il diritto internazionale, da quanto emerge, viene invocato per difendere le aggressioni della parte islamica, ritenute legittime, oltre che per condannare a priori qualunque azione contro uno Stato islamico o a maggioranza islamica, secondo la logica consolidata della ‘difesa dell’islam’.
Elementi di Selettività e Anti-Occidentalismo
Le posizione degli ulama indonesiani (e delle principali organizzazioni islamiche come NU, Muhammadiyah e Persis) nei conflitti che coinvolgono potenze occidentali o alleate spesso incorporano un elemento anti-occidentale, con richiami a presunte violazioni del diritto internazionale e rischi per l’ordine globale.
Questo approccio contrasta con reazioni più contenute in conflitti intra-musulmani, come la guerra in Yemen (dal 2015) o in Siria (dal 2011), dove non emergono condanne strutturate e chiare contro gli attori musulmani coinvolti. Gli esperti hanno osservato che tale selettività potrebbe riflettere una gerarchia implicita, che prevede una maggiore (o esclusiva) enfasi su aggressioni percepite come esterne (occidentali) alla ummah, ma minore (o assente) su dinamiche interne o settarie.
Noormansyah (2025, 142) ha colto l’aspetto fondamentale di tale logica, che cerca di creare una solidarietà a priori, scoraggiando qualsiasi critica; la forza mobilitante, poi, è indubbia, e poggia su una posizione consolidata e maggioritaria nelle comunità islamiche del mondo interno, e di quella indonesiana in particolare.
Le esortazioni unilaterali alla solidarietà con le cause islamiche (o percepite e presentate come tali) genera una sorta di ‘magistero autentico’ che guida e precede la comprensione degli eventi dei musulmani ‘devoti’. Coloro che dissentono sono qualificati come ‘devianti’, ‘eretici’ e delegittimati a criticare questa solidarietà incondizionata; si tratta di un meccanismo retorico la cui efficacia dipende dalla presenza di reti sociali consolidate.

Per questa ragione, le posizioni del MUI o di altri sapienti noti nella nazione asiatica trovano quasi sempre una audience estremamente ricettiva e motivata, pronta a mobilitarsi e a seguire le indicazioni di quelle che sono considerate guide (religiose e/o politiche) legittime, ancorché senza alcuna prerogativa legale o giuridica all’interno dell’ordinamento indonesiano.
L’approccio realista e più distaccato di Prabowo, che ha espresso anche solidarietà per gli israeliani, è sotto pressione, in un Paese che non ha ancora scelto con chiarezza la direzione da seguire, e in cui le tensioni latenti sono sempre pronte a riemergere in situazioni di crisi e difficoltà, come quella attuale.
Letture Consigliate
- Noormansyah, R., Akhni, G. N., Widyantoro, S., Andini, A. N., Adinda, S. C., & Amalia, D. Z. (2025). Fatwa and transnational solidarity: Examining faith-based movement in Indonesia in addressing the Israel-Palestine conflict. Jurnal Kajian Peradaban Islam, 8(2), 134–144.
- Ali, M. (2020). Between faith and social relations: The Muhammadiyah and Nahdlatul Ulama’s fatwas and ideas on non-Muslims and interreligious relations. The Muslim World, 110(3), 458–480.
- Jubba, H., Awang, J., Widyantoro, S., & others. (2022). The contestation between conservative and moderate Muslims in promoting Islamic moderatism in Indonesia. Cogent Social Sciences, 8(1), 1-14.

