Dalle antiche radici apostoliche del cristianesimo egiziano alle missioni protestanti ottocentesche percepite come retaggio coloniale, il protestantesimo in Egitto si è trasformato in una realtà pienamente indigena che contribuisce in modo significativo allo sviluppo sociale del Paese attraverso educazione e servizi aperti a tutte le confessioni. Tuttavia, la visibilità di queste istituzioni continua ad alimentare sospetti di proselitismo indiretto in ambienti conservatori musulmani, mentre Al-Azhar, sotto la guida moderata degli ultimi anni, promuove un dialogo interreligioso istituzionale che cerca di bilanciare tradizione dottrinale e esigenze di convivenza nazionale.
From the apostolic origins of Egyptian Christianity to the 19th-century Protestant missions seen as colonial legacies, Protestantism in Egypt has evolved into a fully indigenous reality that makes substantial contributions to national development through education and social services open to all faiths. Yet the visibility of these institutions still fuels suspicions of indirect proselytism in conservative Muslim circles, while Al-Azhar, under recent moderate leadership, fosters institutional interreligious dialogue that seeks to reconcile doctrinal tradition with the demands of national coexistence.
Van de apostolische wortels van het Egyptische christendom tot de 19e-eeuwse protestantse missies die als koloniaal erfgoed worden gezien, is het protestantisme in Egypte uitgegroeid tot een volledig inheemse werkelijkheid die aanzienlijk bijdraagt aan de nationale ontwikkeling via onderwijs en sociale diensten die voor alle geloofsgemeenschappen openstaan. Toch voedt de zichtbaarheid van deze instellingen nog steeds verdenkingen van indirecte bekering in conservatieve moslimkringen, terwijl Al-Azhar onder recent gematigd leiderschap een institutionele interreligieuze dialoog bevordert die probeert doctrinaire traditie te verzoenen met de eisen van nationale samenleven.
Le Radici Antiche e l’Arrivo delle Missioni Occidentali
Il cristianesimo in Egitto vanta una tradizione millenaria che affonda le sue radici nell’epoca apostolica, con la predicazione attribuita a San Marco Evangelista ad Alessandria nel I secolo, rendendo la Chiesa alessandrina una delle più antiche del mondo cristiano, dando origine alla maggioranza copta ortodossa che ancora oggi costituisce il cuore della comunità cristiana egiziana.

Tuttavia, accanto a questa presenza autoctona e pre-islamica, il XIX secolo vide l’ingresso di missioni protestanti occidentali, principalmente americane e britanniche, che operarono in un contesto di crescente influenza europea sull’Egitto ottomano e poi semi-coloniale, sfruttando i privilegi delle Capitolazioni e, successivamente, la protezione dell’occupazione britannica, a partire dal 1882.
Tali missioni, con particolare attenzione per quella presbiteriana statunitense avviata nel 1854, non miravano soltanto alla diffusione della fede riformata, ma avevano anche obiettivi culturale e civili, che riflettevano l’egemonia imperiale delle potenze occidentali. Pertanto, è in questo periodo che sono stati introdotti modelli educativi e sanitari moderni che, pur contribuendo allo sviluppo della società egiziana, furono percepiti da ampi settori della popolazione islamica come una forma di penetrazione culturale estranea e potenzialmente minacciosa per l’identità nazionale e religiosa.
Dall’Era Coloniale alla Chiesa Indigena
Le missioni protestanti, pur non essendo direttamente strumenti dello Stato coloniale, si inserirono, come si osserva altrove, in un quadro di rapporti di forza asimmetrici che favorivano l’espansione dell’influenza occidentale. Venne promossa, in particolare, la fondazione di scuole, collegi, ospedali e tipografie che educarono generazioni di egiziani, inclusi futuri leader nazionalisti, e introdussero un’istruzione laica e moderna spesso in lingua inglese.
Nel corso del tempo, tuttavia, l’obiettivo iniziale di riformare la Chiesa copta o di convertire i musulmani si trasformò in un processo di inculturazione che portò alla nascita di una comunità protestante autoctona, culminata nella Chiesa Evangelica Presbiteriana d’Egitto – Sinodo del Nilo. Attualmente, si tratta di una realtà completamente egiziana nella leadership e nella gestione, con centinaia di migliaia di fedeli e una rete di istituzioni che serve l’intera società senza distinzioni confessionali.

Questo passaggio dalla dipendenza missionaria straniera all’autonomia indigena rappresenta un caso esemplare di come le dinamiche coloniali possano generare, paradossalmente, esiti di emancipazione locale. Tuttavia, l’eredità percepita di quelle origini continua a influenzare il modo in cui certi ambienti musulmani conservatori guardano alle comunità protestanti.
L’Impatto Sociale e il Contributo al Bene Comune
Nella società egiziana contemporanea, la Chiesa Evangelica Presbiteriana esercita un’influenza significativa soprattutto attraverso il suo impegno nel campo dell’educazione e dei servizi sociali, gestendo decine di scuole di eccellenza frequentate da studenti di ogni confessione religiosa. la Chiesa, inoltre promuove, tramite organizzazioni come la Coptic Evangelical Organization for Social Services (CEOSS), programmi di sviluppo rurale, empowerment femminile, assistenza sanitaria e alfabetizzazione che raggiungono anche le comunità più marginali dell’Alto Egitto.
Tale contributo, lungi dall’essere settario, si configura come un servizio al bene comune nazionale, rafforzando l’idea di una cittadinanza condivisa e dimostrando come le minoranze cristiane possano svolgere un ruolo costruttivo nello sviluppo del Paese, anche in un contesto demograficamente a maggioranza musulmana. Tuttavia, proprio questa visibilità sociale ha talvolta alimentato sospetti in ambienti conservatori islamici, che interpretano le attività educative e assistenziali come possibili veicoli di proselitismo indiretto, alimentando così una tensione latente che si inserisce nel più ampio quadro delle relazioni interconfessionali in Egitto.
Recentemente, nel villaggio di Nazlat Jalf (distretto di Beni Mazar, governatorato di Minya), il 23 ottobre 2025 è scoppiata la violenza settaria dopo la diffusione di voci online (non ufficiali e non confermate) su una presunta relazione sentimentale tra un uomo cristiano e una donna musulmana. L’evoluzione di questi pettegolezzi ha rapidamente portato ad accuse di voler conversione la donna al cristianesimo, portando ad attacchi contro proprietà cristiane e a tensioni comunitarie.
In questi casi, le autorità ricorrono a sessioni di ‘riconciliazione comunitaria’, come è successo in Indonesia di recente, invece di avviare dei veri e propri procedimenti penali; si tratta di una tendenza comune ai paesi in cui vige un ‘islam moderato’ o perceputo tale, che però lascia sostanzialmente impuniti i responsabili e perpetua il ciclo di sospetti. Minya, del resto, è uno dei governatorati (province, ndr) con il più alto numero di incidenti settari, e la presenza di istituzioni cristiane attive in servizi sociali amplifica la percezione di ‘minaccia’ culturale in ambienti conservatori sunniti.
Al-Azhar e il Quadro delle Relazioni Interreligiose
Al-Azhar, la millenaria istituzione sunnita che rappresenta il principale centro di autorità teologica e culturale del mondo musulmano sunnita in Egitto, ha sempre occupato una posizione centrale nelle dinamiche tra cristiani e musulmani, fungendo da interlocutore privilegiato dello Stato e della società nella definizione delle norme di convivenza.

Nei confronti delle comunità cristiane in generale, e dei protestanti in particolare, la posizione di Al-Azhar è oscillata tra momenti di apertura dialogica e fasi di maggiore chiusura dottrinale, riflettendo le trasformazioni politiche del Paese. Durante il periodo di Nasser e Sadat, le tensioni settarie furono contenute da un nazionalismo laico, mentre con l’ascesa dell’islam politico negli anni Settanta e Ottanta emersero critiche più dure verso le attività missionarie, percepite come retaggio coloniale.
I protestanti, seppure numericamente minoritari rispetto ai copti ortodossi, condividono con questi ultimi molte sfide strutturali, come le difficoltà nella costruzione o ristrutturazione di luoghi di culto e la sotto-rappresentazione nelle istituzioni pubbliche. La loro origine missionaria occidentale, poi, li espone occasionalmente a un sospetto aggiuntivo di estraneità culturale.
Sebbene non esistano fatwa ufficiali di Al-Azhar specificamente dirette contro i protestanti egiziani in quanto tali, alcune pronunce storiche e dichiarazioni di studiosi legati all’istituzione sunnita hanno generato controversie che hanno investito l’intera comunità cristiana. Si consideri, a tale proposito, la fatwa del 2009 che definì la costruzione di nuove chiese un atto contrario alla volontà divina in certi contesti, o affermazioni passate che sottolineavano le divergenze teologiche sulla Trinità percepita come una forma di politeismo.
Queste posizioni, spesso espressione di correnti conservative interne ad Al-Azhar, hanno contribuito a generare un clima di diffidenza che si è talvolta tradotto in episodi di violenza settaria locale, sebbene l’istituzione ufficiale abbia sempre cercato di distinguersi da interpretazioni estremiste. Va tuttavia riconosciuto che tali pronunciamenti riflettono una sensibilità dottrinale profonda radicata nella tradizione islamica classica, più che un attacco mirato alle comunità protestanti indigene, le quali, a differenza delle missioni ottocentesche, non praticano proselitismo aggressivo verso i musulmani.
Il Dialogo Contemporaneo e la “Casa della Famiglia Egiziana”
Negli ultimi decenni, soprattutto sotto la guida del ‘Grande Imam’ Ahmed al Tayyeb e con il sostegno del regime di Abdel Fattah al-Sisi, Al-Azhar ha intrapreso una svolta verso un dialogo interreligioso più strutturato e visibile. Tale evoluzione è culminata nella creazione della Bayt al-Aila al Miṣriyya (Casa della Famiglia Egiziana), un organismo che riunisce i rappresentanti delle principali confessioni cristiane con le autorità musulmane, allo scopo di promuovere la coesistenza nazionale e contrastare l’estremismo.
Questa iniziativa, accompagnata da fatwa che autorizzano i musulmani a felicitarsi con i cristiani per le loro festività (un argomento dibattuto in diversi Paesi a maggioranza islamica come l’Indonesia) e che affermano la legittimità della costruzione di chiese in uno Stato islamico (o a maggioranza islamica) moderno. Si tratta di un cambiamento strategico motivato sia da esigenze di stabilità interna sia dalla volontà di proiettare un’immagine moderata dell’islam sunnita egiziano a livello internazionale.
I protestanti, attraverso il loro Consiglio delle Chiese Protestanti d’Egitto, partecipano attivamente a questi confronti istituzionali, contribuendo con la loro esperienza di servizio sociale a rafforzare il messaggio di unità nazionale.
Le relazioni tra cristiani protestanti e il mondo musulmano sunnita in Egitto, con Al-Azhar al centro, appaiono attualmente caratterizzate da un equilibrio precario tra progressi istituzionali nel dialogo e ostacoli strutturali radicati nella società. Mentre a livello ufficiale prevale la retorica dell’unità nazionale e della cittadinanza condivisa, a livello locale persistono discriminazioni, episodi di intolleranza e una percezione diffusa che le minoranze cristiane godano di privilegi occidentali.
Il futuro di queste relazioni, evidentemente, dipenderà in larga misura dalla capacità dello Stato egiziano di tradurre gli impegni dialogici in riforme concrete, come una legge più equa sulla costruzione di luoghi di culto. Sarà altresì importante la volontà di Al-Azhar di continuare a moderare le voci conservative interne, promuovendo un’interpretazione dell’islam compatibile con la pluralità religiosa in un contesto moderno.
In definitiva, l’esperienza protestante egiziana, nata da origini coloniali ma radicatasi profondamente nella terra del Nilo, offre una lezione preziosa sulla possibilità di trasformare eredità controverse in risorse per la coesistenza, purché sostenuta da un impegno reciproco e autentico tra le comunità religiose.
Letture Consigliate
- Pollard, L. (2005). Nurturing the Nation: The family politics of modernizing, colonizing, and liberating Egypt, 1805–1923. Berkeley, CA: University of California Press.
- Sedra, P. (2011). From mission to modernity: Evangelicals, reformers and education in nineteenth-century Egypt. London, UK: I.B. Tauris.
- Fahmy, K. (2018). In quest of justice: Islamic law and forensic medicine in modern Egypt. Oakland, CA: University of California Press.

