Un testo concepito per sacralizzare la legittimità della Repubblica Islamica finisce per funzionare come una mappa delle sue fragilità strutturali, offrendo una chiave di lettura inattesa sulle traiettorie future del potere in Iran.
A text designed to sacralize the legitimacy of the Islamic Republic ultimately functions as a map of its structural vulnerabilities, offering an unexpected lens on the future trajectories of power in Iran.
Een tekst die bedoeld was om de legitimiteit van de Islamitische Republiek te sacraliseren, fungeert uiteindelijk als een kaart van haar structurele kwetsbaarheden en biedt een onverwachte kijk op de toekomstige machtsdynamieken in Iran.
Cella n. 14 – Apologetica non Convenzionale
Nel 2019 appare un’opera in arabo, successivamente tradotta in inglese (2023) e italiano (2024), sulla figura di Khamenei; si tratta di ‘Cell no. 14, AYATULLAH SAYYID ALI KHAMENEI’, pubblicata a Manchester da Amin Pubblication, che la diffonde presso il pubblico occidentale. L’opera tratta la figura dell’attuale Guida Suprema dell’Iran, e lo coglie durante il periodo fondativo, prima della Rivoluzione del 1979.

Nel corso di circa 300 pagine, il lettore viene guidato in un percorso simbolico che parte dall’infanzia del futuro leader e si conclude dopo la vittoria della Rivoluzione del 1979; l’intento apologetico non è mai dichiarato, anche se risulta evidente. Khamenei viene presentato come una figura ‘giusta’ che soffre per il suo popolo e infine coglie la vittoria, come conclusione necessaria; si tratta del ‘giusto sofferente’ che realizza i suoi obiettivi dopo una lunga serie di difficoltà.
La narrazione insiste infatti su una struttura teleologica ben riconoscibile, in cui la sofferenza non è mai casuale o ambigua, ma sempre orientata a un fine considerato superiore; in tale prospettiva, le detenzioni, la sorveglianza, l’emarginazione politica e sociale non vengono presentati come fallimenti o sconfitte temporanee. Le sofferenze, al contrario, diventano prove necessarie, quasi iniziatiche, attraverso le quali il protagonista affina la propria statura morale e spirituale; in questo senso, Cell no. 14 costruisce una biografia che è al tempo stesso racconto di formazione e mito politico.
L’elemento carcerario, condensato simbolicamente nella ‘cella’, svolge una funzione centrale, e non rappresenta il luogo dell’annientamento dell’individuo da parte del potere monarchico, ma lo spazio della chiarificazione interiore, in cui la missione rivoluzionaria si definisce e si legittima. La prigionia, lungi dall’essere una parentesi da dimenticare, diventa il laboratorio dell’autorità futura; il risultato è la presentazione della figura di Khamenei progressivamente sottratta alla contingenza storica e inscritta in una dimensione quasi esemplare, in cui biografia personale e destino collettivo tendono a sovrapporsi.
L’intento apologetico, mai esplicitato in forma dottrinale, emerge dunque attraverso scelte narrative, omissioni selettive e una precisa economia del racconto; l’assenza di ambiguità morali, la riduzione del conflitto politico a scontro etico, e la trasformazione della Rivoluzione del 1979 in esito inevitabile di un percorso già inscritto nei primi anni di vita del protagonista. In questo modo, l’opera non si limita a raccontare Khamenei prima della Rivoluzione, ma contribuisce a fondare retroattivamente la legittimità dell’ordine politico successivo, presentandolo come naturale compimento di una traiettoria di sacrificio e rettitudine.
Il Contrasto con la Realtà del Regime
Cell n. 14 diventa un messaggio ancora più potente quando lo si legge alla luce degli eventi successivi, che derivano dalle ambiguità di un personaggio che agiva secondo un’agenda precisa; la stessa persona che viene presentata come ‘eroe giusto’, forgiato dalla sofferenza e dalla persecuzione del regime monarchico, diventa a sua volta il potere ingiusto e persecutorio a cui avrebbe cercato di opporsi.
Considerando la data di prima pubblicazione, il 2019, La Cella n. 14 assume una posizione ambigua, e, da legittimante del potere costituito diventa (consapevolmente o meno) la sua critica più severa; la storia dell’eroe sofferente e vittorioso si scontra con la realtà di un regime che si è macchiato di gravi violazioni dei diritti umani. In altre parole, il sayd Khamenei è diventato il persecutore che in Cell no. 14 avrebbe cercato di combattere; per questa ragione, tale opera conserva un’attualità sorprendente, e rivela la sua qualità di critica indiretta, ma efficace, di un regime che incarna diventato una cella di prigionia.
Gli ultimi eventi relativi alle proteste ancora in corso in Iran, poi, dipingono una figura quasi schizofrenica dell’ayatollah che in Cell no. 14 viene presentato come ‘campione del popolo’ e autore della restaurazione e della ‘legalità’ islamica.

E’ proprio l’insistenza sulla (presunta) legittimità derivante dalla genealogia, dall’appartenere ad una famiglia di sapienti islamici perseguitati dal regime monarchico, a diventare un detonatore dagli effetti imprevedibili.
My father, Sayyid Javad Khamenei, hailed from a renowned clerical family
from Tabriz. He was born in Najaf in the year 1895. His father, Sayyid Hussein
Khamenei, was the imam of the main mosque in Tabriz. My paternal grandfather
received his formal education in Najaf and his religious training extended for a
period of twenty years. Sayyid Hussein Khamenei returned to Tabriz in 1897,
three years after the death of Mirza Shirazi.
Mio padre, Sayyid Javad Khamenei, proveniva da una rinomata famiglia clericale di Tabriz. Nacque a Najaf nell’anno 1895. Suo padre, Sayyid Hussein Khamenei, era l’imam della moschea principale di Tabriz. Mio nonno paterno ricevette la sua istruzione formale a Najaf e la sua formazione religiosa durò per un periodo di vent’anni. Sayyid Hussein Khamenei tornò a Tabriz nel 1897, tre anni dopo la morte di Mirza Shirazi.
Cell no. 14, Amin Publishing, Manchester, UK, 2023, p. 8. (L’opera è comunemente attribuita a Khamenei come autobiografia; la versione araba originaria, da cui derivano le edizioni successive, è stata tuttavia compilata e curata da un altro studioso a partire da memorie, interventi e materiali riconducibili alla figura della Guida Suprema).
La leadership di Khamenei, derivante anche dalla sua genealogia, diventa un elemento che attualmente sconfessa l’intero sistema islamica su sui si basa attualmente l’Iran; Cell n. 14, letta a distanza di anni e alla luce delle proteste ancora in corso, si trasforma così in un testo rivelatore. Non perché rinunci alla propria funzione originaria, ma perché ne mostra i limiti interni; evidentemente, la narrazione del ‘giusto sofferente’ non regge quando il potere che da essa deriva produce nuova (e semmai maggiore) sofferenza.

In questo rovesciamento, l’Iran contemporaneo appare sempre più come una cella estesa, non più uno spazio di formazione morale, ma un dispositivo di controllo e repressione, e l’opera che ne celebrava e legittimava l’origine finisce per offrirne, paradossalmente, una delle diagnosi più penetranti e senza appelli. Il destino che prima sembrava necessario per un leader destinato a governare diventa la dimostrazione pratica dell’inaffidabilità intrinseca dell’intero sistema, che implode per le sue contraddizioni interne, e non tanto per un intervento esterno.
Una Road Map per il Futuro?
Alla luce delle osservazioni precedenti, Cell no. 14 appare rivelatrice non tanto del passato, quanto del futuro, e da questo punto di vista, può essere considerata una sorta di potenziale road map, e potrebbe anche legittimare nuovamente una leadership monarchica. Probabilmente, è questo uno dei potenziali sviluppi che sembrano paradossali, ma solamente in apparenza.
In questa prospettiva, Cell no. 14 cessa di essere un testo chiuso sul proprio oggetto, e si trasforma in un repertorio di legittimazione riutilizzabile, una grammatica del potere più che una biografia; l’opera non fornisce soltanto la narrazione di un’ascesa rivoluzionaria, ma un insieme di criteri attraverso cui l’autorità viene resa accettabile. In tale prospettiva, la genealogia, la sofferenza, la persecuzione, la promessa di ordine, e la restaurazione di una legalità superiore sono elementi che non appartengono in modo esclusivo alla teocrazia rivoluzionaria, ma che possono essere riattivati in contesti politici differenti.
È in questo senso che l’ipotesi di una possibile ri-legittimazione monarchica cessa di apparire paradossale; se il sistema attuale implode per le proprie contraddizioni interne, non è affatto scontato che la sua alternativa assuma la forma di una rottura radicale o di una democratizzazione immediata. Appare invece più verosimile, sia storicamente che simbolicamente, il ricorso ad una figura di continuità, capace di incarnare l’ordine dopo il trauma, e di presentanrsi come soluzione alla crisi prodotta dall’eccesso rivoluzionario. La monarchia, in questa chiave, non tornerebbe come restaurazione del passato, ma come promessa di normalizzazione.
Il punto decisivo è che Cell no. 14 prepara il terreno anche per questa eventualità, in quanto educa il lettore a riconoscere la legittimità non nel consenso, ma nella narrazione della necessità; il leader diventa legittimo perché ‘non poteva che essere tale’, a ragione della sua storia personale e delle contingenze storiche. Si tratta di una logica che può facilmente migrare da un registro rivoluzionario a uno restaurativo, senza perdere la sua efficacia simbolica.

Pertanto, un testo che nasce per consolidare la legittimità della Repubblica Islamica finisce per rivelare un tratto più profondo della politica iraniana contemporanea, la difficoltà ad emanciparsi da modelli di autorità fondati su eccezionalità, sacrificio e verticalità. Finché la legittimità continuerà ad essere cercata in una genealogia salvifica piuttosto che in una responsabilità presente, il rischio non sarà soltanto la perpetuazione dell’autoritarismo esistente, ma la sua trasformazione in nuove forme di potere altrettanto impermeabili al conflitto sociale.
In questo senso, Cell no. 14 non è soltanto un testo sul passato e nemmeno un commento involontario degli eventi attuali, ma diventa una lente attraverso cui osservare i possibili scenari futuri dell’Iran, che non si oppongono necessariamente alla logica del potere attuale, ma che potrebbero riprodurla sotto simboli diversi, dimostrando come le rivoluzioni, quando non riescono a superare il proprio mito fondativo, finiscano spesso per preparare il terreno alle loro stesse nemesi.
Letture Consigliate
- Foucault, M. (1979). Iran: The spirit of a world without spirit. In J. Afary & K. B. Anderson (Eds.), Foucault and the Iranian Revolution (pp. 249–260). Chicago, IL: University of Chicago Press.
- Milani, M. (2021). Iran’s political economy since the revolution. London, UK: Routledge.
- Khamenei, S. A. (2023). Cell no. 14: Ayatullah Sayyid Ali Khamenei. Manchester, UK: Amin Publishing.

