missioni cristianesimo mondo islamico
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Nel 1960-1961, mentre il mondo assisteva alla fine di molti imperi coloniali, un bollettino missionario olandese pubblicava dati sorprendenti sulla crescita delle chiese protestanti a Giava Centrale. Secondo il rapporto di D.C. Mulder, il numero di battezzati nella regione di Midden-Java era quasi raddoppiato in dieci anni, passando da 21.388 membri nel 1949 a 40.127 nel 1959, con altri 1.126 nuovi battezzati registrati nel solo 1960. La crescita era particolarmente visibile nelle grandi città come Semarang, Solo (Surakarta) e soprattutto Jogja (Yogyakarta), mentre alcune zone rurali rimanevano più stazionarie. Queste cifre non rappresentavano solo numeri, ma raccontavano una storia di cambiamento silenzioso in una delle regioni più densamente popolate del mondo islamico.

In 1960-1961, while the world was witnessing the end of many colonial empires, a Dutch missionary bulletin published surprising data on the growth of Protestant churches in Central Java. According to the report by D.C. Mulder, the number of baptised members in the Midden-Java region had almost doubled in ten years, rising from 21,388 members in 1949 to 40,127 in 1959, with an additional 1,126 new baptisms recorded in 1960 alone. The growth was particularly visible in the major cities such as Semarang, Solo (Surakarta) and especially Jogja (Yogyakarta), while some rural areas remained more stagnant. These figures represented more than mere numbers; they told a story of silent change in one of the most densely populated regions of the Islamic world.

In 1960-1961, terwijl de wereld getuige was van het einde van vele koloniale rijken, publiceerde een Nederlands zendingsblad opmerkelijke gegevens over de groei van de protestantse kerken op Midden-Java. Volgens het rapport van D.C. Mulder was het aantal gedoopten in de regio Midden-Java in tien jaar tijd bijna verdubbeld: van 21.388 leden in 1949 naar 40.127 in 1959, met nog eens 1.126 nieuwe dopelingen alleen al in 1960. De groei was vooral zichtbaar in de grote steden zoals Semarang, Solo (Surakarta) en met name Jogja (Yogyakarta), terwijl sommige landelijke gebieden meer stagneerden. Deze cijfers waren meer dan alleen maar getallen; ze vertelden een verhaal van stille verandering in een van de dichtstbevolkte regio’s van de islamitische wereld.


Le Radici Coloniali: Semi Piantati in Epoca Coloniale

Le missioni protestanti olandesi (principalmente riformate) avevano iniziato il loro lavoro a Giava già nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento; per ragioni politiche ben note, le autorità coloniali olandesi avevano spesso limitato l’evangelizzazione diretta tra i musulmani per evitare tensioni sociali. Pertanto, il lavoro si concentrava piuttosto su scuole, ospedali, orfanotrofi e formazione, come accadde anche dopo l’indipendenza e si osserva tuttora.

Queste istituzioni crearono un’infrastruttura educativa di qualità che, dopo l’indipendenza dell’Indonesia nel 1945, si rivelò decisiva; le chiese giavanesi autoctone (come la Gereja Kristen Jawa) avevano ormai leader locali formati, Bibbie tradotte in giavanese e una presenza radicata nella società. Le scuole cristiane, in particolare, continuavano ad attrarre famiglie che cercavano una buona istruzione per i figli, anche di origine musulmana.

Un anziano cristiano giavanese ca. 1961. (Fonte Het Zendingsblad, 7-8, 1961, p. 111)

Un esempio emblematico di questo percorso è la storia di Soeharsono, co-pilota della compagnia aerea Garuda, morto in un incidente aereo tra Djokjakarta e Bandung intorno al 1960-1961; figlio di genitori musulmani, aveva frequentato la scuola cristiana M.U.L.O. di Semarang. Secondo il rapporto missionario olandese, lì entrò in contatto con il Vangelo e maturò una fede cristiana convinta, tanto da non mancare mai al culto domenicale. Tra i suoi effetti personali venne ritrovata una Bibbia recante il timbro della scuola, e la sua morte fu presentata come una testimonianza per gli studenti e gli insegnanti delle scuole cristiane di Semarang.


Non Solo Eredità Coloniale

Le missioni protestanti create in epoca coloniale hanno reso possibile questa crescita, fornendo strumenti concreti, formazione di qualità e modelli organizzativi che le chiese locali hanno potuto ereditare e sviluppare. Scuole, ospedali, orfanotrofi e seminari costruiti nei decenni precedenti costituirono un’infrastruttura preziosa, che permise alle comunità cristiane di mantenere una presenza visibile e credibile anche dopo la partenza dei missionari europei.

Tuttavia, il vero motore del rapido progresso registrato tra il 1949 e il 1960 non fu più l’arrivo di nuovi missionari olandesi, ma il lavoro autonomo e dinamico delle chiese giavanesi stesse; dopo l’indipendenza dell’Indonesia nel 1945, il cristianesimo perse progressivamente (ma non completamente) l’immagine di “religione dei colonizzatori” e cominciò a essere percepito come una scelta personale, libera e consapevole.

Molti giavanesi lo associavano non a un’imposizione straniera, ma a valori attraenti come l’accesso a un’istruzione moderna, l’emancipazione individuale, il senso di comunità e una morale che appariva solida in un’epoca di profondi cambiamenti sociali.

Il periodo compreso tra il 1950 e il 1970 rappresentò uno dei periodi di maggiore espansione del protestantesimo a Giava Centrale; in quegli anni, migliaia di giavanesi, soprattutto giovani e famiglie urbane, scelsero il cristianesimo non per pressione esterna, ma per convinzione personale. Le scuole cristiane continuavano a giocare un ruolo fondamentale, in quanto offrivano un’educazione di livello superiore rispetto a molte alternative pubbliche (gestite da governi islamici), attirando anche studenti di famiglie musulmane.

(Fonte: Het Zendingsblad, 7-8, 1961, p. 111)

Fu proprio in questo contesto che maturarono storie come quella di Soeharsono, il co-pilota della Garuda che, formatosi nella scuola cristiana M.U.L.O. di Semarang, abbracciò discretamente la fede cristiana.

Questa crescita non fu quindi il frutto di una strategia missionaria coloniale imposta dall’alto, ma il risultato di un processo di indigenizzazione delle chiese, di leader locali adeguatamente formati, e di comunità che testimoniavano con la propria vita quotidiana un messaggio evangelico non più legato all’impresa coloniale.


Il Contrasto con l’Algeria: Quando il Legame Coloniale Diventa Ostacolo

Nello stesso bollettino missionario, P. van Vliet descriveva con realismo la situazione in Algeria, durante gli ultimi anni della guerra d’indipendenza (1954-1962); in quel caso, i protestanti erano pochissimi, circa 500 su 8-9 milioni di abitanti musulmani (1 su 17.000). La maggior parte delle comunità cristiane era composta da coloni europei (francesi, spagnoli, italiani), e il contatto con i musulmani algerini rimaneva minimo e difficile.

Le chiese riformate presenti avevano solo 23 predicatori e faticavano a immaginare un reale lavoro missionario tra la popolazione locale; Van Vliet notava che il colonialismo aveva reso il cristianesimo sinonimo di identità europea, creando un muro difficile da superare. Le missioni in Algeria dovevano ripartire quasi da zero, in un clima di violenza e sospetto, che portò all’espulsione degli stranieri dal Paese dopo l’indipendenza del Paese.

Nel caso algerino, in effetti, il cristianesimo, sia cattolico che protestante, non si è radicato in alcun modo, rimanendo una scelta imposta dall’alto; pertanto, dopo l’indipendenza dalla Francia gli stranieri abbandonarono in massa l’ex colonia francese, e il cristianesimo ha subito la medesima sorte. Si osserva, a tale proposito, che il dominio olandese è durato circa 4 secoli, mentre quello francese è stato più breve e si è svolto in condizioni differenti.

Il confronto tra Giava e l’Algeria è dunque illuminante, in quanto, dove le missioni coloniali avevano operato con un approccio più educativo e meno identificato con il potere politico (come a Giava), il terreno era pronto per una crescita autoctona dopo l’indipendenza. Dove invece il cristianesimo era percepito come alleato stretto del dominatore coloniale (come in Algeria), il bilancio risultava molto più negativo.


Un Bilancio Ambivalente

Le missioni europee in epoca coloniale hanno lasciato un’eredità contraddittoria nel mondo islamico. Da un lato, hanno portato contributi importanti, come scuole di qualità, strutture sanitarie, formazione di élite locali, traduzione delle Scritture nelle lingue locali e la nascita di chiese indigene capaci di svilupparsi in modo autonomo. Dall’altro, il legame spesso troppo stretto tra missioni e potere coloniale ha reso il cristianesimo, in molti contesti, sospetto di imperialismo culturale e religioso. In paesi come l’Algeria tale legame ha costituito un ostacolo quasi insormontabile all’evangelizzazione tra la popolazione musulmana.

A più di sessant’anni di distanza, l’Indonesia rimane un caso emblematico di successo relativo, in quanto rimane il paese musulmano con la più grande comunità cristiana al mondo, frutto anche di quel “miracolo silenzioso” degli anni Cinquanta e Sessanta. La storia di Soeharsono e i dati di Mulder mostrano che, quando il Vangelo viene incarnato in una cultura attraverso l’educazione e la testimonianza personale, può mettere radici profonde anche in una terra islamica.

Il futuro del cristianesimo nel mondo islamico dipenderà in larga misura dalla capacità delle comunità cristiane locali di vivere una fede umile, contestualizzata e coraggiosa; non si può ignorare, infatti, che in molti paesi a maggioranza musulmana persiste un diffuso sospetto nei confronti del cristianesimo, talvolta accompagnato da leggi discriminatorie nei confronti delle minoranze religiose, restrizioni alla libertà di culto, conversioni e costruzione di luoghi di preghiera. Tale atteggiamento, ancora presente in diverse forme, rappresenta un ostacolo significativo per una crescita naturale e serena della fede cristiana in queste società, considerata come un ostacolo alla ‘armonia sociale’ nel migliore degli scenari.


Letture Consigliate

  • De Jong, J. A. (1997). De Gereformeerde Zending in Midden-Java 1931-1975: Een bronnenpublicatie (La Missione Riformata a Giava Centrale 1931-1975: Una pubblicazione di fonti). Boekencentrum.
  • Kholiludin, T. (2024). History and dynamics of Javanese Christianity in Tegal, Central Java, 1862–1942. Indonesian Journal of Theology, 12(1), 125–150.
  • Herlina, N. (2019). Impacts of the religious policies enacted from 1965 to 1980 on Christianity in Indonesia. Mission Studies, 36(2), 189–210.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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