indonesia 2026 terrorismo jihadista
   Tempo di Lettura 19 minuti


Nel giugno 2024 sedici leader storici di Jemaah Islamiyah si sono riuniti a Bogor e hanno annunciato in video la dissoluzione del gruppo, dichiarando di “tornare nel grembo della Repubblica di Indonesia”. Dopo le bombe di Bali del 2002 e vent’anni di violenza jihadista, questo passo appare storico. Ma è davvero la fine della minaccia terroristica in Indonesia nel 2026, o solo una trasformazione strategica verso una “jihad culturale” più difficile da contrastare?

In June 2024, sixteen senior leaders of Jemaah Islamiyah gathered in Bogor and announced in a video the formal dissolution of the organisation, declaring that JI was “returning to the embrace of the Republic of Indonesia”. Following the 2002 Bali bombings and two decades of jihadist violence, this move appears historic. Yet in 2026, is it truly the end of the terrorist threat in Indonesia — or merely a strategic transformation into a more elusive “cultural jihad”?

In juni 2024 kwamen zestien seniorleiders van Jemaah Islamiyah bijeen in Bogor en kondigden in een video de formele ontbinding van de organisatie aan, met de verklaring dat JI “terugkeert in de schoot van de Republiek Indonesië”. Na de bomaanslagen op Bali in 2002 en twintig jaar jihadistisch geweld lijkt dit een historisch moment. Maar is het in 2026 werkelijk het einde van de terroristische dreiging in Indonesië, of slechts een strategische transformatie naar een moeilijkere “culturele jihad”?


Introduzione: Un Annuncio Storico

Nel giugno 2024, sedici leader senior di Jemaah Islamiyah (JI) si sono riuniti a Bogor e hanno annunciato in un video la dissoluzione formale dell’organizzazione; Abu Rusydan (alias Thoriqudin), figura storica del gruppo, ha dichiarato che JI “torna nel grembo della Repubblica di Indonesia”. In tale contesto, il leader della disciolta organizzazione si è impegnato a rivedere i curricula delle circa 60 scuole affiliate per eliminare contenuti estremisti e a consegnare armi, esplosivi e liste di membri del braccio militare.

(Immagine creata con IA a scopi illustrativi)

Per un gruppo responsabile di alcuni degli attentati più sanguinosi della storia dell’Asia sud-orientale, a partire dalle bombe di Bali del 2002 che causarono 202 morti, questo passo rappresenta un evento senza precedenti. Eppure, come analista che segue da anni le dinamiche del jihadismo indonesiano, ritengo la minaccia jihadista non possa considerarsi completamente superata. In realtà, si tratta piuttosto di una trasformazione strategica, da struttura gerarchica militante a rete ideologica diffusa, con potenziali ripercussioni sia sulla sicurezza sia sui diritti umani.

Gli analisti, in effetti, sono realisti nelle loro analisi, e sulle reali intenzioni del gruppo dirigente del (formalmente) ex-gruppo terroristico,

It is too early to say what the consequences are, but the men who signed the statement have
enough respect and credibility within the organisation to ensure widespread acceptance. Not
everyone will be happy, however, and it is not impossible that splinters will emerge. JI
supporters in Poso, Banten/West Java and Lampung will be important to watch.
The decision will almost certainly mean dropping the name “Jemaah Islamiyah” and creating
a new education-focused entity. It will likely mean the end of efforts to acquire foreign
military training, at least for the near future. It will be harder to drop the goal of establishing
an Islamic state in Indonesia (note that the statement made no mention of democracy),
although the struggle will now be through peaceful means
.

È troppo presto per dire quali saranno le conseguenze, ma gli uomini che hanno firmato la dichiarazione hanno abbastanza rispetto e credibilità all’interno dell’organizzazione per garantire un’ampia accettazione. Tuttavia, non tutti saranno felici e non è impossibile che emergano delle fratture. I sostenitori di JI a Poso, Banten/Giava Occidentale e Lampung saranno importanti da osservare.
La decisione significherà quasi certamente abbandonare il nome “Jemaah Islamiyah” e creare una nuova entità focalizzata sull’istruzione. Probabilmente significherà la fine degli sforzi per acquisire addestramento militare straniero, almeno per il prossimo futuro. Sarà più difficile abbandonare l’obiettivo di stabilire uno stato islamico in Indonesia (si noti che la dichiarazione non ha fatto alcun riferimento alla democrazia), anche se la lotta avverrà ora attraverso mezzi pacifici.

Institute for Policy Analyisis of Conflict, Is this the end of Jemaah Islamiyah?,
IPAC Report No. 96, 4 July 2024.


Le Ragioni della Dissoluzione: Calcolo Razionale o Tattica di Sopravvivenza?

La decisione di JI non è stata improvvisa, ma deriva da un processo interno di riflessione durato anni, accelerato dai dialoghi facilitati da Detachment 88 (Densus 88), l’unità antiterrorismo della polizia indonesiana. I leader hanno applicato un’analisi “6-4-2”, sei condizioni per la legittimità (islamica) della jihad non erano più soddisfatte in Indonesia; quattro valutazioni storiche hanno portato a ritenere errata la precedente etichettatura dello Stato come thaghut (idolatrico), mentre due caratteristiche fondanti dell’organizzazione (segretezza e natura militare) sono state abbandonate.

Oltre agli elementi ideologici, sono stati fondamentali anche i fattori pratici, come la pressione costante degli arresti, il desiderio di preservare le scuole (asset principale del gruppo) e la mancanza di sostegno popolare per la violenza armata dopo il 2009. Nel dicembre 2024, oltre 1.200 ex membri a Solo e migliaia di altri via Zoom hanno ratificato la scelta, con dichiarazioni formali di fedeltà alla Pancasila e allo Stato indonesiano.

Tuttavia, il dubbio sulle reali intenzioni dell’ex gruppo rimane legittimo, in quanto JI vanta una lunga storia di scissioni e riorganizzazioni; alcuni analisti, tra cui quelli di IPAC e East Asia Forum, vedono nello scioglimento una possibile “deception strategica”. Lo scioglimento formale, in altre parole, consentirebbe di ridurre la sorveglianza, mantenere (una pericolosa) influenza attraverso l’istruzione e permettere ai membri di entrare più liberamente nella vita pubblica o politica. La mancata trasparenza sugli asset economici del gruppo rafforza questi sospetti, e pone a carico dello Stato indonesiano legittimi dubbi sulla reale intenzione di lottare contro l’islam radicale.


La Minaccia Residua: JAD, Lone Actors e Radicalizzazione Online

Mentre JI ha formalmente rinunciato alla violenza sul suolo indonesiano, il panorama terroristico non si è svuotato; al contrario, il principale rischio attuale proviene da Jemaah Ansharut Daulah (JAD) e da reti pro-ISIS frammentate. JAD, storicamente affiliata allo Stato Islamico, è stata responsabile di tutti i principali attentati degli ultimi anni (Surabaya 2018, Makassar 2021, Bandung 2022). Negli ultimi due anni non ha condotto attacchi riusciti, ma le autorità hanno sventato diversi complotti, inclusi tentativi contro stazioni di polizia e seggi elettorali nel 2024.

Nel 2025, Densus 88 ha mantenuto lo status di “zero attacchi” e arrestato 51 sospetti, ma ha anche segnalato tentativi di reclutamento online di minori e sforzi di riorganizzazione da parte di cellule pro-IS. La riduzione del 69% del budget dell’Agenzia Nazionale Antiterrorismo (BNPT) nel 2025 complica il monitoraggio a lungo termine; il pericolo più insidioso resta quello dei “lone actors” o piccoli gruppi ispirati da propaganda ISIS, capaci di agire con mezzi rudimentali ma letali e destabilizzanti.

La stessa JI , anche se sciolta, lascia in eredità un’ideologia che continua a circolare nelle sue ex scuole e reti, senza alcuna possibilità di monitoraggio o una reale volontà di contrasto; la transizione da “jihad organizzativo” a“jihad culturale” (attraverso dakwah e educazione) potrebbe rivelarsi più resistente alla repressione tradizionale.

(Immagine creata con IA a scopi illustrativi)

Lo Stato indonesiano sta accettando il rischio, in altre parole, che si radichi una cultura, o meglio, una contro-cultura radicale, ostile al secolarismo della pancasila e agli sforzi dichiarati del Ministero per gli Affari Religiosi di costruire una cultura delle convivenza pacifica con le altre fedi, cristianesimo in primis. Si tratta di un rischio in parte inevitabile, che però deve essere gestito in maniera adeguata, e diversa da quanto visto in passato per altre minacce simili, come Hizbut Tahrir Indonesia, che, formalmente sciolta, continua ad operare con altri nomi o nascosta in altre organizzazioni legittime per lo Stato indonesiano.


Le Ripercussioni su Diritti Umani e Libertà Religiosa

La gestione inadeguata della minaccia jihadista si intreccia pericolosamente con restrizioni sui diritti fondamentali; nel 2026 è entrato pienamente in vigore il nuovo Codice Penale (KUHP), che amplia significativamente le norme sulla blasfemia. Da un articolo (previsto dal codice precedente) a sei, con pene per “ostilità basata sulla religione” e, per la prima volta, una disposizione esplicita contro l’“apostasia” (incitamento a lasciare una religione). Queste norme, combinate con la legge ITE (sulle transazioni elettroniche), rischiano di essere usate in modo selettivo contro minoranze religiose, attivisti e voci critiche.

(Immagine creata con IA a scopi illustrativi)

L’USCIRF ha raccomandato l’inserimento dell’Indonesia nella Special Watch List per violazioni sistematiche della libertà religiosa (FoRB); nel 2025 il Setara Institute ha registrato 221-239 incidenti di violazione della libertà religiosa, con cristiani e cattolici tra le comunità più colpite, spesso da parte di attori statali locali (regioni che applicano norme sharia di fatto) o folle violente e intolleranti. La costruzione di luoghi di culto rimane ostacolata dal celebre decreto congiunto del 2006, che richiede il consenso della comunità locale – spesso strumentalizzato.

La lotta al terrorismo può diventare un pretesto per restringere i diritti delle minoranze religiose, e le leggi antiterrorismo, applicate in maniera eccessivamente discrezionale, rischiano di equiparare dissenso religioso o minoranze (Ahmadiyah, Shia, cristiani) a potenziali minacce per lo Stato. Allo stesso tempo, la minoranza cattolica e le chiese, come ho argomentato in articoli precedenti, possono giocare un ruolo positivo nella de-radicalizzazione e nel dialogo interreligioso, ma solo se protette da discriminazioni sistematiche, tollerate (di fatto) dalle istituzioni statali.


Il Ruolo delle Minoranze Cristiane e della Società Civile

La dissoluzione formale di Jemaah Islamiyah non può essere valutata solo in termini di sicurezza operativa, ma deve essere letta anche attraverso la lente della coesione sociale e della libertà religiosa. Da questo punto di vista, si osserva che le minoranze cristiane, sia cattoliche che protestanti, che contano circa 11 milioni di fedeli, insieme alla più ampia società civile, rappresentano un attore potenzialmente decisivo, ma allo stesso tempo, decisamente vulnerabile.

(Immagine creata con IA a scopo illustrativo)

Le comunità cristiane indonesiane hanno storicamente svolto un ruolo di “ponte” nella società pluralistica; a Flores, Timor, Sulawesi settentrionale e nelle grandi città, le scuole, gli ospedali e le università cattoliche e protestanti continuano a formare élite di diverse fedi. In questo modo, esse hanno promosso valori di dialogo e servizio comune che contrastano direttamente con la narrazione settaria e violenta del jihadismo salafita-jihadista. Dopo la dissoluzione di JI, alcune di queste istituzioni potrebbero essere coinvolte in programmi di deradicalizzazione comunitaria, soprattutto attraverso l’educazione e il dialogo interreligioso, come già previsto nel Piano Nazionale di Azione per la Prevenzione dell’Estremismo Violento (RAN PE 2025-2029) del BNPT (l’Ente Nazionale Anti-Terrorismo), che invita esplicitamente la società civile a partecipare.

La Konferensi Waligereja Indonesia (KWI), la Conferenza Episcopale Indonesiana, ha ripetutamente sottolineato questo ruolo; in occasione degli attentati contro luoghi di culto cristiani (da Surabaya 2018 a Makassar 2021), i vescovi hanno emesso dichiarazioni forti e unitarie. Dopo l’attentato suicida alla Cattedrale del Sacro Cuore di Gesù a Makassar, le autorità cattoliche sono intervenute per condannare l’attentato.

L’arcidiocesi di Makassar, tramite il suo vicario giudiziale don Fransiskus Nipa, ha diffuso un videomessaggio nel quale invita sacerdoti e fedeli a “restare calmi e vigili” e a pregare. Aiuto alla Chiesa che Soffre ha ricevuto una dichiarazione della Commissione per gli Affari Ecumenici e Interreligiosi della Conferenza Episcopale dell’Indonesia a firma di monsignor Yohannes Harun Yuwono, vescovo di Tanjungkarang, nella quale viene espressa vicinanza ai feriti e viene precisato che “l’attacco suicida non è causa di preoccupazione per i soli cattolici bensì motivo preoccupazione per l’intera nazione e per lo Stato indonesiano”. “Condanniamo fermamente l’attentato suicida che disonora la dignità umana, distrugge i valori dell’umanità e si aggiunge alla lunga lista di eventi terroristici nella nazione che amiamo” sostiene la Commissione episcopale.

Tiziana Campisi, Indonesia: appello di Acs per la sicurezza dei cristiani, Vatican News, 29 Marzo 2021.

La Conferenza Episcopale Indonesiana, del resto, ha sempre inquadrato il terrorismo non come uno scontro tra religioni, ma come un attacco ai valori condivisi di umanità e alla Pancasila; analogamente, la Persekutuan Gereja-gereja di Indonesia (PGI), federazione che riunisce le principali Chiese protestanti indonesiane, ha più volte chiesto una deradicalizzazione reale e non meramente repressiva, invitando tutte le componenti religiose a collaborare per rafforzare la moderazione e contrastare l’uso politico della religione.

Durante la visita di Papa Francesco in Indonesia nel settembre 2024, il Pontefice ha esplicitamente legato il contributo della Chiesa cattolica alla lotta contro l’estremismo, invitando a vigilare per evitare che la religione venga usata come strumento di violenza e divisione.

Queste posizioni ufficiali non sono retorica, ma riflettono una prassi consolidata, e, in effetti, sono diverse le parrocchie cattoliche e le comunità protestanti a partecipare a forum locali di dialogo con Nahdlatul Ulama e Muhammadiyah, promuovendo programmi di “religione moderata” e di alfabetizzazione religiosa incrociata.

In un momento in cui il nuovo Codice Penale (KUHP) del 2026 amplia le norme sulla blasfemia e introduce disposizioni contro la cosiddetta ‘apostasia’, le Chiese rischiano di trovarsi in una posizione ambigua. Alleate dello Stato nella lotta al terrorismo, ma allo stesso tempo potenziali bersagli di intolleranza locale e di restrizioni amministrative, soprattutto nella costruzione di nuovi luoghi di culto.


Rischi e Prospettive dopo la Dissoluzione di JI

Il rischio concreto è duplice, e un eccesso strumentale di zelo securitario potrebbe portare a strumentalizzare le minoranze cristiane come “cartina di tornasole” della lealtà nazionale, esponendole a ritorsioni da parte di gruppi conservatori. Dall’altro lato, se lo Stato non proteggerà efficacemente lo spazio pubblico delle minoranze, la narrazione jihadista (“i cristiani sono protetti dallo Stato infedele”) potrebbe essere nuovamente alimentata, a vantaggio delle reti di Jemaah Islamiyah, ancora vitali.

La vera sfida per il 2026-2030 sarà quindi di integrare gli oltre 8.000 ex-membri di JI (e le loro famiglie) nella società senza creare nuovi risentimenti, mentre si difende il pluralismo costituzionale; le minoranze cristiane e la società civile organizzata (incluse ONG come Setara Institute, Leimena Institute e numerose iniziative ecumeniche) possono offrire un contributo unico. Si tratta di realtà che possono concorrere alla prevenzione della radicalizzazione attraverso l’educazione e il dialogo, ma anche nel monitorare la lotta al terrorismo, evitando una deriva autoritaria che potrebbe ulteriormente restringere la libertà religiosa.

L’efficacia delle azioni dialoganti delle chiese indonesiane, sia protestanti che cattoliche, dipende, ovviamente, dalla reale volontà dello Stato nel contrastare la minaccia radicale, senza cedere alla tentazione di trasformare i gruppi (o ex-gruppi) radicali in occasioni di promozione elettorale, come spesso avviene a livello locale.

Si configura, dunque, una sorta di “Allerta senza panico”, ma con realismo, in quanto la minaccia è mutata, non scomparsa; la resilienza dell’Indonesia dipenderà dalla capacità di distinguere tra sicurezza legittima e restrizioni indebite sulla libertà religiosa.


Letture Consigliate

  • Soufan Center. (2024, September 26). Jemaah Islamiyah disbands itself: How, why, and what comes next. IntelBrief.
  • Institute for Policy Analysis of Conflict. (2024). Is this the end of Jemaah Islamiyah? (IPAC Report No. 96, updated).
  • Ramakrishna, K. (2025). Jemaah Islamiyah, ISIS and beyond: Tracking the evolving challenge of violent extremism in Southeast Asia (2001–2025). World Scientific.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *