resistenza islamica
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La categoria politico-ideologica di ‘resistenza islamica’ non è un’eredità intatta della tradizione religiosa, ma il risultato di una lunga interazione tra pensiero islamico e modernità occidentale. La sua diffusione in contesti di conflitto ha ridefinito la jihad, rendendola un dispositivo narrativo capace di legittimare rivendicazioni territoriali e di mobilitare comunità globali.


The political-ideological category of ‘Islamic resistance’ is not an intact inheritance from religious tradition, but the result of a long interaction between Islamic thought and Western modernity. Its spread in conflict contexts has redefined jihad, making it a narrative device capable of legitimising territorial claims and mobilising global communities.


Un Concetto Ibrido

Il mondo islamico ha elaborato, nell’era moderna, un concetto di ‘resistenza’ mutuato dalla teoria politica occidentale; nell’ambito degli insegnamenti classici islamici, in effetti, non è possibile rinvenire tale idea, che rimane un prestito, adattato, dal mondo occidentale. Il concetto di Jihad, interpretato sia in senso offensivo che difensivo, era qualitativamente differente da quello politico di ‘resistenza’, che può essere riferito sia a contesti laici che religiosi.

Piuttosto, è l’ibridazione tra la teoria politica occidentale e la tradizione politico-religiosa del mondo islamico che ha prodotto una nozione fluida di ‘resistenza’, appetibile sia per le moderne audience secolari che per quelle tradizionali, il cui riferimento principale rimane la religione islamica. Il pensiero islamico ha interagito con il pensiero occidentale, e ha prodotto tale concetto come reazione ma anche come strumento offensivo.

Pertanto, la moderna giustificazione di una guerra per rivendicare un territorio passa per l’attuale nozione di resistenza; in definitiva, come prima approssimazione, si potrebbe affermare che il concetto di ‘resistenza islamica’ attuale è stato determinato da una complessità di elementi (colonizzazione, fine del potere politico centralizzato islamico, ecc) che, interagendo tra di loro, hanno determinato una diversa concezione del jihad rispetto a quanto proposto da pensatori classici. La jihad, da mera lotta per l’espansione della comunità islamica, si è trasformata in un mezzo per ‘liberare’ stati-nazione o parti di esse da regimi che vengono considerati estranei o apostati.


La ‘Resistenza’ per Eccellenza – La Palestina

Il caso più noto di resistenza islamica (jihad), a causa dell’attenzione mediatica su questo argomento è rappresentato dalla ‘causa palestinese’; quest’ultima viene abbracciata e propagandata sia da musulmani (la stragrande maggioranza, con qualche eccezione) che da non musulmani. Del resto, come è già stato osservato su questa piattaforma, tra gli attori che lottano per la ‘liberazione della Palestina’ ci sono anche gruppi marxisti, marginali, il cui riferimento non è religioso, ma secolare.

In questo caso (ma ce ne sono anche altri ovviamente) l’accento viene posto proprio sulla ‘resistenza’ e sulla ‘liberazione’; Hamas, poi, ha combinato la resistenza con la motivazione religiosa, proponendo un modello ibrido che ha avuto successi alterni. Hamas, in effetti, si è definito un ‘movimento di resistenza islamico per la liberazione della Palestina’; non si tratta di una definizione e denominazione casuale, ma di una scelta deliberata.

Miliziani di Hamas (Credits: BBC)

Altri attori, come Fatah, si richiamano alle tematiche dell’occupazione, della resistenza e della liberazione, ma senza porre in particolare rilievo la dimensione religiosa; questo attore, poi, non rivendica nemmeno un particolare uso della violenza, ma, a partire dagli Accordi di Oslo, ha scelto di resistere in maniera (apparentemente) pacifica, mediante la diplomazia e l’advocacy della causa palestinese in forum e piattaforme per i diritti umani e simili.

La resistenza islamica, dunque, assume aspetti differenti e apparentemente contraddittori, ma che, considerati nel loro insieme, restituiscono un complesso mosaico, rispondente ad una strategia deliberata e anche con una limitata efficacia. La scelta di avallare o meno l’uso della violenza, in effetti, non corrisponde solamente alle diverse opinioni della società palestinese, ma anche, e soprattutto, di un abile mezzo per presentare questa lotta come ‘resistenza’ contro un nemico comune.


L’Afghanistan – La Resistenza al Potere Sovietico

Un altro esempio di resistenza islamica riguarda l’Afghanistan, oggetto di occupazione da parte di potenze differenti nel tempo; il periodo sovietico, da questo punto di vista, rappresenta un caso esplicito in cui il tema della resistenza armata è stata associata direttamente e esplicitamente alla jihad. Questa interpretazione è stata accolta in maniera pressoché universale, come dimostra questo breve articolo de ‘Il Messaggero dell’Islam’, periodico in lingua italiana del Centro Islamico di Milano.

Il numero 2(4) del 1984 reca un intervento proprio sulla guerra in Afghanistan, di cui si riportano alcuni stralci, a scopo accademico,

La resistenza del Popolo Afghano dimostra che gli strateghi del Cremlino hanno commesso un grave errore di valutazione nella programmazione dell’intervento in Afghanistan a sostegno del regime fantoccio di Kabul.

(…)

Il «Fattore Islam» è la «certezza» che lo sforzo di chi combatte perche la Parola di Dio sia più alta, è in ogni caso, premiato con uno dei due premi che ogni «Musulmano» ardentemente desidera di ottenere, sopra ogni cosa al mondo: o la Vittoria o il Martirio. L’aver trascurato il «Fattore Islam» ha portato l’Unione Sovietica ad impantanarsi nell’avventura militare in Afghanistan, dove I’Armata Rossa è costreta alla difensiva dalla Resistenza Islamica. Cé molto interesse nel Mondo Occidentale per la situazione in Afghanistan.

(…)

Dell’Islam non se ne parla finché è possibile tacerne; quando non è più possibile non parlarne, se ne parla come di un fattore secondario, o comunque sempre in chiave denigratoria. La «congiura del silenzio» che circonda il FATTORE ISLAM anima della Residenza Afghana e la falsificazione della verità, danno I’idea di un progetto di esorcizzazione dell’ISLAM, perché esso, in Afghanistan sta dimostrando al Mondo intero quale forza produca nei cuori l’idea che «Nessuno tranne Iddio ha diritto all’obbedienza dell’uomo». L’Islam è una alternativa globale e definitiva ad ogni «potere che l’uomo ha costituito sull’uomo e, quindi, è naturale che tutti i detentori di potere complottino contro I’lslam.

Editoriale, Afghanistan Oggi, Il Messaggero dell’Islam, 2(4), 1984, p. 1.

Si tratta di un articolo notevole, in cui si emerge la volontà di ricondurre lo scontro ad una lotta religiosa, e non nazionalistica, come spesso era e viene presentato dai media convenzionali; l’autore dell’articolo riconduce la resistenza alla jihad in maniera esplicita, evocando anche presunti complotti contro l’Islam. In altre parole, non si cerca di sminuire la vicenda o di ricondurla ad altri fronti, ma la si esplicita come resistenza islamica tout court; un esempio di islam politico diretto, senza alcun tentativo di dissimulazione.

Questa propaganda religiosa, che si inseriva in un quadro internazionale dello stesso segno (lotta contro l’Unione Sovietica presentata dalle autorità religiose islamiche di diversi contesti nazionali come jihad ), veniva proposta su un media regolarmente registrato in Italia, e presentato come ‘Periodico Mensile di Islamologia‘.

Nel 1984 venivano proposti, in Italia, su un periodico registrato presso il Tribunale di Milano, elementi radicali come il martirio, la jihad, e l’idea che l’islam sia un sistema politico e sociale alternativo a quelli esistenti. Anzi, tali elementi venivano sottolineati con forza dagli autori del periodico, che facevano della jihad afghana un esempio da imitare per i musulmani.


Il Kashmir – Un Altro Esempio di Resistenza Islamica

Un ultimo esempio notevole della declinazione del concetto di resistenza islamica (jihad) è quello del Khashmir, una regione storicamente contesa da India e Pakistan; anche se tale conflitto è stato spesso presentato con altre motivazioni, sono spesso le autorità islamiche ad averne rivendicato una matrice religiosa/islamica.

I temi della resistenza, del martirio e della liberazione, in effetti, nonché quello dell’occupazione, rirtornano con una certa frequenza nella retorica e nella propaganda che circondano un conflitto determinato anche da motivazioni etniche e nazionalistiche. I governi del Pakistan, mediante riviste come ‘Hilal’, presentano una lettura di questo conflitto in chiave di resistenza e di martirio, mediante scelte iconografiche che ricordano quelle associate alla retorica sulla Palestina.

Copertina di Hilal del Febbraio 2025 (Credits: Hilal)

Come si nota agevolmente, la scelta del colore principale, il rosso, richiama immediatamente il martirio, un vero e proprio leitmotiv di questa narrazione, che non dimentica altre tematiche come l’occupazione (e dunque la resistenza) e la solidarietà islamica (ma anche internazionale).

Una narrazione a senso unico, dunque, che inizia dalle scelte grafiche, e che viene costruita come una sorta di olocausto, un’ingiustizia che deve essere rimediata, anche con la lotta armata, la jihad; ancora una volta, la ‘resistenza islamica’ mostra la sua natura complessa. L’obiettivo, tuttavia, è sempre lo stesso, giustificare azioni armate per ‘recuperare’ un territorio che si presume sia legittimamente e inequivocabilmente da ricondurre sotto la sovranità di uno Stato retto dalla shariah.

Si legge, nelle pagine di Hilal (Febbraio 2025, p. 5),

Despite this oppression, during the decade of the 1990s, the Kashmiri resistance movement intensified. Kashmiri youth, women, and civil society collectively stood up to oppose India’s political subjugation, economic marginalization, and gross human rights violations.
The Kashmiri Intifada entailed immense suffering forthe people of occupied Jammu and Kashmir. But it
drew significant international attention to the cause of the Kashmiri people.

Nonostante questa oppressione (della presunta occupazione dell’India, ndr), durante il decennio degli anni ’90, il movimento di resistenza kashmiro si intensificò. I giovani, le donne e la società civile del Kashmir si sono uniti per opporsi alla sottomissione politica, all’emarginazione economica e alle gravi violazioni dei diritti umani da parte dell’India.
L’Intifada kashmira ha comportato immense sofferenze per il popolo del Jammu e Kashmir occupato. Ma ha attirato una significativa attenzione internazionale sulla causa del popolo del Kashmir.

Anche in questo caso, si evoca la resistenza armata, la jihad, come necessaria per ‘mostrare al mondo’ la crudeltà del presunto oppressore, e per attirare l’attenzione internazionale su questo problema, tematiche esattamente speculari (sono le stesse) a quelle usate da Hamas per giustificare il massacro del 7 Ottobre. Da notare l’uso di ‘Intifada’, esattamente come nel caso palestinese, e anche in quello afghano, che segna una coerenza strategica e ideologica notevole tra casi apparentemente diversi, ma accomunati dal tentativo di giustificare la lotta armata islamica per reclamare un territorio ‘occupato’.


La Globalizzazione e la Normalizzazione della Violenza Religiosa

I tre casi menzionati in questo articolo (Palestina, Afghanistan e Kashmir) esemplificano un fenomeno che dovrebbe destare preoccupazione; la retorica della resistenza islamica (jihad) che viene proposta anche da media occidentali regolarmente operanti, nel tentativo di normalizzare la violenza e di giustificare pretese territoriali.

La Palestina, l’Afghanistan e il Kashmir dovrebbero dunque portare a riflettere sulla normalizzazione della violenza religiosa, presentata come ‘necessaria’ per risvegliare le coscienze e l’attenzione internazionale. Non si intende negare la rilevanza di tali questioni, ma denunciare la loro semplificazione a favore della controparte islamica, che non disdegna e non dissimula l’uso dell’islam politico, spesso armato, ma sempre militante.


Letture Consigliate

  • Berman, E. (2009). Radical, religious, and violent: The new economics of terrorism. MIT Press.
  • Kepel, G. (2006). Jihad: The trail of political Islam (rev. ed.). I.B. Tauris.
  • Moghadam, A. (2008). The globalization of martyrdom: Al Qaeda, Salafi jihad, and the diffusion of suicide attacks. Johns Hopkins University Press.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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