Nel XXI secolo, il colonialismo assume forme culturali e simboliche più che territoriali. L’analisi della presidenza Trump offre uno specchio per comprendere il neo-colonialismo globale e la sua influenza sulle narrative politiche contemporanee.
In the 21st century, colonialism manifests more through cultural and symbolic influence than territorial control. Analyzing the Trump presidency provides insight into modern neo-colonialism and its impact on contemporary political narratives.
In de 21e eeuw manifesteert kolonialisme zich meer via culturele en symbolische invloed dan via territoriale controle. De analyse van het presidentschap van Trump biedt inzicht in het moderne neokolonialisme en de impact ervan op hedendaagse politieke verhalen.
Un Neo-Colonialismo nel XXI secolo
L’idea di colonialismo, tradizionalmente intesa come dominio territoriale ed economico di una potenza europea su popolazioni straniere, assume oggi forme più sofisticate e pervasive; in un contesto globale caratterizzato da interdipendenza economica, media digitali e flussi migratori massicci, il controllo diretto dei territori è spesso sostituito da strategie di egemonia culturale e simbolica.
È in questo quadro che le strategie politiche contemporanee, come quelle adottate da Donald Trump negli Stati Uniti, possono essere interpretate attraverso la lente di un neo-colonialismo ideologico, in cui il dominio non è più materiale ma narrativo. Si tratta, del resto, di un movimento non confinato agli USA di Trump, ma che assume connotazioni globali, e viene espresso dalle forze politiche tradizionalmente riconosciute come ‘destra’.

Il Neo-Colonialismo può anche essere letto come reazione a ideologie moderne, come la woke, che stanno dimostrando i loro limiti e paradossi; in un mondo in cui alcune forze cercano di riscrivere e/o rimuovere un passato considerato ‘scomodo’, i neo-colonialisti si sforzano di difendere un’eredità e una visione del mondo che sta ridefinendo l’orizzonte di senso nel mondo moderno.
Probabilmente, l’era globalizzata sta finendo, e sta nascendo un ordine nuovo, non più basato sull’eguaglianza degli Stati, ma su complessi rapporti di forza e influenza, anche culturale; anche se le posizioni rimangono eterogenee, emergono alcuni punti comuni di questa narrazione egemonica.
La Costruzione della Narrazione Nazionale
La presidenza Trump ha fatto ampio uso della comunicazione politica per definire una narrativa di appartenenza e marginalizzazione; in tale ambito, il discorso di ‘America First’ non si limita a stabilire priorità economiche o politiche, ma crea una sorta di storia epica della nazione minacciata da forze esterne, come le élite globali, le istituzioni multilaterali e i concorrenti economici.
Nel suo discorso inaugurale il 20 gennaio del 2017, Trump afferma,
We, the citizens of America, are now joined in a great national effort to rebuild our country and restore its promise for all of our people.
For too long, a small group in our nation’s capital has reaped the rewards of government while the people have borne the cost. Washington flourished, but the people did not share in its wealth. Politicians prospered, but the jobs left and the factories closed. The establishment protected itself, but not the citizens of our country. Their victories have not been your victories. Their triumphs have not been your triumphs. And while they celebrated in our nation’s capital, there was little to celebrate for struggling families all across our land.
Noi, cittadini d’America, siamo ora uniti in un grande sforzo nazionale per ricostruire il nostro paese e ripristinare la sua promessa per tutto il nostro popolo.
Per troppo tempo, un piccolo gruppo nella capitale della nostra nazione ha raccolto i frutti del governo mentre il popolo ne ha sostenuto il costo. Washington prosperò, ma il popolo non condivise la sua ricchezza. I politici prosperarono, ma i posti di lavoro se ne andarono e le fabbriche chiusero. L’establishment si è protetto, ma non i cittadini del nostro paese. Le loro vittorie non sono state le tue vittorie. I loro trionfi non sono stati i tuoi trionfi. E mentre festeggiavano nella capitale della nostra nazione, c’era poco da festeggiare per le famiglie in difficoltà in tutto il nostro paese.
Time, Donald Trump’s Full Inauguration Speech, Updated Jan 24, 2024.
Chiaramente, Trump parla di una rifondazione simbolica della nazione, di una rinascita che sarebbe ‘a favore del popolo’, contro un establishment ed élite che avrebbero operato a discapito degli interessi dei cittadini. Il populismo, in effetti, è una delle caratteristiche della presidenza Trump, e non è certamente in contrasto con il neo-colonialismo.

Questa narrazione funziona in modo analogo ai discorsi coloniali del passato, dove il dominio era legittimato dalla definizione dell’altro come inferiore o pericoloso; nel contesto trumpiano, il controllo simbolico della società americana si manifesta nel delineare chi conta e chi è escluso dalla sfera della legittimità nazionale.
Every decision on trade, on taxes, on immigration, on foreign affairs will be made to benefit American workers and American families. We must protect our borders from the ravages of other countries making our products, stealing our companies and destroying our jobs.
Ogni decisione sul commercio, sulle tasse, sull’immigrazione, sugli affari esteri sarà presa a beneficio dei lavoratori americani e delle famiglie americane. Dobbiamo proteggere i nostri confini dai danni di altri paesi che producono i nostri prodotti, rubano le nostre aziende e distruggono i nostri posti di lavoro.
Time, Donald Trump’s Full Inauguration Speech, Updated Jan 24, 2024.
La protezione (o supposta tale) degli interessi statunitensi è la chiave di lettura per comprendere le condotte e le scelte di Trump dal 2017; in tale quadro, la retorica della protezione dei confini serve a rinforzare l’idea principale di una nazione assediata da nemici di varia natura, come gli immigrati.
L’Egemonia Culturale come Strumento di Potere
Pur adottando un approccio politico marcatamente nazionalista, la strategia comunicativa trumpiana ha avuto ripercussioni globali; la narrazione degli Stati Uniti come supremazia morale ed economica veicola implicitamente standard di comportamento, valori e priorità politiche esemplari anche per altri attori internazionali.
Si tratta di un neo-colonialismo culturale ‘soft‘, in cui il dominio si esercita tramite simboli, media e discorsi pubblici, più che attraverso interventi militari o occupazioni territoriali; la capacità di definire percezioni globali e di modellare le relazioni internazionali attraverso la comunicazione rappresenta una forma di influenza ideologica profondamente radicata ed efficiente.
Un elemento centrale della strategia trumpiana è la costruzione dell’altro come minaccia, come gli immigrati, le ONG, gli organismi multilaterali e i rivali economici, che diventano simboli di pericolo, legittimando misure restrittive e unilateralismo. Questo meccanismo richiama la funzione ideologica del colonialismo storico, quella di definire il nemico per consolidare il controllo e la legittimità della propria autorità.
Nella contemporaneità, tuttavia, il nemico non si identifica con una popolazione o una nazione direttamente assoggettata, ma un concetto mediatico e culturale, che permette di governare l’opinione pubblica e di rafforzare un senso di appartenenza interna.
Continuità e Discontinuità con il Colonialismo Classico
Quando la si confronta con i modelli coloniali europei, la strategia trumpiana mostra una continuità nella logica di gerarchia simbolica e di dominio ideologico, ma differisce profondamente nei mezzi e nel contesto. Come menzionato in precedenza, non esiste un controllo diretto del territorio,e nemmeno un’imposizione culturale formale. Il potere, invece, si esercita attraverso narrazioni, media e strumenti economici selettivi; la discontinuità principale risiede nella legittimazione democratica interna e non in un’imposizione esterna, mentre l’ordine simbolico ha carattere globale più che locale.
Trump parla ad un pubblico sempre più ampio, e non limitato a pochi nostalgici o estremisti, e l’ampliamento della sua audience contribuisce a consolidare la portata del suo discorso neo-colonialiale in ambito culturale, rendendo la sua influenza non solo nazionale ma internazionale.
La diffusione dei messaggi tramite social media, televisioni e piattaforme digitali permette di modellare percezioni e opinioni anche e soprattutto oltre i confini degli Stati Uniti, definendo standard comportamentali e normativi che altri attori globali, dalle élite economiche ai governi stranieri, devono in qualche misura considerare o confrontare.
Un Fenomeno Moderno
Il neo-colonialismo moderno è una legittima dottrina politica che sta emergendo come componente capace di definire l’orizzonte di senso nel mondo moderno; probabilmente, è questa la sfida principale di Trump. Mostrare al mondo che alcune idee possono funzionare anche in un contesto democratico, e che l’idea di ‘ordine protestante’, intesa come disciplina morale, gerarchia funzionale e centralità del lavoro e del merito, sono ancora rilevanti.
Da questo punto di vista, Trump è decisamente ‘calvinista’ e mostra un approccio alla religione cristiana come forza viva e legittima anche nell’arena politica; si tratta di una delle rotture più evidenti dell’epoca Trump, dopo decenni in cui definirsi cristiano e politico era diventato una sorta di tabù culturale.

Nella prospettiva del neo-colonialismo culturale, tale strategia assume una duplice valenza: da un lato, essa rafforza l’influenza simbolica degli Stati Uniti nel mondo, veicolando valori e standard interpretati come universali. Dall’altro, tale modello legittima internamente la gerarchia sociale e politica, e pone un confine, chiaro ma criticabile, tra i ‘cittadini meritevoli’, i ‘buoni cittadini’, e chi rimane marginale, in una logica che richiama indirettamente i modelli coloniali calvinisti del passato, anche se adattati al contesto democratico contemporaneo.
Letture Consigliate
- Ashcroft, B., Griffiths, G., & Tiffin, H. (1989). The empire writes back: Theory and practice in post‑colonial literatures. Routledge.
- Chomsky, N. (2003). Hegemony or survival: America’s quest for global dominance. Metropolitan Books.
- Chitty, N., Hayden, C., Ohnesorge, H., & Wang, C. (Eds.). (2023). The Routledge Handbook of Soft Power (2nd ed.). Routledge.

