Trump sistema
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Donald Trump non è un’anomalia della politica internazionale, ma il sintomo avanzato della crisi dell’ordine liberale e dell’emergere di una nuova razionalità del potere fondata su successo, gerarchia e competizione.

Donald Trump is not a temporary anomaly in international politics, but an advanced symptom of the liberal order’s crisis and of an emerging power rationality centred on success, hierarchy, and competition.

Donald Trump is geen toevallige afwijking in de internationale politiek, maar een vergevorderd symptoom van de crisis van de liberale orde en van een nieuwe machtsrationaliteit gebaseerd op succes, hiërarchie en competitie.


Trump come Sintomo Sistemico, non Eccezione

Dal punto di vista geopolitico, Donald Trump non rappresenta un’anomalia contingente del sistema internazionale, ma un sintomo avanzato della crisi dell’ordine liberale; questa crisi non è casuale, ma l’esito di tensioni e contraddizioni strutturali maturate nel corso della sua stessa evoluzione storica. Il suo stile di leadership, spesso descritto come erratico o incoerente, appare invece sorprendentemente coerente se letto attraverso la lente della legittimazione del potere.

Trump non fonda la propria autorità su principi astratti, sul diritto internazionale o su un’idea di ordine condiviso; la sua legittimità si basa su un criterio più elementare e più antico, ovvero la capacità di imporsi e di vincere in un contesto democratico. Al contrario di quanto sostenuto da diversi critici, Trump ha ottenuto legalmente il potere per due volte, nel 2017 (eletto nel 2016) e nel 2025 (eletto nel 2024), grazie ad una strategia basata sul carisma personale come garanzia di successo politico oltre che economico.

Cerimonia di inaugurazione del secondo mandato Trump (Foto Reuters)

In questo senso, il trumpismo non è privo di razionalità, ma è portatore di una razionalità diversa, post-normativa e profondamente performativa; si tratta di una razionalità che non deriva la propria coerenza da un sistema di norme condivise, ma dalla capacità di produrre effetti immediati sul piano simbolico, politico e strategico. Il trumpismo opera secondo una logica dell’azione visibile, e non si basa sulla conformità a regole preesistenti, ma sull’impatto concreto delle decisioni, nonché sulla loro traduzione in rapporti di forza riconoscibili.

Ne deriva una concezione del potere che privilegia l’atto sulla procedura, la decisione sull’istituzione, la visibilità della forza sulla sua giustificazione giuridica; in questo senso, il trumpismo non rappresenta una regressione irrazionale rispetto all’ordine liberale, ma una sua rielaborazione estrema. Trump, in altre parole, porta alle estreme conseguenze tensioni già presenti all’interno del sistema, come la dissociazione tra norma e potere, e tra universalismo dichiarato e gerarchia reale.

È proprio questa razionalità alternativa, più che la personalità del leader, a spiegare la capacità del trumpismo di produrre consenso e di esercitare attrazione ben oltre il contesto statunitense, fungendo da modello implicito per altri attori politici che operano in un ambiente internazionale sempre più post-normativo e competitivo.

Trump ha compreso prima di altri attori politici che l’ordine globalizzato era già nella sua fase declinante, e che le sue élites rappresentavano meccanismi non più efficienti; per questa ragione, la sua ascesa nell’arena politica è stata una risposta adattiva (controversa ma coerente) ad un sistema in fase di transizione, in cui la promessa universalistica della globalizzazione ha cessato di funzionare come principio ordinatore condiviso. L’elemento di discontinuità introdotto da Trump risiede dunque meno nei contenuti specifici delle sue politiche e più nella capacità di riconoscere, e sfruttare politicamente il venir meno della credibilità dell’ordine globale esistente.


La Logica del Successo come Fondamento della Sovranità

Nella visione trumpista, il successo non è uno strumento della politica, ma la sua giustificazione ultima; la vittoria politica giustifica il potere e il suo esercizio, mentre una sconfitta determina immediata delegittimazione. Questo schema, applicato sia alla politica interna sia alle relazioni internazionali, produce una concezione della sovranità fondata sull’esito e non sul processo, e, nell’ambito geopolitico, questo modello ha implicazioni precise.

Le alleanze tra Stati si basano sul valore implicito della transazione, non su elementi ideologici, come il supposto astio nei confronti dei Paesi islamici; le istituzioni multilaterali (Nazioni Unite, OMS, ecc) non vengono considerate come normative o fonte di legittimazione. Verso il mondo sunnita, e i Paesi del Golfo in particolare, Trump ha mostrato pragmaticità; l’Iran, invece, è considerato come un attore gerarchico antagonista; la transazionalità, infine, è la logica dominante con attori non occidentali.

Trump con il Re Saudita e il Presidente della Siria (Foto Longwarjournal)

Da ultimo, il modello Trump presuppone un concetto di ordine basato più sulla deterrenza e sulla forza e meno su norme condivise e accettate; non si tratta semplicemente (e solamente) di ‘America First’, ma di una ontologia politica del vincitore, in cui l’ordine emerge spontaneamente dalla gerarchia prodotta dalla competizione.

Si tratta di un concetto tipicamente ottocentesco, che rivela una sorta di neo-colonialismo implicito, ma operante e ordinatore; nel quale la stabilità non deriva dall’inclusione o dalla cooperazione istituzionalizzata, bensì dalla chiara distribuzione asimmetrica del potere. In questo schema, l’ordine internazionale non è il prodotto di un consenso normativo, ma l’effetto di una gerarchia riconosciuta, in cui gli attori dominanti impongono i termini dell’interazione e gli attori subordinati vi si adattano in funzione della propria capacità di resistenza o di allineamento.

Il richiamo a un impianto concettuale ottocentesco, del resto, non deve essere inteso come una regressione storica, ma come recupero funzionale ed esplicito di una logica imperiale informale, nella quale il controllo non si esercita necessariamente attraverso l’occupazione territoriale diretta, ma mediante la combinazione di pressione economica, superiorità militare e asimmetria tecnologica. Il neo-colonialismo implicito del modello trumpista opera dunque più sul piano della regolazione dei comportamenti che su quello dell’amministrazione diretta, producendo un ordine selettivo e stratificato.

In tale contesto, la sovranità degli attori minori non viene formalmente negata, ma viene di fatto condizionata dalla loro collocazione nella gerarchia competitiva globale; l’autonomia politica, poi, viene tollerata nella misura in cui essa non interferisce con gli interessi del vincitore. In caso contrario, essa diventa oggetto di deterrenza, sanzione o isolamento; l’approccio appena descritto sembra capace di spiegare la flessibilità, talvolta apparente, della politica estera trumpista. L’assenza di un vincolo normativo rigido consente una rapida ricalibrazione delle relazioni in base al mutamento dei rapporti di forza.


Il Trumpismo – Teoria e Azione Politica nel XXI secolo

Il meccanismo descritto in precedenza era già operante in passato, ma rimaneva celato e usato in maniera più discreta, mentre Trump lo usa apertamente come stile di leadership politica nel XXI secolo, e con successo. Per questa ragione, il Trumpismo (che deriva più da scelte tattiche e strategiche che da una vera e propria consapevolezza da parte di Trump di creare un modello politico innovativo) ha valicato i confini nazionali ed è diventato una vera e propria teoria politica, o lo sta diventando, e viene applicato anche in altri Paesi occidentali, come paradigma esportabile di leadership in contesti segnati dall’erosione delle cornici normative liberali.

Il successo del trumpismo al di fuori degli Stati Uniti non risiede tanto nella replicabilità delle sue politiche specifiche, quanto nella trasferibilità del suo metodo, un uso esplicito del potere come strumento di ordinamento, una riduzione della legittimità alla performance e una concezione della sovranità svincolata da parametri universalistici.

In diversi Paesi occidentali, questa impostazione viene recepita e adattata a contesti nazionali differenti, spesso come risposta alla percezione di inefficacia delle élites tradizionali e delle istituzioni multilaterali; iI trumpismo, in questo senso, non si presenta come un’ideologia coerente e sistematica, ma come una grammatica del potere. Un insieme di pratiche, di stili comunicativi e di presupposti impliciti che consentono di governare in un ambiente politico frammentato e competitivo che si sta dirigendo verso un’era post-globalizzata.

Il suo carattere teorico emerge proprio dalla capacità di fornire una chiave interpretativa del mondo post-globalizzato, in cui l’asimmetria è accettata come dato strutturale, e nel quale la competizione sostituisce la cooperazione come principio ordinatore, mentre la forza torna ad essere un linguaggio legittimo della politica internazionale. In tale quadro, il trumpismo si configura meno come una parentesi contingente e più come un indicatore avanzato di una trasformazione in atto, destinata a influenzare in modo duraturo le forme della leadership politica occidentale.

La sua diffusione segnala, infine, un mutamento profondo nel rapporto tra potere e legittimità, e, mentre l’ordine liberale fondava la propria autorità sulla promessa di regole condivise e benefici diffusi, il trumpismo fonda la sua efficacia sulla capacità di nominare vincitori e perdenti e di agire di conseguenza. È in questa ridefinizione delle regole della competizione politica, più che nelle singole scelte di policy, che risiede la portata strutturale di un fenomeno che non può essere ignorato o derubricato come anomalia.


Un Nuovo Ordine?

Il sistema liberale, nelle sue forme storiche, ha fallito o non riesce più a dare risposte convincenti alle sfide attuali; al suo posto sta sorgendo un nuovo ordine, che implica necessariamente la scomparsa, graduale, delle istituzioni attuali. Il nuovo ordine emergente non si fonda su un’alternativa ideologica coerente al liberalismo, ma su una razionalità di tipo selettivo, nella quale l’efficacia sostituisce la legittimità procedurale e la decisione prevale sulla deliberazione. Da questo punto di vista, il trumpismo non crea istituzioni nuove, ma opera come forza entropica che accelera la disarticolazione di quelle esistenti, e rende visibile ed esplicito quello che il sistema precedente tendeva a occultare. La centralità del potere, la disuguaglianza strutturale tra attori e la natura conflittuale dell’ordine internazionale.

Tali problematiche, a lungo ignorate, sono ormai diventate elementi disgregatori di un sistema disfunzionale, che Trump sta trasformando; in altre parole, Trump non appare tanto come l’architetto di un nuovo ordine quanto come il suo acceleratore. La sua azione politica non offre un modello compiuto di sostituzione, ma contribuisce a smantellare le condizioni di riproducibilità dell’ordine precedente. Il risultato è un sistema internazionale più instabile, ma anche più esplicito nei suoi rapporti di forza, nel quale le ambiguità normative lasciano spazio a logiche di competizione aperta.

Evento elettorale di Trump ‘Trump lo risolverà’ (Foto The Nation)

È in questa funzione trasformativa, più che nelle singole scelte di policy, che risiede la portata geopolitica del fenomeno trumpiano, non come soluzione definitiva alle crisi dell’ordine liberale, ma come momento di rottura che rende impossibile il ritorno allo status quo precedente. Una sorta di distruzione creatrice nel senso schumpeteriano, che pone le basi per un nuovo status quo, non necessariamente più equo ma più efficiente.


Letture Consigliate

  • Ikenberry, G. (2018). The end of liberal international order? International Affairs, 94(1), 3–28.
  • Fukuyama, F. (2022). Liberalism and its discontents. Farrar, Straus and Giroux.
  • Mearsheimer, J. J. (2018). The great delusion: Liberal dreams and international realities. Yale University Press.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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