muhammadiyah attore poco moderato
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Anche se Muhammadiyah si presenta come una forza moderna e moderata dell’Islam indonesiano, la sua storica lotta contro la “kristenisasi” rivela un nodo irrisolto del pluralismo in Indonesia; la ‘difesa’ dell’aqidah islamica si traduce spesso in un’opposizione attiva al ‘proselitismo’ cristiano, creando un’asimmetria profonda tra la libertà di proselitismo musulmano e il pesante costo sociale – e spesso familiare – per chi abbandona l’islam.

Although Muhammadiyah presents itself as a modern and moderate force within Indonesian Islam, its longstanding struggle against “kristenisasi” reveals an unresolved tension in Indonesia’s pluralism: the ‘defense’ of Islamic aqidah often translates into active opposition to Christian ‘proselytism’, creating a profound asymmetry between the freedom of Muslim proselytism and the heavy social – and often familial – cost paid by those who abandon Islam.

Hoewel Muhammadiyah zich presenteert als een moderne en gematigde kracht van de Indonesische islam, onthult haar historische strijd tegen de “kristenisasi” een onopgelost spanningsveld in het Indonesische pluralisme: de ‘verdediging’ van de islamitische aqidah leidt vaak tot actieve oppositie tegen christelijk ‘proselitisme’. Dit creëert een diepe asymmetrie tussen de vrijheid van moslimproselitisme enerzijds en de zware sociale – en vaak familiale – prijs die bekeerlingen die de islam verlaten moeten betalen anderzijds.


Muhammadiyah contro la ‘Kristenisasi’

Muhammadiyah, organizzazione fondata nel 1912 da Ahmad Dahlan, rappresenta una delle più grandi e influenti organizzazioni islamiche moderniste (da opporre allo slancio tradizionalista di NU) al mondo, con milioni di membri, migliaia di scuole, università e ospedali in Indonesia. Nata nell’epoca coloniale coloniale olandese, la sua esistenza è strettamente legata alla resistenza contro la kristenisasi. Si tratta, secondo la visione del gruppo islamico, del tentativo di espansione del cristianesimo tra la popolazione a maggioranza musulmana attraverso missioni, scuole, servizi sanitari e aiuti sociali sostenuti dalla politica etica coloniale (Kerstening Politiek).

Per Muhammadiyah, questa resistenza non è una semplice opposizione religiosa, ma parte di un jihad fi sabilillah, inteso come sforzo massimo per preservare l’aqidah (credenza islamica), rafforzare l’umma e costruire una civiltà islamica ‘progressista’.

Questa posizione, tuttavia, solleva interrogativi profondi sul confine tra legittima difesa identitaria di una maggioranza e un meccanismo che, di fatto, limita lo spazio pubblico delle minoranze religiose, in particolare cristiane. Particolarmente preoccupante è il frequente ricorso al termine ‘jihad’, inteso sì in una accezione ampia, ma che non esclude (teoricamente) il ricorso alla violenza come legittimo strumento di lotta, come testimoniato dall’appoggio alla ‘causa palestinese’.


Le Radici Storiche e la Logica della Resistenza

La kristenisasi non era percepita solo come predicazione religiosa, ma come strumento di colonialismo culturale e politico; i missionari cristiani offrivano spesso servizi educativi e sanitari condizionati o associati a un’attrazione verso il cristianesimo, in un’epoca in cui l’islam indonesiano era considerato (non necessariamente a torto) come arretrato e mescolato a pratiche locali pre-islamiche.

Ahmad Dahlan rispose con il tajdid (rinnovamento), che comporta(va) una purificazione dell’aqidah, una educazione islamica moderna, e la creazione di istituzioni parallele; l’obiettivo era quello di contenere gli effetti della kristenisasi, senza distruggere le missioni cristiane, ma rendendole meno attraenti attraverso una sorta di civiltà alternativa, basata su valori islamici.

Documenti interni di Muhammadiyah, come il volume 1 Abad Muhammadiyah: Istiqomah Membendung Kristenisasi dan Liberalisasi, collegano esplicitamente questa lotta alla missione fondativa dell’organizzazione. La kristenisasi, in tale contesto, è considerata come una minaccia esistenziale che opera attraverso metodi ‘sleali’, come incentivi economici, educazione secolarizzante o sfruttamento della povertà. Come risposta, Muhammadiyah mobilita il jihad kebudayaan, ovvero la dakwah (annuncio/proselitismo islamico), educazione, servizi sociali e competizione nella bontà (fastabiqul khairat). Questo approccio è presentato come pacifico e costruttivo, distinto dalla violenza jihadista esplicita di gruppi come Jemaah Islamiyah o Laskar Jihad.

In termini pratici, la strategia ha avuto un certo successo, in quanto Muhammadiyah ha creato una rete vasta di amal usaha (opere caritatevoli) che serve anche non musulmani, inclusi cristiani, e il fenomeno sociologico del “Kristen Muhammadiyah” o KrisMuha ne è testimonianza. Leader come Din Syamsuddin hanno persino offerto edifici Muhammadiyah per celebrazioni natalizie cristiane, gesto che ha provocato dibattiti interni ma segnala una certa apertura pragmatica.


Una ‘Jihad Culturale’ che Tutela la Maggioranza Sunnita

L’approccio di Muhammadiyah, brevemente descritto in precedenza, non è neutro e nemmeno compatibile con una concezione liberale della libertà religiosa, che invece viene chiesta con forza dalle minoranze islamiche nel mondo occidentale.

Il concetto di jihad kebudayaan implica che l’islam debba affermarsi come forza egemone nella sfera pubblica indonesiana, e non solo come una tra le tante fedi; in altre parole, la ‘jihad culturale’ si traduce in una sorta di suprematismo islamico, che solitamente non ricorre alla violenza esplicita, ma punta ad escludere dallo spazio pubblico, delegittimandole, le forze che non sono musulmane sunnite.

La ‘difesa dell’aqidah’ diventa una opposizione attiva al proselitismo cristiano (concetto inteso in senso alquanto ampio) quando diretto ai musulmani, percepito come pemurtadan, incitamento all’apostasia, reato del resto previsto dal nuovo codice penale. Questo crea un’evidente asimmetria, in quanto ai musulmani (sunniti) viene concessa la facoltà di predicare e rafforzare la propria fede, incoraggiando attivamente le conversioni all’islam. Invece, il passaggio dall’islam ad altre religioni è visto con sospetto e spesso ostacolato socialmente o culturalmente, spesso anche con metodi violenti o intimidatori da parte della famiglia e della comunità islamica.

Ai convertiti al cristianesimo viene spesso riservata una sorte di ‘morte sociale’, un ostracismo esplicito che configura una vera e propria presa di distanza dal/la convertito/a, come testimoniano numerosi fatti di cronaca e rapporti delle ONG.

Open Doors, in particolare, rivela che

As conversion is not seen as a private matter, family and society will not normally stay quiet and listen when converts speak about their faith with converts facing risks of ostracism, harassment, or even violence. Extended family members often feel obligated to intervene to bring a convert back to Islam, as leaving Islam is viewed as affecting family honor. Even non-convert Christians need to be wise in what they say and to whom, as speaking about one’s faith can quickly be perceived as being an attempt at proselytism. This is especially true in hotspot areas like Aceh, East Java, Banten, West Java, Papua and West Sumatra, but also in places like South Sumatra, Lampung, South Kalimantan and East Kalimantan.

Poiché la conversione non è vista come una questione privata, la famiglia e la società di solito non rimarranno in silenzio e ascolteranno quando i convertiti parlano della loro fede, con i convertiti che affrontano rischi di ostracismo, molestie o addirittura violenza. I membri della famiglia allargata spesso si sentono obbligati a intervenire per riportare un convertito all’Islam, poiché lasciare l’Islam è visto come un affronto all’onore della famiglia. Anche i cristiani non convertiti devono essere saggi in ciò che dicono e a chi, poiché parlare della propria fede può rapidamente essere percepito come un tentativo di proselitismo. Questo è particolarmente vero in aree calde come Aceh, Giava Orientale, Banten, Giava Occidentale, Papua e Sumatra Occidentale, ma anche in luoghi come Sumatra Meridionale, Lampung, Kalimantan Meridionale e Kalimantan Orientale.

Open Doors, Indonesia: Persecution Dynamics, February 2025, p. 15.

Da un punto di vista analitico, questa posizione riflette una concezione collettiva della religione piuttosto che individuale, come confermano le osservazioni di analisti e attivisti; in un Paese con circa l’87% di musulmani, proteggere l’identità della maggioranza ‘diventa’ un dovere religioso (amar makruf nahi mungkar applicato alla fede).

Tuttavia, il costo è la riduzione voluta dello spazio per le minoranze e per i cristiani, ma non solo, come dimostrano le difficoltà persistenti e strutturali nella costruzione o nel rinnovo di chiese in molte regioni indonesiane, spesso giustificate con il pretesto del “mantenimento dell’armonia religiosa”. Si tratta di azioni che non sono sempre e direttamente promosse da Muhammadiyah, ma il suo discorso esplicito contro la kristenisasi contribuisce a un clima in cui il proselitismo cristiano (che comprende qualunque attività cristiana) è stigmatizzato come minaccia esterna o neo-coloniale.

Inoltre, l’enfasi sulla “competizione nella bontà” nasconde un problema di potere asimmetrico, e chi dispone di maggiori risorse (Muhammadiyah può contare su immense infrastrutture) può dominare facilmente il campo sociale. Offrire scuole e ospedali islamici di qualità non è solo aiuto umanitario, ma anche e soprattutto uno strumento per mantenere i musulmani all’interno della propria orbita culturale e religiosa. Anche se i servizi sono forniti senza conversione forzata, come spesso accade nelle istituzioni di Muhammadiyah, il quadro ideologico prevede che la conversione dall’Islam sia considerata vista come perdita netta per l’umma, non come esercizio legittimo di libertà individuale.

Si tratta di una visione suprematista, legittimamente criticata dai difensori dei diritti umani, che sottolineano come questa logica configura una sorta di tolleranza condizionale e strategica, in cui le minoranze sono accettate ma non devono mettere in dubbio la supremazia numerica e culturale dell’islam. Il rifiuto di un pluralismo simmetrico (dove tutte le fedi hanno uguale diritto al proselitismo) porta a una gerarchia de facto, con l’Islam come religione della maggioranza che possiede diritti negati alle minoranze.


La Moderazione Secondo Muhammadiyah

Muhammadiyah resta una forza considerata moderata rispetto a gruppi salafiti o islamisti radicali, in quanto solitamente rifiuta la violenza, sostiene formalmente la Pancasila e la democrazia costituzionale, e ha condannato atti di intolleranza. La sua enfasi sull’educazione e sul progresso la rende più inclusiva di altre correnti, ma il suo concetto di moderazione ha confini precisi, e non abbraccia un pluralismo teologico che metta tutte le religioni sullo stesso piano, e soprattutto non accetta la libertà di conversione come diritto individuale illimitato.

In un contesto indonesiano segnato da tensioni ricorrenti (chiusure di luoghi di culto, casi di blasfemia, pressioni sociali), la posizione di Muhammadiyah contribuisce a mantenere un equilibrio fragile e poco sostenibile. Viene rafforzata la coesione della maggioranza musulmana, mentre viene alimentato un senso di assedio tra le minoranze, alimetata dalla ‘resistenza alla kristenisasi’. Quest’ultima non si configura come difesa legittima, ma come tentativo di marginalizzarle o ridurle al silenzio culturale, considerando la solidità (almeno apparente) della maggioranza sunnita.

Anche se le radici di tale resistenza sono storiche e ampiamente documentate, nel contesto attuale la lotta di Muhammadiyah appare funzionale al consolidamento del potere e dell’egemonia culturale, che delegittima le minoranze e perpetua l’assioma, sconfessato dalla Pancasila e dalla Costituzione ‘secolare’, secondo cui essere (pienamente) Indonesiani significhi anche ‘essere musulmani’.


Letture Consigliate

  • Damayanti, A., & Yunanto, S. (2022). From evangelization to worship restrictions: The changing characteristics of threat perception between Muslims and Christians in Indonesia. Islam and Christian-Muslim Relations, 33(4), 1–22.
  • Arifianto, A. R. (2009). Explaining the cause of Muslim-Christian conflicts in Indonesia: Tracing the origins of kristenisasi and islamisasi. Islam and Christian-Muslim Relations, 20(1), 73–89.
  • Faizah, N., Anshori, I., & Al-Rasyid, H. (2024). The Kristen Muhammadiyah and the dynamics of interfaith harmony: A hermeneutic study of pluralism in Indonesia. Journal of Islamic Philosophy and Contemporary Thought, 2(1), 1–19.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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