muhammadiyah cristianizzazione lotta
   Tempo di Lettura 16 minuti


Nel volume celebrativo per il centenario della sua fondazione (2010), Muhammadiyah – la principale organizzazione islamica modernista dell’Indonesia – presenta un bilancio della propria azione storica, sostenendo di aver mantenuto una resistenza costante alla penetrazione missionaria cristiana e alle influenze secolarizzanti e pluraliste. Secondo un capitolo specifico del libro, le missioni cristiane avrebbero adottato una strategia indiretta di lungo periodo, integrandosi nella cultura giavanese sincretica e appropriandosi di pratiche comunitarie come il banchetto rituale condiviso per favorire un’acculturazione graduale al cristianesimo. Muhammadiyah, secondo la propria narrazione, avrebbe risposto con un rinnovamento della fede che combina purificazione dottrinale e ampio impegno sociale attraverso scuole, ospedali e servizi assistenziali, rafforzando in tal modo la propria presenza religiosa e politica nel contesto pluralista indonesiano.

In its 2010 centenary commemorative volume, Muhammadiyah – Indonesia’s leading modernist Islamic organisation – offers an account of its historical role, claiming to have consistently resisted Christian missionary penetration and secularising, pluralist influences. According to a specific chapter in the book, Christian missions are said to have pursued an indirect, long-term strategy by embedding themselves in syncretic Javanese culture and adopting communal practices such as the shared ritual meal to promote gradual acculturation to Christianity. Muhammadiyah, in its own narrative, responds through a renewal of faith that combines doctrinal purification with extensive social engagement via schools, hospitals and welfare services, thereby strengthening its religious and political presence in pluralist Indonesia.

In het herdenkingsboek ter gelegenheid van haar eeuwfeest (2010) schetst Muhammadiyah – de belangrijkste modernistisch-islamitische organisatie van Indonesië – een overzicht van haar historische rol, waarbij zij claimt een aanhoudende weerstand te hebben geboden tegen christelijke zendingsactiviteiten en seculiere, pluralistische invloeden. Volgens een specifiek hoofdstuk in het boek zouden christelijke missies een indirecte, langetermijnstrategie hebben gevolgd door zich in te nestelen in de syncretische Javaanse cultuur en gemeenschapspraktijken zoals het gedeelde rituele maal over te nemen om een geleidelijke acculturatie tot het christendom te bevorderen. Muhammadiyah stelt in haar eigen verhaal dat zij hierop reageert met een vernieuwing van het geloof die zuivering van de leer combineert met brede maatschappelijke betrokkenheid via scholen, ziekenhuizen en welzijnsdiensten, waarmee zij haar religieuze en politieke positie versterkt in het pluriforme Indonesië.


Un’Opera Apologetica e Ideologica

Il libro 1 Abad Muhammadiyah: Istiqomah Membendung Kristenisasi dan Liberalisasi, Un Secolo di Muhammadiyah: La Fermezza nel contrastare la cristianizzazione e la diffusione del liberalismo, edito nel 2010 dal Majelis Tabligh dan Dakwah Khusus del Pimpinan Pusat Muhammadiyah, è un documento di grande rilevanza storica e ideologica.

Non si tratta solamente di un’opera militante, ma anche riflessiva, e questo carattere risulta abbastanza raro in organizzazioni di massa islamiche; la qualità degli interventi presenti nel libro (una serie di saggi dedicati al tema del liberalismo, della cristianizzazione e della difesa della dottrina islamica) è decisamente interessante.

1 Abad è stato pubblicato in occasione del centenario dell’organizzazione fondata da KH Ahmad Dahlan nel 1912 a Yogyakarta, e raccoglie tredici saggi curati da intellettuali interni al movimento; il suo scopo dichiarato è duplice. L’opera intende ripercorrere ‘le orme del passato’,«napak tilas», e, allo stesso tempo, riaffermare la «istiqomah», quella costanza che ha permesso a Muhammadiyah di resistere a due pericoli percepiti come esistenziali per l’identità islamica indonesiana.

Da un lato, la kristenisasi (cristianizzazione), ereditata dalle politiche coloniali olandesi e protrattasi in forme più sottili dopo l’indipendenza; dall’altro la liberalisasi, intesa come erosione secolarizzante e pluralista sintetizzata nell’acronimo SIPILIS (sekularisasi, pluralisme, liberalisasi).

Attraverso capitoli tematici, che spaziano dalla ‘purificazione‘ (intesa come ‘retta comprensione’ del Corano e degli hadith (‘detti profetici’) alla critica del pluralismo religioso, dall’influenza della massoneria e della teosofia fino alle politiche coloniali, il libro invita i lettori a rivitalizzare la missione di tajdid, il rinnovamento purificatore che Ahmad Dahlan aveva posto alla base del movimento.

Il capitolo undicesimo, firmato da Muhammad Isa Anshory e Syamsul Hidayat, contestualizza la Kristenisasi nel quadro della Politik Etis (politica etica, considerata dagli autori uno strumento per alimentare le attività missionarie, mentre il dodicesimo, invece, entra nel merito della questione culturale.

Firmato da Arif Wibowo e Mohammad Damami (e collocato alle pagine 199-213), questo contributo rappresenta il fulcro analitico del volume sul fronte della penetrazione missionaria; non si tratta di una semplice cronaca storica, ma di un’analisi militante e ragionata. Lo scopo di questo saggio sarebbe quello di‘dimostrare’ (anche razionalmente) che la budaya Jawa (la cultura di Java, flessibile e in una certa misura, sincretica) sia stata trasformata in uno strumento sofisticato di acculturazione cristiana, capace di aggirare lo scontro frontale con l’islam ‘ortodosso’.

Il tono complessivo del libro è dunque militante ma riflessivo, e adotta, replicandola, la strategia cristiana di cautela in Indonsia; per questa ragione, Muhammadiyah non si presenta come forza di contrapposizione violenta. Al contrario, il movimento viene dipinto come argine razionale e istituzionale, capace di competere con le missioni attraverso scuole, ospedali e opere sociali (amal usaha) senza mai scendere a compromessi dottrinali.

In questo quadro, il capitolo su cui ci concentriamo in questo articolo diventa emblematico, e mostra che la vera minaccia non è tanto il proselitismo esplicito (praticamente assente e in parte scoraggiato dalle leggi indonesiane), ma la lenta erosione identitaria operata attraverso rituali, concetti filosofici e narrazioni culturali che i javanesi (e per estensione gli indonsiani in generale) percepiscono come appartenenti alla propria cultura.


La Narrazione Interna della Strategia Missionaria Cristiana

Al centro del capitolo viene posta l’intuizione/riflessione che le missioni cristiane, soprattutto quelle gesuite e protestanti attive dal XIX secolo, abbiano adottato una strategia di lungo periodo; gli autori ritengono che i leaders cristiani abbiano coscientemente rinunciato ad imporre una rottura netta con le tradizioni locali.

I missionari, invece, avrebbero scelto di integrarsi nella budaya Jawa (cultura di Java) per renderla veicolo di un cristianesimo contestualizzato e inculturato; gli autori ricostruiscono con precisione questo meccanismo, servendosi di fonti storiche e di analisi orientaliste o considerate tali.

La Kerstening Politiek, la politica esplicita di cristianizzazione promossa dal governo coloniale olandese a partire dagli anni Venti del XIX secolo, trovò (secondo la tesi degli autori) nel secolo successivo un alleato ancora più insidioso nella Politik Etis (Politica Etica), adottata dal 1901. Quest’ultima, presentata come «etica» e modernizzatrice, in realtà facilitò la diffusione di scuole, ospedali e istituzioni missionarie che operavano in aree di sincretismo diffuso.

Una figura centrale di questa strategia sarebbe stata Frans van Lith, un missionario gesuita che operò a Muntilan e che divenne simbolo di questa posizione; egli, in effetti, non chiedeva ai convertiti di abbandonare la loro cultura originaria, quella giavanese. Al contrario, li invitava a restare giavanesi nella lingua, nei costumi e nei riti, purché accettassero il battesimo e la dottrina cristiana; in questo modo, egli separava consapevolmente gli elementi culturali pre-islamici dal substrato islamico.

In tale ambito, il kejawen, la mistica giavanese sincretica, era considerato come un terreno estremamente fertile per la penetrazione del messaggio cristiano; un ruolo intellettuale decisivo, poi, viene attribuito allo studioso gesuita P.J. Zoetmulder. Costui fu autore, nel 1935, di una dissertazione, Pantheisme en Monisme in de Javaansche Soeloek-Litteratuur (Panteismo e monismo nella letteratura di Giava e Solo), viene citata come esempio paradigmatico di orientalismo.

Zoetmulder minimizzò l’influenza islamica sulla letteratura suluk (mistica giavanese) e enfatizzò invece i paralleli con il monismo indù-buddhista; concetti come Manunggaling Kawula Gusti, l’unità mistica tra servo e Signor e, vennero reinterpretati in chiave cristiana, come se rappresentassero una prefigurazione della comunione tra uomo e Dio anziché un’espressione del tasawuf islamico.

Allo stesso modo, rituali collettivi come il selamatan (un banchetto comunitario rituale) furono gradualmente «cristianizzati»: le preghiere islamiche vennero sostituite o affiancate da formule cristiane, mantenendo però la forma esteriore giavanese.

Gli autori non esitano a usare termini forti e ideologici, come «manipolazione» e di «penetrazione halus» (sottile/subola); in tale ambito, Snouck Hurgronje, accademico e consigliere coloniale, viene ricordato per aver suggerito di sostenere un islam «tollerante» e abangan (nominale, di facciata), maggiormente permeabile alle influenze esterne, mentre si reprimera il santri ortodosso.

Si consideri, in particolare, questo estratto,

Pada saat yang sama, ketika rencana Snouck mulai diterapkan dengan membuka
sekolah massal dengan sistem pendidikan modern untuk kaum pribumi, umat Islam
mendapatkan tekanan yang kuat dengan dikeluarkannya Ordonansi Guru.
Ordonansi pertama yang dikeluarkan pada tahun 1905 mewajibkan setiap guru
agama Islam untuk meminta dan memperoleh izin terlebih dahulu, sebelum
melaksanakan tugasnya sebagai guru agama. Sedangkan ordonansi kedua yang
dikeluarkan pada tahun 1925, hanya mewajibkan guru agama melaporkan diri.
Kedua ordonansi ini dimaksudkan sebagai media pengontrol bagi pemerintah
kolonial untuk mengawasi sepak terjang para pengajar dan penganjur agama Islam di negeri ini
.

Allo stesso tempo, quando il piano di Snouck iniziò a essere attuato con l’apertura di scuole di massa con un sistema educativo moderno per gli indigeni, i musulmani subirono una forte pressione con l’emissione dell’Ordinanza sui Maestri. La prima ordinanza, emessa nel 1905, obbligava ogni insegnante di religione islamica a richiedere e ottenere un permesso in anticipo, prima di svolgere il suo compito come insegnante di religione. La seconda ordinanza, emessa nel 1925, obbligava solo gli insegnanti di religione a registrarsi. Entrambi questi ordinamenti erano intesi come un mezzo di controllo per il governo coloniale per sorvegliare le attività degli insegnanti e dei promotori della religione islamica in questo paese.

Wibowo, A., & Damami, M. (2010). Misi Kristen melalui budaya Jawa: Tantangan bagi Muhammadiyah. In Majelis Tabligh dan Dakwah Khusus Pimpinan Pusat Muhammadiyah (Ed.), 1 abad Muhammadiyah: Istiqomah membendung kristenisasi & liberalisasi. P. 210.

Si tratta di un’osservazione corretta, che riflette la politica olandese nell’arcipelago, e che viene colta perfettamente dagli autori dell’articolo, mostrando una capacità riflessiva non comune, ma che qualifica un lavoro di elevata qualità.

L’effetto complessivo, secondo Wibowo e Damami, è stato duplice, di indebolire il panislamismo anticoloniale (come nelle guerre di Diponegoro o Aceh), e, allo stesso tempo, di porre le condizioni per un sincretismo che rende l’islam una delle religioni esistenti, sottraendole la tradizionale (e mai smentita) presunzione di supremazia o superiorità.

Questa analisi non rimane astratta, e gli autori mostrano come l’approccio culturale abbia prodotto risultati concreti, quali le conversioni tra le élite giavanesi, la fondazione di comunità cristiane che conservano nomi e costumi locali. A tale quadro si aggiungerebbe (secondo questa visione) una narrazione ‘orientalista’ che continua ad influenzare studi accademici e turismo culturale; la budaya Jawa, lungi dall’essere neutra, diventa dunque arena di contesa teologica.


La Reazione di Muhammadiyah: l’Istituzionalizzazione della ‘Resistenza

Di fronte a questa sfida, gli autori non propongono una reazione emotiva o conflittuale, ma quella che sarebbe già stata tracciata da Ahmad Dahlan; un tajdid (rinnovamente, rivitalizzazione) profondo e culturale. Muhammadiyah, dunque, avrebbe la funzione di «islamizzare» gli elementi autentici della budaya Jawa, ‘purificandoli’ da quelle che sono percepite come ‘innovazioni’ e ‘errori’.

Viene dunque proposto un atteggiamento pro-attivo, che non si limita a contrastare (ideologicamente e mediante azioni non violente) le riletture cristiane; per questa ragione, le tradizioni giavanesi non devono essere rimosse (come invece suggeriscono i salafiti) ma re-interpretate alla luce della dottrina islamica considerata ‘corretta’. Secondo questa visione, anche il banchetto rituale a cui si è accennato in precedenza (selamatan) o il teatro delle marionette (wayang) devono essere riletti alla luce dei principi islamici.

Pertanto, anche la dakwah (o dawah, lett. annuncio/predicazione) dovrebbe essere inculturata e rispettosa delle tradizioni locali (nella misura in cui esse non contraddicono i principi fondamentali della dottrina islamica ovviamente), ma senza diventare sincretica e ambigua da un punto di vista islamico.

La reazione pro-attiva suggerita non contempla solamente un aspetto ideologico, ma anche pratico, in accordo con il principio islamico di ‘amal usaha’, letteralmente ‘attività benefiche‘ con una evidente utilità sociale che non si limiti alla comunità islamica. Si tratta di opere caritatevoli e/o educative o sanitarie, come scuole e ospedali o altre iniziative che apportano benefici alla comunità nel suo complesso.

Del resto, Muhammadyah ha dimostrato (o perlomeno questa è la percezione che intende trasmettere) che già a partire dal periodo coloniale è stato possibile sul piano dei servizi senza compromettere l’aspetto dottrinario. Attualmente, in un contesto di media globalizzati questa strategia appare valida, mediante la formazione di riconoscere e contrastare le nuove forme di penetrazione religiosa, vera o presunta, come il turismo culturale, i dialoghi interreligiosi, e il pluralismo.

Il capitolo si chiude con un appello alla resistenza ‘istiqomah’, e rivela il suo carattere politico, anche se colto e apparentemente ‘scientifico’; in realtà, l’intero articolo è costruito sull’idea di una dottrina da difendere rispetto ad una cristianizzazione che sembra più teorica che concreta. Per questa ragione, vengono scelti brani per confermare la tesi di Muhammadiyah e la sua presunta missione di argine rispetto a fenomeni (come la diffusione, vera o presunta di idee liberali) che che appaiono più come sfide culturali e ideologiche di lungo periodo da gestire piuttosto che come minacce immediate da combattere.


Letture Consigliate

  • Latief, H., & Nashir, H. (2020). Local dynamics and global engagements of the Islamic modernist movement in contemporary Indonesia: The case of Muhammadiyah (2000-2020). Journal of Current Southeast Asian Affairs, 39(2), 123–146.
  • Kim, H. J. (2024). Purifying the faith, acting for progress: Reinterpreting Muhammadiyah. Al-Jāmi‘ah: Journal of Islamic Studies, 62(1), 1–28.
  • Wibowo, A., & Damami, M. (2010). Misi Kristen melalui budaya Jawa: Tantangan bagi Muhammadiyah. In Majelis Tabligh dan Dakwah Khusus Pimpinan Pusat Muhammadiyah (Ed.), 1 abad Muhammadiyah: Istiqomah membendung kristenisasi & liberalisasi (pp. 199–213).

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *