Dalle fonti missionarie interne dell’epoca coloniale alla Jakarta contemporanea, l’articolo ricostruisce la lunga traiettoria del protestantesimo urbano nelle Indie Orientali Olandesi, mostrando come strategie, limiti e frustrazioni della missione ottocentesca abbiano contribuito a modellare il pluralismo religioso dell’Indonesia moderna.
Drawing on internal Protestant missionary sources from the Dutch colonial period, this article traces the long-term development of Christian communities in Batavia/Jakarta, highlighting how colonial-era strategies and constraints shaped the religious pluralism of contemporary Indonesia.
Aan de hand van interne protestantse zendingsbronnen uit de Nederlandse koloniale periode onderzoekt dit artikel de langetermijnontwikkeling van christelijke gemeenschappen in Batavia/Jakarta, en laat het zien hoe koloniale zendingsstrategieën en hun beperkingen hebben bijgedragen aan het religieuze pluralisme van het hedendaagse Indonesië.
La Missione dal suo interno
La storia delle missioni nel periodo coloniale olandese deve necessariamente partire ed essere informata dai numerosi documenti interni che sono stati pubblicati dai diversi enti che ne erano responsabili. Nel caso delle Indie Orientali Olandesi sono fondamentali le relazioni di organi come Java-Comité e altre istituzioni religiose; organi di stampa come il Geillustreerd Zendingsblad voor het Huisgezin (Rivista Missionaria Illustrata per la Famiglia), sono davvero fonti preziose per comprendere il funzionamento di un sistema talmente complesso.
L’edizione di febbraio del 1902 permette di avere un’idea abbastanza precisa del lavoro missionario e della dimensione delle comunità cristiane nella colonia olandese; si ricorda, a questo proposito, che il menzionato Java Comité era stato fondato nel 1855 ad Amsterdam come sezione missionaria per la diffusione del vangelo nelle Indie Olandesi, con un ruolo centrale nel coordinamento e nel finanziamento delle attività evangeliche sull’isola di Giava e non solo.

Una parte rilevante del lavoro missionario era costituito dall’aspetto finanziario, che non sempre era garantito dal governo coloniale, specialmente nelle aree in cui l’evangelizzazione era ancora recente; per questo motivo, il mensile ricorda l’importanza di contriuire alle collette.
La missione tra i Maduresi richiede un rafforzamento. Su questo abbiamo richiamato più volte l’attenzione in questo periodico, e tale convinzione ha portato alla fondazione del nostro “Fondo Looman per la missione tra i Maduresi”.
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Abbiamo fatto realizzare un elegante libretto per le collette, rilegato in tela e illustrato, di cui pubblichiamo in questo numero alcune pagine a titolo di esempio (cfr. p. 13). I bisogni dei Maduresi a Java e a Madura vengono posti con forza all’attenzione dei lettori. Uno sguardo alla storia è chiarito mediante mappe e tavole illustrative. Si richiamano le spese necessarie legate all’accoglienza, alla formazione ulteriore, all’invio e, in seguito, all’insediamento del nostro fratello F. Schelfhorst. E passi della Sacra Scrittura, insieme a citazioni di T. M. Looman, J. P. Esser ed Emil Frommel, esortano a collaborare attivamente.
Ons Collecteboekje, Il nostro libretto per le collette, Geillustreerd Zendingsblad voor het Huisgezin, January-February 1902, p. 1.
Si tratta, dunque, di un progetto concreto, che richiede continuamente dei fondi per operare, specialmente in aree che sono ostili all’evangelizzazione e che richiedono sforzi maggiori per essere svolti con efficacia.
La Situazione a Batavia nel 1902
Batavia era il centro amministrativo delle Indie Orientali Olandesi, e, di conseguenza, non poteva essere considerata un’area di nuova evangelizzazione; ciò nonostante, la penetrazione del cristianesimo era ancora limitata all’inizio del XX secolo. Le testimonianze di tale situazione sono numerose, come quella fornita dal Geillustreerd Zendingsblad; succedeva spesso, poi, che Batavia fosse una residenza temporanea, e che molti convertiti si stabilissero in altre aree dell’arcipelago.
Il numero dei membri della comunità cinese si è recentemente ridotto più volte a causa di partenze e decessi. Il fratello Geissler ci comunicava il 20 settembre dello scorso anno che tre famiglie avevano lasciato Batavia: la famiglia Kim San, composta da marito e due figli; Gouw Yoe Leng con la moglie e un figlio; e Sin You con la moglie e tre figli.
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Nel riferire questi fatti, al fratello Geissler sfugge un sospiro. Sentiamolo parlare: “In questo modo non potremo mai ottenere una comunità fiorente, tanto meno una comunità autonoma. A Batavia si mira soprattutto a guadagnare molto denaro. Quando si è messo al sicuro il proprio benessere, ci si ritira e ci si preoccupa ben poco delle vicende di una comunità nella quale si è trovato il Redentore e nella quale si è stati rafforzati nella fede mediante la predicazione della Parola. Purtroppo, così è anche altrove”.
Medeelingen van het Java-Comité, Comunicazioni del Java-Comité, Geillustreerd Zendingsblad voor het Huisgezin, January-February 1902, p. 2.
L’accento sulla costruzione di comunità cristiane stabili e resilienti è evidente, e coerente con la natura della pubblicazione, destinata alle famiglie, e rivela la strategia sottostante più ampia, che mirava a creare un tessuto sociale, in qualche modo alternativo a quello islamico maggioritario. Pur restando il cristianesimo una presenza strutturalmente minoritaria, un maggiore radicamento nella realtà urbana di Batavia costituiva un obiettivo comprensibile e costantemente perseguito, la cui mancata realizzazione alimentava una diffusa frustrazione tra i missionari.
Batavia era infatti soprattutto uno spazio economico e amministrativo, orientato al profitto e alla mobilità sociale, non il luogo di comunità cristiane destinate a consolidarsi nel lungo periodo; essa rimaneva la sede delle istituzioni coloniali più che di una gemeente stabile e autosufficiente. Tale obiettivo sarà raggiunto solo decenni più tardi, in un’Indonesia ormai indipendente; nondimeno, quel risultato affonda le proprie radici nel lavoro missionario svolto in epoca coloniale, che preparò lentamente il terreno umano, educativo e religioso su cui si sarebbe innestato il successivo sviluppo del cristianesimo urbano.
Jakarta nel 2026
Nel 2026, 124 anni dopo la pubblicazione dell’articolo considerato in precedenza, si osserva una situazione molto diversa a Jakarta; oltre al cambiamento del nome, in seguito all’indipendenza ottenuta tra il 1945 e il 1949, la capitale si presenta come un laboratorio di pluralismo religioso, in un Paese che occasionalmente è interessata da episodi di intolleranza islamica.

Come si evince dal grafico riportato, la presenza cristiana, specialmente protestante, è notevole, e riflette la lunga storia della città che, da centro amministrativo di una colonia olandese, è diventata la capitale di un Paese a maggioranza islamica in cui vivono circa 287 milioni di persone. Attualmente, si registra un cambiamento radicale della strategia missionaria, di cui sono incaricati membri indigeni e non più stranieri, inseriti in una pluralità di denominazioni, sinodi e federazioni ecclesiastiche che strutturano il protestantesimo nell’Indonesia postcoloniale.
Tale riconfigurazione non rappresenta una cesura netta rispetto all’epoca coloniale, ma l’esito di un processo di lungo periodo, preparato dal lavoro missionario svolto tra XIX e XX secolo e adattato alle nuove condizioni politiche, sociali e religiose dello Stato indipendente. Di fatto, nell’area metropolitana di Jakarta è possibile individuare quartieri e distretti urbani con una presenza cristiana significativa, talora maggioritaria, pienamente inseriti e funzionalmente integrati in un contesto cittadino a netta prevalenza islamica sunnita.
Una Sostanziale Continuità
In definitiva, l’analisi delle fonti missionarie interne, come il Geïllustreerd Zendingsblad e le comunicazioni del Java-Comité, consente di osservare la missione non come un fenomeno monolitico o esclusivamente ideologico, ma come un insieme di pratiche quotidiane, di aspettative spesso frustrate e di strategie adattive elaborate all’interno di un contesto coloniale complesso e plurale.
Le difficoltà riscontrate a Batavia all’inizio del XX secolo, come la mobilità dei convertiti, la fragilità delle comunità, e la subordinazione alle logiche economiche urbane, non rappresentano un fallimento della missione, ma ne delineano con chiarezza i limiti strutturali e, al contempo, la portata di lungo periodo.
La Jakarta contemporanea, con la sua configurazione religiosa articolata e con una presenza cristiana ormai radicata nello spazio urbano, mostra come gli esiti del lavoro missionario coloniale siano stati differiti nel tempo piuttosto che immediati. La transizione da una missione guidata da attori europei a chiese prevalentemente indigene non rimuove o interrompe il passato coloniale, ma lo rielabora, trasformando strumenti, linguaggi e obiettivi.
In questo senso, la missione ‘dal suo interno’, come emerge dalle fonti analizzate in questo breve articolo, appare come una fase fondativa di processi religiosi e sociali che continuano a modellare il panorama confessionale dell’Indonesia urbana contemporanea. Il passaggio all’Indonesia indipendente ha paradossalmente portato a compimento uno sforzo maturato in un contesto coloniale che, pur apparendo a prima vista più favorevole, non aveva consentito il pieno consolidamento delle comunità cristiane. È proprio nel quadro postcoloniale che quell’eredità si è tradotta nella formazione di attori ecclesiali maturi, capaci di strutturare comunità cristiane stabili, resilienti e radicate nel tessuto sociale locale.
Letture Consigliate
- Steenbrink, K. (1993). Dutch colonialism and Indonesian Islam: Contacts and conflicts, 1596–1950. Amsterdam: Rodopi.
- Colombijn, F., & Coté, J. (Eds.). (2015). Cars, conduits, and kampongs: The modernization of the Indonesian city, 1920–1960. Leiden: Brill.
- Porter, A. (2004). Religion versus empire? Manchester: Manchester University Press.

