La Repubblica Islamica dell’Iran conta, ad oggi, oltre 92 milioni di persone, ed ha una delle spese militari e di sicurezza più alte nella regione; nella figura sotto riporto i dati stimati sulle forze di sicurezza iraniane (Guardie della Rivoluzione, ecc).

Nota: dati stimati su base open source; le cifre reali possono variare per opacità del bilancio iraniano.
In base ai dati disponibili l’Iran si presenta come un Paese fortemente militarizzato, in cui sono presenti diverse milizie, inquadrate nelle istituzioni ufficiali; colpisce il fatto che le Guardie Armate della Rivoluzione, unitamente alla milizia Basij siano numericamente superiori alle forze armate regolari. Tale situazione riflette la priorità del regime di ‘difendere la rivoluzione’, un compito che nel corso di queste proteste ha trasformato il malcontento in una sorta di conflitto interno a bassa intensità, con tratti riconducibili a una forma di guerra civile latente.
È in questo contesto che emerge con particolare evidenza la fragilità del modello iraniano, in un Paese in cui il mantenimento di un apparato securitario così esteso assorbe circa un terzo del bilancio statale, l’insorgere di una crisi economica profonda, come quella attuale, segnata da un’inflazione estremamente elevata e da una progressiva erosione del potere d’acquisto, tende inevitabilmente a produrre tensioni sistemiche, riducendo i margini di sostenibilità politica e sociale del regime stesso.
Nel medio periodo, la combinazione di militarizzazione estesa, crisi economica persistente e perdita di legittimità sociale rischia di innescare una spirale auto-alimentata; un aumento dell’insicurezza del regime comporta una maggiore dipendenza dalla coercizione. Allo stesso tempo, una maggiore coercizione causa la progressiva erosione del consenso e della sostenibilità economica.
In assenza di riforme strutturali, che sembrano alquanto improbabili, questo equilibrio instabile appare destinato a produrre costi crescenti, sia sul piano interno sia sul piano regionale, rendendo la stabilità iraniana sempre più fondata sulla forza e sempre meno sulla governance. Si tratta di un modello che evidentemente non è sostenibile, e che necessita di interventi urgenti;
Particolarmente preoccupanti risultano l’inflazione persistentemente elevata e il crollo repentino del rial iraniano, che in pochi giorni hanno amplificato l’instabilità economica e ridotto in modo significativo il potere d’acquisto degli iraniani, aggravando tensioni sociali già diffuse.
Questa dinamica monetaria ha avuto effetti immediati e tangibili sul tessuto sociale, in quanto la rapida svalutazione del rial ha innescato un meccanismo di trasmissione inflazionistica accelerata, in cui l’aumento dei prezzi precede spesso l’adeguamento dei redditi, già strutturalmente compressi. In assenza di efficaci strumenti di compensazione, come sussidi indicizzati, ammortizzatori sociali credibili o politiche salariali coerenti, ampie fasce della popolazione si sono trovate esposte a una perdita improvvisa di capacità di spesa. Il risultato è una maggiore vulnerabilità economica non solo tra i ceti popolari, ma anche tra segmenti della classe media urbana, tradizionalmente considerati uno dei pilastri della stabilità sociale del Paese.
Sul piano macroeconomico, il crollo del rial riflette una crisi di fiducia sistemica più che una semplice fluttuazione valutaria; le aspettative negative su inflazione futura, sostenibilità del bilancio e accesso alle riserve in valuta estera hanno spinto famiglie e imprese a rifugiarsi in beni reali e valute forti, alimentando una spirale auto-rinforzante. In tale contesto, la capacità della Banca centrale di intervenire appare limitata, sia per la scarsità di strumenti credibili sia per i vincoli politici che ne riducono l’autonomia decisionale. La moneta, più che uno strumento di politica economica, diventa così un indicatore della fragilità dello Stato.

Le implicazioni politiche di questo scenario sono rilevanti, e in un sistema in cui una quota significativa delle risorse pubbliche è destinata alla sicurezza e alla difesa del regime, la crisi monetaria ed inflazionistica riduce drasticamente i margini di manovra per politiche redistributive o riforme economiche strutturali. Ne deriva un circolo vizioso difficile da disinnescare senza interventi strutturali che sono ostacolati dalla volontà politica della dirigenza del Paese.
In questa prospettiva, l’instabilità economica non rappresenta soltanto uno sfondo delle proteste, ma ne costituisce uno dei principali motori; l’inflazione e il collasso valutario agiscono come moltiplicatori di tensioni preesistenti, accelerando la trasformazione del disagio sociale in contestazione politica aperta. Senza un’inversione di tendenza sul piano economico, difficilmente realizzabile senza cambiamenti significativi nella gestione delle risorse e nelle priorità di spesa pubblica, il rischio è che la Repubblica Islamica continui a muoversi lungo una traiettoria di instabilità controllata, sempre più costosa e sempre meno sostenibile nel lungo periodo.

