Nel XIX secolo, il pamphlet “Native Indian Judges” di Hobhouse (1883) analizza le tensioni razziali nel sistema giudiziario britannico in India, sostenendo l’integrazione di giudici nativi per stabilità imperiale. Basato su fonti come il Charter Act (1833) e l’Ilbert Bill, contrappone supremazia razziale a inclusione, confrontando con il pluralismo del Landraad olandese. Rivela la giustizia coloniale come strumento di controllo asimmetrico, anticipando eredità ibride post-coloniali in Asia.
In the 19th century, Hobhouse’s pamphlet “Native Indian Judges” (1883) examines racial tensions in Britain’s Indian judicial system, advocating native judges’ integration for imperial stability. Drawing on sources like the Charter Act (1833) and Ilbert Bill, it contrasts racial supremacy with inclusion, comparing to the Dutch Landraad’s pluralism. It reveals colonial justice as an asymmetric control mechanism, foreshadowing hybrid post-colonial legacies in Asia.
In de 19e eeuw analyseert het pamflet “Native Indian Judges” van Hobhouse (1883) raciale spanningen in het Britse gerechtelijke systeem in India, en pleit voor integratie van inheemse rechters voor imperiale stabiliteit. Gebaseerd op bronnen zoals de Charter Act (1833) en de Ilbert Bill, zet het raciale superioriteit af tegen inclusie, en vergelijkt met het pluralisme van het Nederlandse Landraad. Het onthult koloniale justitie als asymmetrisch controlemiddel, voorspellend hybride postkoloniale erfenissen in Azië.
Il Destino Imperiale
Dall’esame dei documenti coloniali, come il pamphlet ‘Native Indian Judges’ di Arthur Hobhouse (1883), integrato dai contributi di C.C. MacRae, emerge un quadro articolato di tensioni strutturali nel sistema giudiziario britannico in India.
Questa fonte, radicata nelle riforme del XIX secolo, difende l’integrazione dei giudici nativi come un passo essenziale per la stabilità imperiale, contrapponendo la retorica dell’uguaglianza alla prassi della supremazia razziale. Basandomi su fonti primarie come le minutes (resoconti) di Sir Thomas Munro (1824), i dibattiti sul Charter Act del 1833 e le opposizioni al Ilbert Bill, analizzerò come questa evoluzione rappresenti un meccanismo geopolitico per legittimare il dominio britannico, pur rimanendo incompiuta di fronte a resistenze interne.

Il confronto con sistemi coloniali paralleli, come il Landraad olandese nelle Indie Orientali, sottolinea le divergenze nel pluralismo giuridico, dove gli olandesi cooptavano élite locali in modo più sistematico ed efficiente, assicurando un controllo più uniforme.
Hobhouse e MacRae sostengono che l’impiego di nativi indiani in ruoli giudiziari non è solo una questione di efficienza, ma anche (e soprattutto) un imperativo morale e politico per promuovere il benessere della popolazione indigena e garantire la longevità del dominio britannico.
Il documento del 1883 si esprime in questi termini,
” Are we to keep the people of India ignorant in order that we may keep them submissive ? or do we think that we can give them knowledge without awakening ambition ? or do we mean to awaken ambition and to provide it with no legitimate vent? Whowill answer any of these questions in the affirmative? Yet one of them must be answered in the affirmative by every person who maintains that we ought to exclude the Native from high office. I have no fears. The path of duty is plain before us, and it is also the path of wisdom, of national prosperity, of national honour.”
“Dobbiamo mantenere il popolo dell’India nell’ignoranza affinché rimanga sottomesso? O pensiamo di poter dare loro conoscenza senza risvegliare l’ambizione? O intendiamo risvegliare l’ambizione e non darle alcuna legittima via d’uscita? Chi risponderà affermativamente a una di queste domande? Eppure una di esse deve essere risposta affermativamente da ogni persona che sostiene che dovremmo escludere i Nativi dalle alte cariche. Non ho paura. Il cammino del dovere è chiaro davanti a noi, ed è anche il cammino della saggezza, della prosperità nazionale, dell’onore nazionale.”
British India Committee, Native India Judges, William Reeves, London, 1883, p. 10
L’autore del pamphlet si interroga sul futuro del dominio coloniale britannico, e suggerisce di integrare i nativi nelle cariche civili e militari; si tratta di un’impostazione che sarebbe stata capace di garantire un controllo coloniale più saldo.
Ad essere contrapposte sono due visioni opposte della governance, una basata sulla supremazia britannica attraverso l’esclusione razziale, che rischiava di avere un “fine breve e disastroso”; un’altra, invece, era orientata allo sviluppo indiano mediante una modesta ma reale inclusione, portando ad una “eutanasia” graduale del controllo imperiale.
Citando Munro (1824), Hobhouse sottolinea che i nativi possiedono “abilità naturali pari agli europei”, con un “campo di selezione molto più ampio” per talenti. MaRrae aggiunge che il Ilbert Bill sostituisce la “disqualificazione razziale” con la “qualificazione personale provata”, allineandosi alla Proclamation della Regina (1858), che prometteva accesso imparziale agli uffici pubblici “indipendentemente da razza o credo”.
Questo modello, basato sull’integrazione, sarebbe stato capace di prevenire il declino nazionale causato dall’ozio, e, allo stesso tempo, di rafforzare la lealtà indigena, trasformando la giustizia in uno strumento di coesione piuttosto che di mera repressione.
Le Principali Riforme Storiche
Il percorso verso l’integrazione, secondo l’autore del pamphlet, affondava le radici nel Charter Act del 1833, che nella Sezione 87 proibiva (formalmente) discriminazioni basate su “religione, luogo di nascita, discendenza o colore”, aprendo gli uffici ai nativi e sottoponendo gli europei ai tribunali locali. Come sottolineato da Grant nei dibattiti parlamentari, nessun europeo poteva entrare in India “se non in connessione con gli interessi dei nativi”.
Alla legislazione del 1833 seguirono il “Black Act” del 1836, che estese la giurisdizione civile dei tribunali nativi su tutti, inclusi gli europei, e l’Act del 1872, che concesse ai magistrati britannici poteri limitati sui connazionali che commettevano reati minori. Il Codice Penale Indiano (1860) e il Codice di Procedura Penale (1872), poi, posero le basi per ulteriori riforme, mentre l’Act del 1870 facilitò l’ingresso dei nativi nel Covenanted Civil Service tramite esami di merito.

In questo processo si rivelò rilevante il menzionato Ilbert Bill (1883), proposto dal governo del Bengala e sostenuto da gran parte delle amministrazioni locali (eccetto Coorg), che mirava a estendere una limitata giurisdizione penale dei nativi qualificati su cittadini europei, mantenendo appelli e giurie. Hobhouse, ancora, cita MacCaulay (1833) per enfatizzare che queste riforme non erano affatto filantropiche, ma strategiche per evitare che l’esclusione perpetuasse disuguaglianze destabilizzanti.
Esempi Specifici di Giudici e Casi
Il pamphlet abbonda di esempi concreti che confutano i timori razziali, e riferiscono di giudici nativi come Sumboonath Pundit, Dwarkanath Mitter e Romesh Chunder, che servirono nelle High Courts di Calcutta, gestendo casi gravi e complessi con imparzialità. Casi emblematici, in questo senso, includono Mr. Gupta, magistrato nativo a Calcutta che esercitò piena giurisdizione ma fu trasferito nei Mofussil per incapacità di giudicare europei; Il signor Dutt, secondo negli esami ICS, rimosso da Dacca a causa dell’afflusso europeo per lavori ferroviari. Il signor Tagore, infine, era giudice di sessione a Kanara con 18-20 anni di servizio distinto, e venne minacciato di trasferimento per lo stesso motivo.
Hobhouse richiama il caso del 1836, dove gli oppositori evocavano scenari apocalittici di “figure nude e scarmigliate” a giudicare inglesi, ma nei 50 anni successivi non si verificarono gli incidenti temuti; un magistrato distrettuale imprigionò un inglese per aver percosso un nativo (1872), sentenza confermata senza spargimenti di sangue. MacRae cita Ceylon come modello, in quanto in quel luogo, i nativi giudicavano europei senza fughe di capitali, dimostrando che l’integrazione funzionava in contesti culturalmente affini.

Le opposizioni, principalmente dal “non-official English community” in India, rivelano le fratture razziali dell’impero; Lord Salisbury (1883) definì il Ilbert Bill un pericolo per la “vita e l’onore” degli inglesi, esposti a “tribunali colorati” in terre remote, prevedendo fughe di capitali e rovina commerciale. Stereotipi di parzialità nativa, corruzione e incomprensione delle abitudini europee alimentarono la resistenza ai cambiamenti proposti, echeggiando le proteste al Black Act del 1836.
Lord Lytton argomentò per mantenere lo status quo, mentre Hunter osservò come i nativi fossero esclusi da distretti desiderabili con presenza europea; Hobhouse e MacRae controbattono con evidenze empiriche. Dalle prove presentate, non emerge alcuna crisi in mezzo secolo di giurisdizione civile nativa, e salvaguardie come giurie e appelli rendono infondate le paure di coloro che avrebbero preferito mantenere l’esclusione dei nativi. Questa prospettiva, secondo i suoi critici, ignorava il successo in Presidency towns e rafforza un “orgoglio nobile” nei nativi, come espresso da Khan e Pal, trasformando la giustizia in un ponte di lealtà piuttosto che un’arma di divisione.
Sistemi Coloniali a Confronto
In un’analisi comparativa, il sistema britannico si differenzia dal Landraad olandese nelle Indie Orientali Olandesi, in cui i tribunali misti includevano jaksa indigeni e penghulu per questioni islamiche, applicando un pluralismo giuridico di fatto. Il sistema olandese, come noto, formato dal diritto tradizionale, adat, norme coraniche e diritto olandese, si basava sulla cooptazione delle élite locali per il controllo imperiale.
In India, l’integrazione è stata più reticente, e focalizzata sul progetto di anglicizzare la common law mediante limitate concessioni alle tradizioni induiste e islamiche; gli olandesi usavano la giustizia per la penetrazione capillare nei distretti che amministravano; i britannici, invece, la consideravano uno strumento di uniformità, come risulta evidente nei dibattiti sul Ilbert Bill, che echeggiavano resistenze simili ma con esiti più conservatori.
Si tratta dunque di due modelli differenti, in cui gli elementi locali sono stati impiegati come strumento di stabilizzazione del dominio imperiale; entrambi, tuttavia, rivelano una tensione costitutiva tra assimilazione e repressione, dove la legalità formale serviva a giustificare e perpetuare l’asimmetria di potere. In questo modo, sono state create eredità ibride nei sistemi giudiziari post-coloniali di Indonesia e India, che ancor oggi includono elementi autoctoni ed europei.
Questo pamphlet rivela, in ultima analisi, che anche l’impero britannico non è stato immune ai dibattiti e alle controversie interne, e che la colonizzazione è stata, come altrove, soggetta a critiche interne agli stessi Paesi colonizzatori.
Letture Consigliate
- Wesseling, H.L. (2004). The European Colonial Empires 1815–1919. Pearson Education.
- Burbank, J. & Cooper, F. (2010). Empires in World History: Power and the Politics of Difference. Princeton University Press.
- Darwin, J. (2012). Unfinished Empire: The Global Expansion of Britain. Allen Lane / Penguin.

