Il 28 febbraio del 2026, la morte di Ali Khamenei, la ‘Guida Suprema’ dell’Iran per quasi 37 anni, in un attacco congiunto americano-israeliano, ha suscitato in Indonesia (e nel mondo islamico in generale) un’ondata di cordoglio ufficiale e preghiere collettive. Le principali organizzazioni islamiche sunnite – Nahdlatul Ulama (NU), Muhammadiyah e il Majelis Ulama Indonesia (MUI) – hanno espresso profondo dolore, e talvolta hanno definito Khamenei come “martire”, mentre i fedeli sono stati invitati a recitare preghiere di supplica per l’Iran e il suo popolo.
Come noto, l’Indonesia è un Paese a stragrande maggioranza sunnita, e tale reazione verso la morte violenta di un leader sciita potrebbe sembrare contro-intuitiva, ma si tratta di un paradosso apparente, quando si considera che la minoranza sciita locale (meno dell’1-2% della popolazione musulmana) subisce da anni forme di discriminazione sociale, fatawa locali di devianza e, in alcuni casi, violenze. Eppure, di fronte alla morte del massimo leader della Repubblica Islamica sciita, le stesse organizzazioni hanno scelto la solidarietà, ignorando o accantonando la teologia e la dottrina religiosa.
Questo comportamento illustra con chiarezza la prevalenza della geopolitica sulla teologia quando entra in gioco un nemico percepito come comune, come Israele, o gli Stati Uniti d’America, che rappresentano l’occidente.
Dal punto di vista teologico, le differenze tra sunnismo e sciismo restano profonde, e permangono notevoli divergenze sulla successione al ‘Profeta’, sul ruolo dell’imam, su pratiche rituali e autorità religiosa. In Indonesia, tali differenze hanno spesso giustificato diffidenza o aperta ostilità verso gli sciiti locali, accusati talvolta di introdurre “insegnamenti devianti” o di rappresentare un’influenza esterna iraniana.
Tuttavia, nel momento in cui Khamenei è stato eliminato da un’azione militare di Stati Uniti e Israele, due attori storicamente associati in Indonesia all’“oppressione sionista” e all’imperialismo occidentale, la narrazione dominante è diventata quella politica. L’Iran è stato inquadrato non come “regime sciita eretico”, ma come vittima di aggressione e simbolo di resistenza alla causa palestinese, alla quale l’opinione pubblica indonesiana è profondamente legata.

Le dichiarazioni ufficiali lo confermano, in quanto ufficialmente il cordoglio è stato motivato dalla “violazione del diritto internazionale”, dalla “brutalità dell’attacco” e dal bisogno di unità dell’ummah (comunità islamica) di fronte a un’ingiustizia esterna. Si tratta del consueto arsenale ideologico e interpretativo messo in atto quando un Paese islamico è coinvolto in una guerra, considerato la sola vittima, a prescindere dalle reali responsabilità, come già osservato su questa rivista.
Le differenze confessionali sono state esplicitamente ignorate, e come ha riconosciuto uno dei responsabili del MUI, la simpatia (intesa come partecipazione emotiva e ideologica) per l’Iran come vittima può superare le divergenze settarie.
Del resto, questo meccanismo non è nuovo, e la storia contemporanea offre numerosi esempi in cui identità religiose rigide vengono temporaneamente sospese quando emerge un avversario geopolitico più forte. In questi casi, le divergenze religiose vengono sostituite da tematiche comuni come l’anti-colonialismo, l’anti-sionismo o l’opposizione all’egemonia occidentale, che hanno spesso unito sunniti e sciiti, o persino musulmani e non musulmani.
In Indonesia, il Paese con la più grande popolazione islamica del mondo e con una politica estera “libera e attiva”, il sostegno alla causa palestinese funziona come potente collante identitario nazionale; in questo quadro, Khamenei, anche se leader di un regime teocratico sciita, è temporaneamente diventato un simbolo di resistenza piuttosto che un avversario confessionale.
Il caso dimostra che, nella politica internazionale contemporanea, le alleanze e le solidarietà spesso rispondono più a logiche di potere, percezione del nemico e interessi strategici che alla pura coerenza dottrinale. La teologia fornisce il linguaggio e la legittimazione morale, ma è la geopolitica a dettare le priorità; pertanto, quando emerge un nemico comune, anche divisioni secolari possono essere ridimensionate, almeno sul piano retorico e simbolico.

Rimane da vedere se questa unità temporanea si tradurrà in cambiamenti concreti nelle relazioni interne tra sunniti e sciiti indonesiani, o se resterà confinata al piano della politica estera; la postura verso le comunità sciite indonesiane, in effetti, non è cambiata. Si tratta di una dicotomia pragmatica, che riflette le differenti priorità interne e esterne dell’Indonesia; sul fronte interno, le autorità preservano l’egemonia della maggioranza sunnita.
In politica estera, invece, le divisioni dottrinali possono essere accantonate, in funzione delle necessità, per perseguire cause percepite come comuni e più importanti dell’unità dottrinale, che ovviamente non costituisce una minaccia interna.

