De Gids Oriente Islamico
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Tra orientalismo colto e sapere imperiale, De Gids osserva il movimento dei Babi persiani come segnale di un islam plurale e dinamico. Un’analisi apparentemente neutrale che rivela, in filigrana, il ruolo della produzione culturale nella costruzione e nel consolidamento dell’ordine coloniale olandese di fine Ottocento.


Between scholarly Orientalism and imperial knowledge, De Gids examines the Persian Babi movement as evidence of a plural and internally dynamic Islam. Beneath its academic tone, the article exposes how cultural production contributed to the intellectual foundations of Dutch colonial power at the end of the nineteenth century.


Tussen geleerd oriëntalisme en imperiale kennis analyseert De Gids de Perzische Bâbî-beweging als uitdrukking van een plurale en dynamische islam. Achter de ogenschijnlijke neutraliteit van het betoog wordt zichtbaar hoe culturele productie bijdroeg aan de intellectuele onderbouwing van het Nederlandse koloniale bestel aan het einde van de negentiende eeuw.


Una Guida Autorevole

De Gids, la Guida, rimane una delle riviste più autorevoli dei Paesi Bassi (viene stampata dal 1837), e tale status era già consolidato verso la fine del XIX secolo; sulle sue pagine, accanto ad articoli di letteratura, era possibile leggere riflessioni sulla chiesa riformata, sulle Indie (olandesi) e sulla politica olandese. L’islam e le sue manifestazioni erano parimenti affrontate in numerosi articoli, come quello dedicato al movimento dei Babi in Persia, nel numero 57 (1893).

Non si trattava solamente di una curiosità esotica offerta a lettori colti ed esigenti dei Paesi Bassi, ma di un vero e proprio specchio della cultura olandese, che, mediante il suo impero, cercava di cogliere fenomeni ‘altri’ mediante la sua sensibilità culturale. De Gids, ovviamente, non era un organo di stampa imperiale, ma ne assorbe la sua importanza, ampliando gli interessi oltre a quelli che riguardavano la madrepatria.

Gli articoli che si possono leggere sull’islam, in particolare, mostrano una profondità analitica notevole per l’epoca; anche se il fenomeno era letto con una lente coloniale implicita, le sue analisi non sono affatto banali. De Gids era attenta ai fenomeni culturali, specialmente quando riguardavano i confini dell’impero o temi ad esso collegati; il contributo sui Babi persiani si inserisce perfettamente in questa linea editoriale e culturale, quella di una rivista colta e vivace intellettualmente.


I Babi Persiani

Nel 1893 l’Iran era ancora chiamato ufficialmente Persia, e questo elemento denota già l’ambiente culturale di riferimento dell’articolo, che si inserisce in un clima specifico, ormai superato dalla storia (in senso storiografico), ma colto perfettamente da De Gids. La denominazione, in effetti, non è neutra, e, sebbene il termine ‘Iran’ fosse già noto, ma all’interno dell’attuale Iran, l’uso di ‘Persia’ a scopo diplomatico e storico denotava un orizzonte culturale legato all’orientalismo classico.

Si tratta di una lente culturale che attualmente non viene più applicata, almeno non nei termini ‘classici’ in cui esso era inteso verso la fine del XIX secolo; nel 1893, tuttavia, esso era la chiave di lettura di riferimento della produzione culturale europea, e, sebbbene in forme differenti, esso lo rimane tuttora.

Rappresentazione della Persia nel XIX secolo

E’ in questo orizzonte che si inserisce il contributo sui Babi persiani, un movimento interno all’islam sciita, che denota i seguaci del ‘Bab’, letteralmente ‘porta’, una figura messianica che averebbe inaugurato una nuova era per la rivelazione religiosa. Secondo De Gids, il 16 maggio 1892 sarebbe morto in Palestina, Behaollah, il capo spirituale del movimento religioso, un notabile persiano che si è auto-proclamato guida dei Babi nella seconda metà dell’Ottocento.

Si tratta di una figura ambigua, la cui vita è stata segnata da arresti, esili e confische, e la cui morte in Palestina viene osservata da De Gids, che coglie l’occasione per tracciare i lineamenti di questo movimento sciita. E’ a partire da questo momento che nasce la corrente Bahai, che formalmente si distacca dall’islam sciita vero e proprio per diventare una confessione religiosa autonoma, ancora oggi esistente.

In tale contesto, De Gids osserva che,

Het Sjî’itisme, met weinig uitzonderingen in geheel Perzië beleden, is een zonderling mengsel van Islam en oud-Perzischen godsdienst.

Lo sciismo, praticato in tutta la Persia con poche eccezioni, è una singolare miscela di Islam e religione persiana antica.

Michiel Johannes de Goeje, De Bâbî’s, I Babi, in De Gids, 57, 1893, p. 100.

Si tratta di una concezione diffusa all’epoca, che De Gids segue, ma che esplora ulteriormente mediante il movimento dei Babi persiani, presentati come parte di un fermento religioso che non considerava l’islam come qualcosa di statico o uniforme, ma dotato di una polifonia di voci, spesso contrastanti.


Implicazioni per l’Impero Olandese

L’analisi del movimento Babi si inserisce in una lunga tradizione di scritti colti e non polemici che cercavano di interpretare i fenomeni del loro tempo da una prospettiva accademica (secondo i criteri e gli strumenti dell’epoca ovviamente); tuttavia, le implicazioni di un contributo del genere per l’impero olandese sono evidenti. Se l’islam era ritenuto, oggettivamente, un insieme di correnti e orientamenti diversi, allora esso poteva essere controllato, almeno in parte.

In altre parole, si riconosceva che una parte dell’islam era impermeabile a qualunque tentativo di dialogo e di riforma, ma che, allo stesso tempo, ne esisteva un’altra che poteva essere co-optata e indirizzata verso gli interessi olandesi e imperiali. Era proprio questa parte di islam che poteva essere ‘addomesticata’, e usata per legittimare la presenza europea non come un’occupazione straniera, ma come una sorta di ordine naturale e divino, o perlomeno non in aperto conflitto con la religione della maggioranza della popolazione soggetta al dominio europeo.

Si tratta di un uso strumentale di contributi come quello in esame da parte del potere coloniale, che non era inteso originariamente dall’autore, un noto arabista e orientalista, ma che, al pari di altri scritti di questo tenore, sono stati usati in chiave coloniale ed egemonica. Anzi, è proprio la natura neutrale dello scritto a conferire una particolare efficacia alla strategia coloniale, che non si limita ad affermare delle tesi o ad occupare dei territori, ma produce cultura, un ambiente condiviso in cui si possono riconoscere attori coloniali e indigeni allo stesso tempo.

Del resto, non è possibile pensare che un regime durato quasi quattro secoli si sia retto solamente con il potere delle armi o della coercizione; al contrario, l’impero era prima di tutto un’idea che esercitava influenza e fascino su un’ampia parte della popolazione indigena. Un progetto del quale molti elementi erano condivisi o condivisibili anche da una parte degli inlanders, che vengono co-optati culturalmente all’impero, prima ancora che amministrativamente.

Stemma Araldico dei Paesi Bassi

La partecipazione indigena era comunque sempre limitata e strategicamente calcolata, come appare anche dalla struttura amministrativa di cui si è discusso in un articolo precedente; lo status conferito ad alcuni elementi indigeni era simbolico e non reale, ma era sufficiente per essere accettato e non respinto come ‘straniero’. Si tratta di una struttura asimmetrica che ha generato tensioni, successivamente culminate nel nazionalismo indonesiano e nella lotta per l’emancipazione dal potere coloniale. Tuttavia, questo esito non è affatto lineare, e tale ambiguità è stata tollerata per decenni prima di sfociare in una risposta coerente e strutturata (determinata da elementi culturali e storici di maggiore portata) da parte degli inlanders.


Letture Consigliate

  • Kuitenbrouwer, M. (1991). The Netherlands and the rise of modern imperialism: Colonies and foreign policy, 1870–1902. New York, NY: Berg.
  • Oostindie, G. (2011). Postcolonial Netherlands: Sixty-five years of forgetting, commemorating, silencing. Amsterdam, Netherlands: Amsterdam University Press.
  • Van Goor, J. (2004). Prelude to colonialism: The Dutch in Asia. Hilversum, Netherlands: Verloren.

Di Salvatore Puleio

Salvatore Puleio è analista e ricercatore nell'area 'Terrorismo Nazionale e Internazionale' presso il Centro Studi Criminalità e Giustizia ETS di Padova, un think tank italiano dedicato agli studi sulla criminalità, la sicurezza e la ricerca storica. Per la rubrica Mosaico Internazionale, nel Giornale dell’Umbria (giornale regionale online) e Porta Portese (giornale regionale online) ha scritto 'Modernità ed Islam in Indonesia – Un rapporto Conflittuale' e 'Il Salafismo e la ricerca della ‘Purezza’ – Un Separatismo Latente'. Collabora anche con ‘Fatti per la Storia’, una rivista storica online; tra le pubblicazioni, 'La sacra Rota Romana, il tribunale più celebre della storia' e 'Bernardo da Chiaravalle: monaco, maestro e costruttore di civiltà'. Nel 2024 ha creato e gestisce la rivista storica informale online, ‘Islam e Dintorni’, dedicata alla storia dell'Islam e ai temi correlati. (i.e. storia dell'Indonesia, terrorismo, ecc.). Nel 2025 ha iniziato a colloborare con la testata online 'Rights Reporter', per la quale scrive articoli e analisi sull'Islam, la shariah e i diritti umani.

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